Aprimmo la festa pomeridiana noi Italiani cantando in coro
Dirigeva il gruppo di reduci vinti, da sopra una seggiola zoppa, Antonella, una
ragazza romana, intelligente e carina sebbene claudicante anche lei. Era venuta
a Debrecen per la prima volta e, siccome tutte le cose e le persone ritornano,
non solo eternamente nel cosmo, ma anche in una rapida, precipitosa vita
mortale, la incontreremo di nuovo sei anni più tardi, nella primavera del 1980, a Roma, in casa sua,
dove mi ospiterà con Ifigenia.
Ma questo devo
raccontarlo più avanti.
Suonava il pianoforte, e in veste di ierofante guidava il nostro coro di confratelli
e compagni comunisti delusi, un austriaco cieco, o non vedente, come si dice
ora ipocritamente. Fatto sta che, mentre suonava, quell’uomo muoveva
furiosamente gli inutili occhi, scuoteva la testa grossa e ricciuta, sbuffava
da froge enormemente dilatate e ogni tanto apriva le fauci, facendo uscire
dalla chiostra dei denti e dalle tumide labbra, una lingua assetata. Credo di
non togliergli niente ricordandolo come appariva.
Era comunque un bravo suonatore di piano e una cara persona.
Anzi, mi fece pure pensare a determinate opere
create da menti geniali: a diversi quadri di Picasso e al prato della sventura
di Empedocle, il grande Agrigentino morto in odore di santità.
In quel nostro cantare così accompagnato e diretto dai movimenti della testa
del pianista, c’era qualcosa di stanco e penoso: un poco perché la fede
politica cui inneggiavamo si era affievolita nelle coscienze, e ancora di più
poiché sentivamo che una fase dell’esistenza, i venti anni, le brevi avventure insignificanti,
le bevute con chiacchiere prolungate fino alle luci dell’alba, le ragazzate
goliardiche, stava finendo, e bisognava trovare qualche cosa di nuovo da fare,
di cui emozionarci o appassionarci, se non volevamo morire di noia.
L’apparizione
Avevamo appena finito di cantare "Bandiera rossa" e “Bella ciao” con
euforia forzata, quando vidi entrare nell’ombroso cortile una giovane donna dai
capelli rossi, tanto lunghi che le arrivavano al seno: sul volto serio, da
persona abituata a pensare, aveva grandi occhiali da vista; sul corpo ben fatto
portava una giacca e dei pantaloni di velluto rosso con negligenza elegante.
Poi, indizio non senza significato per me in quel tempo e in quel luogo, aveva
l’aria da finnica, ossia l’incarnato straordinariamente bianco che risaltava
sotto il rosso delle chiome e degli indumenti, e per giunta aveva gli occhi
meravigliosamente obliqui, pieni di forza espressiva.
La finnica rossa aveva per giunta natiche e cosce floride che mi fecero pensare alle gioie del sesso, e pure un bel seno fiorente la cui fresca magnificenza mi costrinse a mormorare abbacinato da tanta opulenza: “Dio mio, come la voglio! Dammela Dio: questa ragazza è fatta apposta per me, e tu l’hai mandata tanto lontano da casa proprio per me!”.
Duravo fatica a
trattenere la lingua che già guizzava pronta a parlare, a suggere, a proporre
la mia persona quale amante intelligente e festoso. Il tempo dei lunghi
corteggiamenti simulatòri e dissimulatòri era passato. La caviglia snella e il ginocchio
scalpitavano impazienti verso la meta agognata. Mi sembrava di sentire il
profumo di quella carne di femmina umana dotata di tutto. Mi scrollavo di dosso
gli acciacchi della tristezza e degli anni passati non senza spreco di tempo.
Le finlandesi conservano molto della loro facies asiatica
originaria: quelle non troppo germanizzate dalla contaminatio con gli
svedesi, hanno più l’aria delle orientali che delle nordiche. Fatto sta che
tale esotismo contribuisce al mistero e al fascino di tali creature.
Nell’aspetto, nel modo di camminare, nello stile di questa ragazza c’era per giunta qualcosa di intelligente e di nobile che mi
attirava con forza. Aveva una forma piena di carattere.
Come vidi questa giovane donna rossa vestita di rosso mi venne in mente il sole quando esce dal mare Adriatico mentre pedalo in direzione di Ancona per imbarcarmi verso la Grecia. E mi arride la vita con tutti i suoi sorrisi più belli.
Senza averla ancora ascoltata parlare, sentivo però che questa donna significava molto, quasi tutto, per me e per la mia vita futura. Intuivo che se avessi fatto l’amore con lei, avrei indagato me stesso e se fossi entrato in lei mi sarei addentrato anche nella mia vita interiore.
Avevo una relazione in Italia con una ragazza buona e carina, gianna di Trieste; ne avevo iniziata un’altra un paio di giorni prima con la Berlinese Cornelia, anche lei una bella persona , ma questa nuova visione mi aveva incantato trascinandomi in una sfera magica, più che terrena.
Non mi sbagliavo: se
sono diventato uno studioso serio e utile a molti umani lo devo a lei, al mese
passato ascoltandola, parlandole e facendo l’amore con lei.
Mi sentivo attirato come può esserlo un giovane uomo dal proprio destino. Mi
chiesi subito se, e come, avrei potuto farmi contraccambiare.
Presi un bicchiere, ci versai della birra, poi mi appoggiai con la schiena al muro di sostegno della scalea per cui si scende nella grande sala centrale, il megaron, e di lì si risale, vincitori o sconfitti.
Quindi diedi inizio alla prova, che consideravo risolutiva per raddrizzare il destino, guardandola intensamente e tentando di mostrarle, attraverso gli occhi, i miei contenuti interiori dai quali, immaginavo, non dovevano divergere troppo i suoi, se non mi ingannavo nel valutarne lo stile che, a vedersi, era abbastanza simile al mio, anche se, forse, più al mio di adesso, dopo il processo di identificazione con lei, che a quello di allora.
Sebbene la ragazza rossa e pensosa non mi sembrasse il tipo che si guarda intorno per farsi guardare e per mostrarsi disponibile, non escludevo che mi notasse e si incuriosisse di me a prima vista, poiché quella finnica era pur sempre una femmina umana giovane e non accompagnata da un maschio ed era priva di anelli quali ceppi alle dita e all’amore; era dunque probabilmente libera e magari pure desiderosa di innamorarsi. Al pari di me. Io mi sentivo, e forse ero anche nella migliore tra le mie forme possibili: i trent’anni, del resto non ancora compiuti, non mi avevano incanutito nemmeno un poco, né spelacchiato, né ingrassato, come altri della mia età, anzi, avevano impresso sul mio viso molto abbronzato e un poco segnato, leggeri solchi, poi seminati con cura benevola dal Sole, la santa faccia di luce che nutre la vita, che ho sempre pregato come il primo di tutti gli dèi. Sapevo bene quanto volevo: bramavo con forza quella finnica rossa e questa certezza mi dava un’espressione consapevole che potenziava la forza attrattiva dell’insieme.
In quel pomeriggio di luglio dunque nutrivo una certa fiducia nella buona riuscita del mio intento, un poco ricordando i successi[1] del ’71[2] e del ’72[3] in circostanza analoghe, e ancora di più perché avevo qualcosa di preciso da dire, da chiedere e offrire, a una donna probabilmente dotata e ricca di anima, quale pareva quella creatura dai capelli lunghi, dall’aria intelligente, vestita di velluto purpureo. Allora non sapevo che la porpora può essere sinistramente ominosa e annunciare la morte vicina[4]. Sarebbe stata quella della nostra bambina.
Ma in quel momento aspettavo e agognavo soltanto il momento opportuno, l’occasione che mi venisse offerta di avvicinarmi alla meta e gettarmi sul campo fiorente del suo seno, del suo ombelico che identificavo già con il centro del mondo. Volevo andare a pregare piegato su l’ ojmfalov" di quella donna, come avevo fatto più volte sull’ombelico di Delfi, dove il Dio pitico mi aveva quasi sempre esaudito.
“Dio, come mi piace! - pensai ancora una volta - Dio, fai che io possa piacere a lei. Se mi dai quella donna, Dio, e se è come appare, ti prometto che d’ora in avanti farò di tutto per evitare qualsiasi commercio con femmine sciape”.
“Tu sei piena di spirito” pensavo poi, rivolgendo lo sguardo a quell’ideale incarnato nella ragazza venuta da lontano.
Cercavo di farle scoprire l’anima mia, mediterranea, ma ugualmente non ordinaria, lanciando occhiate piene di pathos intelligente.
Lei però, con mio smacco, non mi contraccambiava, forse nemmeno mi aveva visto. Parlava con un’altra, finlandese probabilmente, senza guardarsi intorno come fanno gli eterni cercatori di amore.
“Stai a vedere che è incinta anche questa - pensai - non sarebbe comunque un ostacolo insormontabile. Io l’amo. Non cederò. La grande difficoltà scoraggia il fanciullo o l’uomo imbelle. Tu, gianni, non sei né l’uno né l’altro. Misura le possibilità di successo con il metro delle tue forze mentali e somatiche. Non contare i tuoi anni affannati, ma le diverse donne che hai conosciuto, alcune anche meravigliosamente”.
Vero è che le due conoscenze più belle erano state interrotte dopo un solo mese di gioia, e tale sarebbe stata anche questa con ogni probabilità, ma non era il momento di lasciarsi frenare da tale pensiero.
Un mese è meglio che una settimana pensavo allora, adesso so per esperienza che è pure meglio di un anno e perfino di due mesi dopo tutto.
Me ne sentivo già innamorato, ne andavo pazzo, poiché il suo stile serio e naturale la distingueva da tutte, e accresceva in ogni momento la prima impressione che quell’immagine potesse contenere un’interiorità ricca e rara, e fosse proprio l’antitesi dell’istriona nevrotica, la mima petulante sempre bramosa di spalancare il suo insopportabile vuoto, gesticolando, sbraitando, o sghignazzando, o dando ordini con fiero cipiglio, o dando a vedere di struggersi in lacrime.
Ogni minuto che passava, mentre nel pomeriggio dell’estate già declinante si allungavano tutte le ombre, la necessità dalle mani d’acciaio mi spingeva, con forza sempre maggiore, a entrare in contatto con quella che mi appariva il mio stesso ideale di donna, anzi di essere umano.
“Tu sei nobile e seria - recitavo e pregavo - tu sicuramente leggi, impari e capisci, creatura. Tu parli di rado con voce soave. Non c’è in te alcuna traccia di posa, di civetteria, di menzogna. Io ho bisogno di te.
Cerca di capire anche questo. Noi due dobbiamo parlare: vedrai che, ispirato da te, riuscirò a dirti qualche cosa di interessante, di bello e degno della tua nobiltà”.
Mentre pregavo l’idolo mio, osservavo la ragazza reale, volendo significarle la mia profondità interiore e il bisogno che avevo dell’amore, dell’amore di lei, soltanto quello di lei.
Ma nonostante i grandi sforzi espressivi, non progredivo: dopo cinque minuti di quella scena, fin troppi, mi accorsi che non potevo colpire il bersaglio solo guardandola, seppure intensamente e con occhi pieni di intelligenza e ardenti di pathos, poiché lei non mi prestava attenzione; forse nemmeno si era accorta di me. Capii che dovevo andarle vicino anche se non mi aveva notato, né guardato; dovevo proprio, dato che la splendidissima rossa vestita del colore di fiamma viva, con gli occhiali da vista e l’aria pensosa, poteva essere proprio colei che mi avrebbe spinto alle cose egregie che dovevo a me stesso, ai miei studenti, e a voi lettori cari[5].
Mi accostai alla prima, l’unica fra tutte le donne, la guardai a più riprese, aspettai che mi desse un’occhiata, e quando, come Dio volle, lo fece, le rivolsi la parola, in inglese ovviamente, con calma, a bassa voce, affinché comprendesse subito che ero diverso dal coro della gente fangosa, i batraci di aspetto umano che gracidano nella palude affollata, e che non mi presentavo per scherzo, cercando solo un’avventura amorosa con una straniera nordica e pure un po’ asiatica, presumibilmente più libera nei fatti erotici di un’italiana ancora inceppata da divieti e superstizioni, ma volevo una relazione profonda proprio con lei, lei sola, identificata con la felicità, ossia con il destino buono che doveva essere il mio.
Avvertenza: il blog contiene 5 note e il greco non traslitterato.
Note
[1] Cfr. quanto dice Giuliano Augusto quando si prepara ad attaccare Costanzo e parla ai soldati: quid agi oporteat bonis successibus instruendi (Ammiano Marcellino, Storie, 21, 5, 6).
[2] Cfr. la storia di Helena .
[3] Questa è la storia di Kaisa riscritta da poco .
[4] Nel V dell’Iliade purpurea è la morte che prese il troiano Ipsenore colpito da Euripilo: “e[llabe porfuvreo~ qavnato~ kai; moi'ra krataihv” (v. 839, lo prese la morte purpurea e la moira possente. Questo verso viene ripetuto da Giuliano quando, il 6 novembre del 354 viene nominato Cesare dal cugino Costanzo. In quella circontanza risplendeva nel fulgore della porpora imperiale ( imperatorii muricis fulgore), i soldati lo avevano acclamato battendo gli scudi sul ginocchio, e, salito sul cocchio imperiale, procedeva verso la reggia.
[5] Oggi il “caro” si lesina, anche nel saluto epistolare, per diffidenza, grettezza, avarizia. Io l’ho sempre usato, come segno di cortesia almeno, spesso pure di affetto, e se chi lo riceve si spaventa o addirittura si offende, peggio per lui.
Bologna 26 febbraio 2026 giovanni ghiselli
p. s
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