sabato 28 febbraio 2026

Seneca Epistola 49. La brevità della vita umana.


Infinita est velocitas temporis, quae magis appāret respicientibus (2), enorme è la brevità del tempo e questa appare più evidente  a chi si volge indietro. Si potrebbe evitare l’ossimoro “enorme brevità” con istantanea brevità ma infinita significa altro e traducendo non voglio tradire l’autore. Posso però commentarlo con altri autori che scrivono sul medesimo argomento. Nell’Iliade Glauco l’eroe licio dice a Diomede:"oi[h per fuvllwn genehv, toivh de; kai; ajndrw'n", proprio quale stirpe delle foglie, tale è anche quella degli uomini (Iliade, VI, 146). Siamo povere foglie di breve durata anche noi. 

 

Punctum est quod vivimus et adhuc puncto minus (3) un istante è la nostra vita e addirittura meno di un istante.

Credo che sia un motivo per valorizzarla al massimo, se possibile renderla eterna scrivendo.

 

Negat Cicero, si duplicetur sibi aetas, habiturum se  tempus quo legat lyricos[1] : eodem loco pono dialecticos: tristius inepti sunt ( 5), Cicerone dice che se gli venisse raddoppiata la vita, non avrebbe tempo per leggere i lirici: nella stessa considerazione metto i filosofi dialettici sono incapaci in modo più deleterio.

Credo, al contrario di Leopardi, che il genere lirico meno poetico i quello drammatico e di quello epico nel senso che è più lontano dall’universale nella maggior parte degli autori molti dei quali sono soggettivi, cioè impolitici e reazionari. Nella democratica Atene infatti non ci sono stati poeti lirici. L’unica lirica è inserita nelle tragedie attraverso i cori.

Seneca afferma che non vale la pena di volgere l’attenzione ai cavilli: alle  cose meschine si deve solo rivolgere uno sguardo e un saluto dalla soglia: “prospicienda tantum et a limine salutanda” (5)

 

Non vacat mihi verba dubie cadentia (7) non ho tempo per fare ricerca su parole dal significato ambiguo.

  E’ cosa troppo breve e seria la vita per stare seduto ozioso ponendosi questioni siffatte: “quod non perdidisti habes;cornua autem non perdidisti; cornua ergo habes” (8), quello che non hai perduto ce l’hai; le corna appunto non le hai parute; allora le hai.

 un’acuta deliratio, sottile stravaganza.

Doce non esse positum bonum vitae in spatio eius sed in usu:  posse fieri , immo saepissime fieri , ut qui diu vixit parum vixerit (10), insegnami che il valore della vita non sta nella sua lunghezza ma nell’uso fattone: può accadere, anzi accadere spessissimo, che chi ha vessuto a lumgo è vissuto troppo poco.

Non ubique se mors tam prope ostendit: ubique tam prope est (11), non dappertutto la morte si mostra tanto vicina: dovunque è tanto vicina.

Ut ait ille tragicus: veritatis simplex oratio est (12), come dice quel tragico famoso: semplice è il discorso della verità ( ajplou'"  oJ mu'qo" th'" ajlhqeiva" e[fu, Euripide, Fenicie v. 469, Giocasta a Eteocle).

 ideoque illam inplicari non oportet ; nec enim quicquam minus convenit quam subdola ista calliditas animis magna conantibus, perciò non bisogna complicarlo; infatti niente conviene meno di questa callida astuzia  per gli animi che tentano grandi cose. Vale

Bologna 28 febbraio 2026 ore 16, 05 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Scritto da Cicerone forse nell’Hortensius.


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