Nell’estate
del 2011, sempre in luglio, quarant’anni dopo quella sera di gioia, che ricordo
ancora come una delle più belle e felici
della mia vita mortale, sono tornato a
Debrecen in bicicletta, da Bologna, con Fulvio e con altri due amici più
giovani, due quarantenni ex alunni, Maddalena e Alessandro, due novizi dell’Ungheria.
Ci siamo tornati, Fulvio e io, protesi alla
giovinezza lontana come verso il sole al tramonto, quando cade nel mare con
puro fulgore. Ho affrontato la grande fatica di mettermi al passo con la
giovinezza e ho pure rischiato la pelle saltando dalla bicicletta gialla in un
fosso verde per schivare un’automobile che mi veniva addosso quando
costeggiavamo il Balaton. E dopo otto giorni sono arrivato a Debrecen,
pedalatore tenace e annoso, quasi sessantasettenne. Tuttavia non canuto.
Non me la sono sentita di tornare in quel bosco
incantato sopra un aereo o in treno, funebri convogli di una vecchiaia canuta
risultato di una vita vissuta male, senza l’amore. Nemmeno in quell’aggeggio
per paralitici o neghittosi che è l’automobile ho voluto fare l’ultimo viaggio
a Debrecen.
Una notte dell’estate 2011
dunque, il luglio del ritorno a Debrecen
in bicicletta, andati a letto gli amici, sono tornato sotto la finestra
dell’apparizione fatidica. Mentre camminavo in direzione del collegio numero
uno dove alloggiavano le finlandesi, già da lontano vidi quella finestra e mi
parve di scorgervi di nuovo affacciata Elena che rideva felice nel fulgore
della sua gioventù. Il cuore mi balzò dal petto alla bocca e la chiamai tre
volte. Ma la visione sparì, simile a un sogno
fugace[1], lasciando
vuota quella finestra deserta, onde mesto riluceva il
raggio della luna[2] dea dai tre
nomi[3], compreso
uno inquietante[4]. Arretrai
desolato.
Ho ricordato i sentimenti forti, pieni di
gioia di quella sera remota e ho sentito la necessità di raccontarla, di
renderla eterna, se il giudizio finale che è quello dell’arte, sarà positivo.
Le cose, come le persone, hanno una loro
volontà. Questa pagina mi ha chiesto di essere scritta: lo ha voluto. Elena si
avvia a diventare la mia posterità. Helena
di Yväskylä farà concorrenza a Elena di Troia.
Ora noi due, i giovani amanti di quell’estate
lontana, siamo due vecchi ultraottantenni prossimi al tramonto e ci avviamo
verso quella lunga notte buia del tutto imprevista allora, in quel tempo fatato
e felice quando non le citavo Catullo,
il poeta dei soli che possono tramontare e tornare, mentre noi, una volta
spenta la nostra breve luce, dobbiamo dormire una notte eterna. A Helena non recitai
queste parole ammonitrici tra le tante altre di autori. Mi sembrava fuori luogo
e sinistramente ominosa.
Nel 2011 il bosco sacro di quel tempo
remoto non era più tutto pieno di dèi, il ponticello sul lago della foresta
oramai sconsacrata aveva il legno
infradiciato, gli edifici simbolici erano stati abbattuti o profanati, come il
ristorante della mia prima cena nel luglio del 1966 l’ottocentesco Hungaria,
trasformato in un orrendo McDonald.
Metamorfosi abominevole.
Elena forse è già stata disfatta dal suo
precipitoso destino di donna mortale, e si è trasformata in qualche altra cosa
dell’universo, in quanto tutto scorre e ogni immagine si forma fluttuando[5]. Comunque la
redimerò dalla morte con quanto scrivo e
scriverò di lei.
Io sono un vecchio, una testa non ancora del
tutto intronata[6], ma già isolata in uno spazio
sempre più arido, scuro e deserto, eppure la strana, preziosa luce di quei
giorni remoti continua a risplendere dentro di me, e con questa, e con questo
racconto, voglio illuminare altre vite, prima che si spenga, presto o tardi di
certo, ma forse non per sempre, la mia.
Avvertenza: il blog contiene 6 note e il greco non traslitterato.
Note
[1]3 fr. Virgilio, Eneide, II, 794
[1]4. Leopardi: “quella finestra, /ond’eri usata favellarmi, ed onde/mesto riluce delle stelle il raggio/è deserta”, Le ricordanze (vv. 141-144),
[1]5 una, Diana, Ecate.
[1]6 cate è la signora e la maestra di maghe e streghe, da Medea alle sorelle fatali del Macbeth di Shakespeare.
[1]7 Ovidio nel XV libro delle Metamorfosi dà voce a Pitagora il quale vieta di sacrificare creature viventi agli dèi, e insegna che l'anima non muore ma trasmigra in altri corpi e altre regioni: "Cuncta fluunt, omnisque vagans formatur imago" (v. 178).
[1] 8 Cfr. T. S. Eliot, Gerontion) , “ I am an old man, A dull head amog windy spaces". (vv. 15-16), io sono un vecchio, una testa intronata tra spazi ventosi
Bologna 20 febbraio 2026 ore 10, 36 giovanni ghiselli
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[2] Cfr. Leopardi: “quella finestra, /ond’eri usata favellarmi, ed onde/mesto riluce delle stelle il raggio/è deserta”, Le ricordanze (vv. 141-144),
[3] Luna, Diana, Ecate.
[4] Ecate è la signora e la maestra di maghe e streghe, da Medea alle sorelle fatali del Macbeth di Shakespeare.
[5] Ovidio nel XV libro delle Metamorfosi dà voce a Pitagora il quale vieta di sacrificare creature viventi agli dèi, e insegna che l'anima non muore ma trasmigra in altri corpi e altre regioni: "Cuncta fluunt, omnisque vagans formatur imago" (v. 178).
[6] Cfr. T. S. Eliot, Gerontion) , “ I am an old man, A dull head amog windy spaces". (vv. 15-16), io sono un vecchio, una testa intronata tra spazi ventosi
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