mercoledì 25 febbraio 2026

Seneca Epistole 46 e 47.

Seneca Epistola a Lucilio 46. Una critica letteraria amichevole verso l’autore.

 

46 Due righe di una critica letteraria talmente affretta che è piuttosto una dichiarazione di amicizia.  

Seneca ha ricevuto un libro da Lucilio.

Il libro è buono quando prima di tutto non annoia, non è gravoso, anzi è  levis.  Non tantum delectatus  sed gavisus sum, (2) ho provato non soltanto diletto ma pure gioia.

Un libro disertus, elegante,  inoltre ricco di  ingenium, animus , impetus,  intelligenza, slancio. Una critica molto benevola, breve, generica. Non dice quasi niente sul libro ma qualche cosa sull’amicizia di Seneca per Lucilio l’amico e discepolo più giovane del maestro di una decina di anni. Tale è la differenza di età più o meno quando si inizia a insegnare ed è facile che con alcuni dei primi allievi si rimanga amici per tutta la vita.

Vengono in mente certe presunte recensioni giornalistiche o televisive fatte da critici che non hanno letto il libro di cui parlano.

 

Seneca Epistola 47 . Gli schiavi sono uomini prima di tutto.

 

“Servi sunt”. Immo homines.

“ Servi sunt”.  Immo contubernales.

“Servi sunt”. Immo humiles amici.

“Servi sunt” Immo conservi, si cogitaveris tantundem in utrosque licēre fortunae (1)

“Sono schiavi”. No, anzi sono uomini

“Sono schiavi”. Nom piuttosto conviventi

“Sono schiavi”. Piuttosto umili amici

“Sono schiavi” Anzi, compagni di schiavitù se avrai pensato che la stessa licenza ha la fortuna nei riguardi di entrambi.

 

Si può pensare alla caduta dell’Edipo di Sofocle che dai fastigi del potere cade nella necessità scoscesa dove non si avvale di valido piede-

Leggiamo la prima antistrofe, vv.873-882 del secondo stasimo dell’Edipo re:

"La prepotenza fa crescere il tiranno, la prepotenza/se si è riempita oltre misura senza ragione di molti orpelli/che non sono opportuni e non convengono/salita su fastigi altissimi/precipita nella necessità scoscesa dove non si avvale di valido piede./La gara benefica per la città to; kalw`~ e[con-povlei pavlaisma-,/prego dio di non/interromperla mai;/dio non cesserò mai di averlo patrono".

 

Oppure pensiamo al primo coro dell'Agamennone di Seneca quando le donne di Micene notano che la Fortuna/ fallax (vv. 57-58) inganna con grandi beni sollevandoli in praecipiti dubioque (v. 58), in luogo scosceso e insicuro.  Infatti le cime sono maggiormente esposte alle intemperie, ai colpi della Fortuna, e predisposte alle cadute rispetto alle posizioni medie:"quidquid in altum Fortuna tulit,/ruitura levat./Modicis rebus longius aevum est;/felix mediae quisquis turbae/sorte quietus…" (vv. 101-104), tutto ciò che la Fortuna ha portato in alto, per atterrarlo lo solleva. E' più lunga la vita per le creature modeste: fortunato chiunque sia della folla mediana contento della sua sorte.

 

O anche a Filippo Argenti di Dante “un pien di fango” (Inferno VIII, 32)

“Quanti si tengon or là su gran regi

Che qui staranno come porvi in brago,

di sé lasciando miseri dispregi!” (VIII, 49-51)

Oggi ai disumani che urlano contro i migranti gridando che devono abiurare la loro religione, rinnegare la loro cultura, ripudiare le loro tradizioni.

Non habemus illos hostes sed facimus (5) non li abbiamo quali nemici ma li rendiamo tali.

 Euripide  arriva quasi a giustificare l’assassinio compiuto da Clitennestra quando la figlia di Tindaro  ricorda  l'uccisione del primo marito[1] e il barbaro assassinio del bambino appena nato, delitti  che  vengono rinfacciati[2]al capo della spedizione contro Troia dalla moglie la quale poi lo scongiura di non sacrificare la loro figliola Ifigenia:"mh; dh'ta pro;" qew'n mhvt j ajnagkavsh/" ejme;-kakh;n genevsqai peri; se; mht j aujto;" gevnh/" (Ifigenia in Aulide, vv. 1183-1184 ), no dunque per gli dèi, non costringermi a diventare cattiva verso di te e non diventarlo tu.

 

Haec tamen praecepti mei summa est: sic cum inferiore vivas quemadmodum tecum superiorem velis vivere (11), questa è comunque la sostanza del mio insegnamento: comportati con l’inferiore come vorresti che il superiore si comportasse con te.

Servus est, sed fortasse liber animo (16), è uno schiavo ma forse libero nell’animo.

Servus est : ostende quis non sit: alius libidini servit, alius avaritiae, alius ambitioni, omnes timori (17), è uno schiavo: mostrami chi non lo è: c’è chi è asservito alla lussuria, chi all’avidità, chi all’ambizione, tutti al timore

Gli schiavi si correggono con le parole: verberibus muta admonentur (19), con le fruste si castigano i bruti

Hoc habent inter cetera boni mores: placent sibi, permanent. Levis est malitia, saepe mutatur non in melius sed in aliud. Vale (21), i buoni costumi tra gli altri vantaggi hanno questo, sono compiaciuti di sé stessi, rimangono saldi. La malvagità è leggera, si muta spesso non in meglio ma in altra cosa. Stai bene.

Bologa 25 febbraio 2026 ore 17, 18 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Tantalo, figlio di Tieste.

[2] Nell' Ifigenia in Aulide ( vv 1150-1151). Torniamo a spiegare Euripide con Euripide.


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