All'età di 30 anni succedette Domiziano a Tito (Marziale aveva già passato i 40 anni). Già più volte Console, il secondogenito di Vespasiano attendeva ancora la nomina formale di Imperator proconsolare del Senato, quell'ufficio di Lord Protettore, o di Primo Console, che Cromwell e Napoleone avranno. L'acclamazione rapida, sul letto di morte del fratello, fece però già sospettare alcuni Senatori di un possibile omicidio, o di almeno qualche partecipazione di morte di Tito. Il precedente caso di Tiberio era ancora fresco. Del resto, il perentorio ordine dinastico di Vespasiano gli aveva lasciato un po' di rammarico, se non di vendetta. E poi qualche senatore mormorava già di un complotto contro Tito da parte del fratello insieme al generale Antonio Primo, che Vespasiano aveva messo da parte non appena era rientrato a Roma già strappata all'imperatore Vitellio. Non era un militare, né era un amministratore collaudato. Neppure tanto caloroso col Senato che dunque gli ratificò il Principato con poco entusiasmo.
L'odore di essere un tiranno dispotico era nell'aria. Infatti, il Governo che costituì vide solo Senatori a lui fedeli (uno di essi fu Terenzio Prisco, amico di Marziale, fatto in cui Sessa trova un verosimile appiglio all'iniziale simpatia che il nuovo Imperatore ebbe per lui). Soprattutto, la nuova cerchia dirigente fu composta da Cavalieri, cioè la media borghesia dell'epoca, molto più numerosa della classe dirigente senatoria di ex patrizi repubblicani. Domiziano cominciò a disporre per Decreti, le cc. dd. Leges Latae, editti direttamente da lui emanati, senza alcuna approvazione del Senato. Di più: assunse la carica di Console a vita e abolì il secondo Console, dimostrandosi alquanto critico con quella carica divenuta appannaggio del Senato. Inoltre, nel'84 Domiziano sia autonominò Censor perpetuus, carica che gli permise una certa riserva di approvazione dei testi teatrali e fece giustiziare tre vestali ree di incesto, nonché proibì la castrazione degli schiavi. Certamente adottò lo Spoil system - oggi amato da Trump, col qual ci pare che Domiziano abbia qualche elemento comune! - cioè il cambio dei funzionari pubblici esistenti con quelli del suo Partito. Rapidamente poi dal suo palazzo dirigerà in modo assolutista, anche a suon di processi e di esilii, senza contare l'assunzione di Pontifex Maximum, accentrando la divinizzazione di se stesso, del Padre e del Fratello, circostanza che gli alienò le simpatie di Senatori stoici e cristiani, riaprendo il capitolo persecutorio. Alla moglie - che non trattò sempre bene, come ci dirà fra le righe lo stesso Marziale, secondo l'analisi del Sessa - dedicò la reggia e si autoconferì il titolo Dominus et Deus, non risparmiando ulteriori titoli onorifici per se stesso.
Quanto alle guerre - peraltro non tanto esemplari come quelle dei suoi predecessori - ottenne ottenne tre Trionfi, però con dubbie vittorie sul Danubio contro i Quadri, dove anzi perse due legioni. E poi nel '84 rimase bloccato in Britannia e non seppe oltrepassare il Limes con la Scozia, dove i Caledoni diedero filo da torcere al generale Agricola, suocero di Tacito. Poi con i Daci di Decebalo nell'89 concordò una pace poco onorevole a detta del citato storico. Comunque fu abile ad accattivarsi l'esercito e i ceti popolari, elevando la paga militare a 300 denari per i legionari e 1000 per i pretoriani, tutti arruolati dalle masse che frequenteranno con gioia feste e spettacoli, scelta che consacrò il metodo governativo del panem et circenses, pur senza transcendere nel falso partecipazionismo di Nerone (il nomignolo di Calvus Nero forse gli fu dato da qualche discepolo di Marziale). L'Arco di Tito, un nuovo Foro e lo Stadio, annesso alla Domus Augustana sul Palatino, sicuramente appartengono alle sue grandi opere pubbliche.
Ma se la sua magnificenza è ampiamente riconosciuta, altrettanto lo fu l'opposizione al suo governo tirannico. La politica prettamente contraria ai Senatori, col parallelo uso della delazione e del procedimento penale accusatorio riservato alla polizia pretoriana, produsse nell'89 la rivolta delle truppe di stanza in Germania da parte del generale Lucio Antonio Saturnino. Domiziano per prudenza dividerà la regione Germanica in superiore e inferiore, nonché obbligò la permanenza di una sola legione per ogni provincia, reprimendo nel contempo quella rivolta. In realtà, Tacito e Svetonio confermano un carattere solitario dall'Imperatore, chiuso fra il Palatino e la villa sul lago di Albano. Un periodo di sospetti che andava ad avvitarsi fino alla condanna a morte del cugino Tito Flavio. Addirittura crescevano le indagini sui Senatori e sui pubblici funzionari troppo spesso accusati di infedeltà. Singolare era la voce popolare che raccontava come Domiziano avesse messo degli specchi nascosti nei corridoi del palazzo per consentirgli di vedere se ci fosse qualcuno alle sue spalle. Senza contare le immancabili persecuzioni per Ebrei e Cristiani e la pressione fiscale come ai tempi di Nerone per coprire i vuoti di cassa. Uccisi i parenti prossimi ormai unici successibili, segregata la moglie Domizia Longina, furono le ultime sue decisioni permisero la riuscita del complotto senatorio guidato da Marco Cocceio Nerva, un anziano membro appartenente all'aristocrazia municipale, punto di confluenza anche da parte dei pretoriani dissidenti. Intanto, durante quegli anni (81-96 d.C.), Marziale fu assai turbato di quella successione alquanto controversa, conoscendo la doppiezza di Domiziano, feroce e buono a seconda degli interessi personali spiccatamente ambiziosi. Faustino, Regolo, Crispo - il più vicino al nuovo Imperatore - gli sembravano più aperti alla speranza di continuità con Tito, ma Liciniano e Deciano, da filosofi stoici, erano piuttosto perplessi.
L'unica fonte sulla vera personalità del successore era il vecchio Antonio Primo, che gli assicurò come nulla fosse cambiato per lui, creduto finalmente ottimo poeta e intellettuale in ascesa. Tanto che poco tempo dopo, Entello, segretario particolare del tiranno, gli confermò benefici avuti e per di più Paride, il giullare di Corte di Domiziano e della moglie Domizia, gli promise la benevolenza del nuovo regime. Così Marziale ritornò a scrivere i suoi epigrammi mordaci e anzi incrementò gli apophoreta, cioè i biglietti di auguri che l'Imperatore dispensava agli amici nelle grandi occasioni. Un'attività poetica e amministrativa che gli consentiva di arrotondare il magro stipendio di poeta di Corte. Si susseguiranno fra l'81 e l'82 i soliti banchetti, dove Marziale, già però con moderazione e con un certo plauso di Domiziano, non risparmiò i tanti vizi dei cortigiani e le poche virtù di coloro che restavano ai margini di quelle lodi. Un nuovo poeta appariva all'orizzonte in quella serie di incontri. Invero, il giullare - ovvero il mimo - Paride sembrava perdere terreno agli occhi del tiranno, perché si era dedicato nelle scenette ai margini delle cure imperiali, perché rappresentò Giove come un marito cornuto adombrando Domiziano tanto che la relazione fra la moglie e il mimo appariva evidente; mentre il nuovo poeta Stazio cominciò a declamare il suo poema La Tebaide, un mieloso e ampolloso complesso di versi belli nella forma, ma vuoti nella sostanza. Uno stile lontanissimo da quello di Ovidio e Catullo, gli idoli di Marziale, privi di quella carnalità realista che lo rendevano molto più popolare.
Ma gli applausi a Stazio non mancarono e i consensi a Marziale, che seguirono alle sue rime sferzanti, non furono pari. Il terrore di diventare fuori luogo, lo invase. Marziale, ormai più che quarantenne, ebbe un fremito di invidia di fronte al nuovo bellimbusto, che nelle cene e nelle celebrazioni pubbliche posteriori, diventeranno risentimento e antipatia. Quasi come avverrà per Caravaggio quando si troverà a convivere col cavalier d'Arpino nella Roma di fine Cinquecento intrisa di manierismo solare contro i chiaroscuri realisti. Tornato nell'82 Domiziano dalle guerre che si disse; Crispo, Gran ciambellano, organizzò i suoi trionfi. Ma il popolo mormorava che le sue vittorie contro Decebalo e altri re barbarici avevano prodotto paci senza un effettivo combattere. Ben diverse erano le vittorie di Tito in Giudea, opinione che Giuseppe Flavio alimentava nei suoi saggi di Storia che circolavano nell'Urbe. Marziale concluse la raccolta degli apophoreti e l'editore Trifone rimase soddisfatto. Non pochi aristocratici li avevano comprati, ma il silenzio di Domiziano, forse perché ora impegnato contro i Catti in Germania, pesava sempre di più.
E allora il nostro eroe ruppe le tensione. Così gli lanciò un epigramma a doppio taglio: E' questo, Augusto, il quinto dei miei libri giocosi/e nessuno si lamenta dei carmi miei perché offeso/Anzi, godono molti lettori a vedersi onorati/perché grazie a me avranno fama immortale/Ma qual è il tuo guadagno, se non quello che molti ti venerino?/Ciò non m'importa, ma io invece sono quello che ho veramente interesse! Forse perché distratto dalla considerazione del potere e fra guerre che comunque doveva essere la più valida soluzione per nascondere la sua scalata alla tirannia più assoluta; certo si è che Marziale continuerà a produrre epigrammi con discreto successo, mentre acquisiva un piccolo terreno a Nomentum (è l'odierna Mentana), dove poter svernare lontano dei ritmi frenetici Roma. Un luogo dove essere se stesso, magari vivendo in modo modesto, lontano da quelle caotiche strade, dove la vita cittadina era di una squallida realtà per di più aggravata dai sospetti e dalla intolleranza dei pretoriani di Domiziano. Nell'85 il tiranno emetteva diversi editti contro i libri di diffamatori, spesso tolti dalle vendite perché pieni di impudicizie. Ma come si poteva evitarle, visto che esse altro non erano che la maschera di nefandezza, di ipocrisie, depravazioni e atti spesso delinquenziali e illeciti? Domiziano, da Censore Massimo, doveva comunque essere severo senza essere rigoroso. E di rimando, Marziale doveva contenersi. Un duello ideologico che vedeva coinvolti da parte del tiranno il senatore Crispo, all'epoca uno dei principali suoi consiglieri, che comunque comprendeva il disagio di Marziale. E che però aveva dalla sua parte non solo l'amico e conterraneo Liciniano, senatore che sentiva gli umori ostili di quel consesso, che di giorno in giorno andava a stuzzicare la classe media dei Cavalieri, non sempre dell'Imperatore.
Fino al'85 questa era la vita del nostro poeta: osservare, riflettere, scrivere, ma anche galleggiare in una società opulenta, densa di invidie, di trabocchetti contro la sua persona, lui che voleva ritornare a Bilblis in pace, ma che però aspirava a una certa gloria personale. La lettera all'amico Manio di Bilbilis a pag. 198 del volume di Sessa, abilmente resa verosimile dalla sua sottile lettura degli epigrammi, esprime la sua mediazione con la vita frenetica dell'epoca, lasciva est nobis pagine, Caesar, vita proba. Un motto dei suoi più significativi, dove il gettare la maschera di poeta licenzioso rivelava pirandellianamente una natura onesta e responsabile. Faustino - il suo più sincero ammiratore e mecenate - sapeva che finalmente il nuovo volume dei suoi sparsi epigrammi era pronto. Il Senatore gli sembrò non tanto critico di Domiziano, che lo lodò almeno per la sua intima opera di riedificazione di Roma sul modello di Augusto. E lo convinse a scegliere un altro editore/libraio, tale Atrecto, molto più serio e meno avido di Trifone. Opera che uscì poco prima dei Saturnali, come oggi avviene nei giorni precedenti le ferie invernali, momento in cui le vendite di libri spiccano il volo. Il successo fu immerso, tale da indurre Marziale a iniziare un altro volume. Domiziano ora gli era propizio, tanto da riconfermargli benefizi e addirittura regalargli un mantello nuovo, credendo che tale dono lo avesse placato nei suoi confronti, ma lasciando al poeta un amaro in bocca, perché tale condotta lo metteva, al pari di uno schiavo qualsiasi.
Ambiguità e incertezza che terminarono male per Marziale quando venne fuori il successivo volume con pari successo, ma anche con qualche leggera frecciatina all'Imperatore. Si badi, non c'era nulla di personale diretto a Domiziano. Solo che gli uomini ivi citati, Sesto, Daciano, Attalo, Nivia, Portuno, Rufo, Selio Parassita, Ormo, Roilo, Ammiano, Paolo, Apollo, Lalla, Bitinico, Laio, Mariano, Pontico, Febo, Lino, Trogilio, Massimino, Telesina, Lino, Regolo e tanti altri, erano nomi falsi per tutti gli epigrammi, perché altro non erano che lo stesso Imperatore e i suoi accoliti di Corte, degne di essere immortalati per i loro vizi piuttosto che per le loro virtù. Tanto che si racconta che Domiziano, ben conoscitore di se stesso e dei suoi favoriti, esclamò seccato: Che vuole questo Spagnolo? Un cavaliere da strapazzo che dedica i suoi libri ai filosofi (dedicatario pare fosse Deciano di Emerita, stoico e avvocato), che fa le moine ai pezzenti e regala pochi versi al suo Imperatore come se fosse un padrone che getta ossa ai cani! Toglietelo dai miei occhi!!!
E infatti nel marzo del 87 Domiziano partì in quarta con le sue violenze agli amici di quel mimo Paride che lo aveva tradito con la moglie, non solo facendo ammazzare un giovane protetto da Paride, ma anche il filosofo Ermogene di Tarso, reo di averlo deriso nella sua storia di Roma. Un ulteriore giro di vite a Cristiani e oppositori ex consoli, per esempio Civico, proconsole d'Asia. Marziale ora ebbe paura, quelle espressioni a lui raccontate erano gravi. Che fare? Regolo, il vecchio avvocato maneggione, molto simile a quegli attuali onorevoli che stanno oggi alle Camere sempre potenti in qualunque Governo, fece dire a Faustino di mandare a Marziale un messaggio: Che vada a nascondersi a Forum Cornelius - oggi Imola - in una villa. Non è l'esilio di Toma come Ovidio, ma quasi... E così fu.
In preda al ritorno del suo antico sconforto, Marziale colà pubblica un ulteriore libro, che non avrà il successo dei primi due. Eppure quel soggiorno veniva allietato dalle frequenti visite di vecchi e nuovi amici: Il sodale Faustino, la coppia di due giovani coniugi Camonio e Sempronia; la visita alle vicine Ariminium e Bononia; la compagnia dell'altra famiglia dei servi - Kleio, con una bella ragazza per moglie, Euthymos e la piccola figlioletta Erotion - nonché il liberto Marcello, uomo di Faustino: così si creavano opportuni diversivi alle paure di Marziale sempre pauroso di ricevere la fine di Ovidio. A costoro, si affiancavano Aulo e Cesio, un generale e un magistrato emiliano, dove il poeta farà visita nei lunghi giorni estivi fino alle loro ville. E alle loro cene fu presentato ai tanti ospiti di quella provincia come l'autore di carmi fra i più conosciuti dell'Impero. E alla consueta domanda del perché aveva lasciato Roma, Marziale rispondeva sempre che la vita del Cliente non gli si addiceva più e forse avrebbe rimesso piede nell'Urbe solo se fosse diventato citaredo, cioè un musico servo di padroni cui non si poteva mai dire di no!
Camonio, però, da abituale suo commensale, amante della bella Sempronia, fuggita dalla casa romana del vecchio marito, il senatore Asinio Pollione; lo rincuoravano, dalla non buona posizione di conviventi impossibili, perché la bella Sempronia era una fedifraga, esposta alle pressioni paterne perché Camonio la restituisse al marito, tanto più che le censure di Domiziano stavano per tramutarlo in un reo passibile di esilio, se non di morte. Onestà personale e amore non vanno in quest'epoca, rispondeva Marziale all'amico parimenti in ambasce per la sua strana situazione. L'88 passò così, un altro inverno angoscioso e una ripresa di scrittura, un nuovo libro di epigrammi privo di temi gioiosi, ma carico di dubbi e speranze. E fu un altro periodo di strazio, vedendo il compagno Camonio piangente più che mai di fonte all'amante di ritorno alla famiglia legale per non subire condanne ulteriori. Di più: Camonio decise di raggiungere la XII legione a Mitilene in Cappadocia a combattere contro i Parti. Qui morì senza più rivedersi. Una tristezza che si riverbera nel verso nella pietà di Nerina, i cui protagonisti sono il povero Camonio e l'amata Sempronia, vedova e moglie allo stesso tempo... Da Cappadocia ai lidi funesti Antistio Rustico è giunto/Oh maledetta terra e scellerata strage/L'ossa del caro amante Negrina con sé ha onorato/piangendo che fin breve era stato il viaggio/E nel porre l'urna nel sepolcro ove essa stessa voleva essere calata/voleva essere ancora e per sempre amata. Intanto l'esilio stava per finire: Domiziano, pur di non sentire di più le preghiere di Regolo, Faustino e Crispo a favore di Marziale, nel maggio dell'88 gli concesse di ritornare. Ma fece loro chiaramente sapere che se lo Spagnolo riprenderà a gracchiare contro di lui, il Tevere lo avrà come tumolo... E fu fino al 98 l'ultima sua decade romana.
Ciò che per prima rivide lo lasciò di stucco: la sua vecchia casa, offertagli in Comodato dall'amico Valerio Vegeto fin dagli anni di Nerone, era stata abbattuta, mentre le sue cose erano state portate in un altro appartamento accanto al tempio di Quirino: un altro buco di tre stanzette, cucina e latrina, simili a quelle stanzette con la ringhiera nelle periferie di Milano e Torino all'epoca dell'emigrazione interna a fine anni '50. Eppure, le vendite del nuovo libro di Epigrammi pubblicate da Atrecto andavano molto bene. La copiatura era stata più economica e la loro lettura pubblica non aveva avuto i costi di velate più o meno critiche da parte del Potere. La sua vita ritornò alle ordinarie frequentazioni e attività: i vicini Nepote e Vindice; gli amici del cuore Liciniano, Prisco, Regolo, continuarono a stimolarlo nella preparazione del prossimo libro di Epigrammi. Ma il nostro eroe non mancherà di restare più cauto con l'Imperatore e la sua Corte. Faustino rimaneva però il più sincero amico, mentre il piccolo podere di Mentana rimaneva l'unica sua pausa di riposo dalle fatiche romane, mentre la partecipazione alle sontuose celebrazioni religiose e civili, gli imponevano fatiche oratorie e obblighi di cerimoniali davanti a un Domiziano più feroce, perché più attento a non essere oggetto di beffa, tutte attività che a 50 anni quasi gli davano un fastidio crescente. Ma il dolore che ebbe al ritorno alla sua villetta di Mentana lo gettò nel più profondo silenzio: Erodion, la bimbetta degli schiavi Kleio ed Euthymos, a 6 anni era morta per un tremando male che colpiva i bambini dell'epoca. Questa bambina, padre Frontone e Madre Flaccilla, a voi consegno/Mia gloria di latte e miele, o piccina, non temere nel bosco oscuro di fronte al latrare del cane tartaro/A quasi sei anni di freddi inverni, ora sorridi e canti fra vecchi padroni che mi ebbero in vita/Non copra le tue tenere ossa una dura zolla/e tu terra, non essere per lui un peso, lei non lo fu per te. Marziale fuggì da quel luogo tetro e tentò a Baia, sulla costa campana, di ritemprarsi, rimanendo vicino al più fido dei suoi amici, quel Faustino che lo aveva salvato nell'animo e nel corpo mandandolo a Imola. E poi a Viburno, dal collega a Regolo, a due passi da Roma, luoghi che gli fecero dimenticare la dolce bimbetta e che gli consentirono di riordinare e riscrivere altri epigrammi da pubblicare. Primo fra tutti un encomio forzato per Domiziano, spedito al nuovo segretario Partenio e poi a Eufemio, il Gran ciambellano. Ma la disattenzione dell'Imperatore fu pari all'adulazione sviluppata dal poeta: a fine 88 e ai primi dell'89, l'Imperatore, come si disse, domò a fatica la rivolta in Germania del governatore Antonio Saturnino. Solo che un altro generale a lui fedele, Norbano, la spense prima che il dittatore arrivasse a Nord della Germania dove era nata. Al ritorno le voci malevoli di una sua scarsa capacità militare rispetto al padre e al fratello prosperavano, dando spazio alle critiche che i Senatori di nascosto gli facevano, un po' come accadde a Mussolini dopo la sconfitta in Grecia e in Russia.
Proprio Deciano, filosofo stoico popolare, altro amico di Marziale, alzò la voce prendendo modello da Seneca contro Nerone. Rinunzierò a essere da trivia col tiranno per non cadere, ma incapace a buttarvi le mie idee come scarpe vecchie … Se stare fuori dalle grida di dolore, mai vivere con Lui, amo Catone che per la libertà sua vita recisse... Ma confiderà a Marziale di non essere un aspirante suicida. Me ne andrò alle mie origini, a Emerita (l'attuale Merida in Spagna) ad aiutare i miei paesani. Un'idea analoga frullerà nel cervello di Marziale fra l'89 e il 91, un biennio frenetico di lavoro, produttivo di un diverso libro, mentre Domiziano non solo divinizzava la nipote, morta per un aborto di cui si diceva lui fosse il padre incestuoso; ma anche quando celebrò un doppio trionfo sui Catti germanici e sui Daci rumeni, benché il re Decebalo avesse ottenuto una pace molto fragile, come quella nel 2014 fa Putin e Obama in occasione della prima guerra ucraina. Un libro che uscirà a fine 91, finalmente con una dedica a Domiziano, ora però un capolavoro di cortigianeria: Ovunque tu sia, o Cesare, questo libro è dedicato a te/mi basta che tu lo accetti/farò finta che tu lo abbia letto/matrone e fanciulle potranno leggerlo con te/a chi ama le battute salaci e i frizzi irriverenti lasciamo pure i miei primi libri/questo è per il protettore del Mondo! In originale è addirittura Dio... Adulazione? Autocensura? Come fu per Molière di fronte a Luigi XIV? Oppure, un voltagabbana, come l'autobiografico romanzo di Davide Lajolo, pubblicato nel 1984, in piena crisi politica del PCI? Sessa è per una soluzione mediana, una scelta del poeta verso una pace interiore che forse preludeva a un passaggio di temi più consoni alla vecchiaia, all'epoca molto più vicina all'età nel momento attuale. In altre parole, meglio l'uovo oggi che la gallina domani. A Postumio dirà perciò: Non è opportuno attendere il domani per fare quello che puoi oggi/se mi dedico al futuro, sarò più vecchio di Nestore! Quanto mi costa questo demone? E saremo vivi allora? Caro Postumio, goditi l'immediato benessere/per chi visse ieri, oggi è già tardi...
Anche il predetto libro fu un trionfo e perfino la amata Polla gli organizzò all'Esquilino una presentazione lussuosa. Solo che a onorarlo, gli si presentò baldanzoso il rivale Stazio. Come un'ombra malefica che ci ricorda nell'Amleto la scena della comparsa del padre che rimproverava al figlio l'inerzia nel vendicarlo per la sua uccisione; così fu nell'animo di Marziale il successo dell'orazione di Stazio. I complimenti del libro, perfino quelli di Polla, gli sembrarono più deboli per le lodi al rivale. E un verso del Napoletano, lo inquietava: Un'illusione a te è troppo fedele/Non rimira o finto, o vero/Altro Nume che l'alletti. Una profezia di là a poco venire.
5. Gli ultimi fuochi di Marziale, dalla fine di Domiziano al suo ritiro e morte in Patria (novembre 89 - 103/104 d.C.)
Marziale, ormai un meditabondo e triste cinquantenne, dopo un quarto di secolo di Roma, si sentiva solo e abbandonato gli amici. Quelli veri lo erano in pochi; donne che veramente lo amassero, nessuna, salvo una donna che appena gli sorrideva e forse al più lo stimava: Polla, la nobile vedova del poeta Lucano, che ogni tanto lo chiamava a declamare in quelle cene luculliane, fra una portata cena e l'altra, magari per un attimo trascinante; ma poi spesso tralasciata per amori passeggeri. Fra una cosa e l'altra, il poeta preferiva allora meglio caricaturare qualche tipo curioso, ma senza entrare troppo nel merito e senza alcuna volontà di dire una morale... Non era il caso approfondire, visto che la reazione degli interessati poteva ritorcersi contro quel piccolo benessere che si era conquistato dopo gli anni della galera, fra Nerone e Domiziano. Che Marziale, dalla fine dell'89 alla fine violenta di Domiziano (18.9.96) sia passato a una fase di depressione era un fatto assodato dalla luce del pactum sceleris che Domiziano gli aveva imposto, per ritornare nell'Urbe, di limitarsi e contenersi, contro di lui e il suo Governo. E dunque, commentare al più le gare di bighe di Scorpio, oppure criticare le recite in onore della dea Flora, punteggiare le poesie lascive di Canio - divenuto nella materia un discepolo che aveva superato il maestro - al massimo onorare per compiacenza il poeta classicheggiante Stazio, a sua volta genio del dire e del non dire (così invero scriveva il poeta napoletano: adesso che è tua, e l'ingresso è aperto/puoi entrare e uscire quando vuoi/né custode, né legge, né rossore l'impediranno/della tanto desiderata moglie/Sazia il tuo desiderio nell'amplesso, versi che somigliano a quelli delle operette di primo '900 dove si diceva si sa, ma non si dice, per esempio nella Vedova allegra di Lehar). A Marziale, questo genere di poesie simboliche della realtà rispetto alla crudezza della vita, non andava giù e gli faceva un po' di sangue amaro, specie quando venivano acclamate in occasione di matrimoni tra nobili e ricche matrone con Senatori della classe dirigente, come quelli fra Violentilla e Armizio, campioni del conformismo e di doppia morale. Ma c'era in quegli anni un intellettuale, che non si era arreso come lui al conformismo, a rischio di censura e alle conseguenze inevitabili in quel mondo. Era il poeta Decio Giovenale, che la storiografia letteraria lo ha spesso a lui confrontato. Fra i due poeti, Giovenale era ancora più famoso per gli orrori della vita a Roma negli stessi anni, come si vede nella sua terza satira. Non solo c'era differenza d'età, perché Marziale aveva 50 anni quando Giovenale aveva una decina d'anni di meno e di nascita italiana ad Aquino; ma anche per lo strumento poetico adottato, appunto la Satira. Sessa, sulla base dell'epigramma n. 91 del libro VII, che ne elogia la vena satirica e del pari vive come lui modestamente nella Roma imperiale; verosimilmente narra che Giovenale era il principale destinatario dei suoi libri d'epigrammi, ma ne ha quasi invidia perché l'italiano di Aquino vive a Roma, mentre Marziale è stato costretto a emigrare a Imola per essere stato troppo critico dell'Imperatore. E' un'ironia marcata che emerge però dall'epigramma: la bella vita di campagna contro il sudore e la fatica di Roma... E quando si ritroveranno qualche tempo dopo nell'Urbe, Giovenale gli confesserà di avere paura perché si sente sorvegliato dalla polizia... Ma perché Marziale non lo è? Si chiede lo Spagnolo, facendo parlare Giovenale di fronte a un Marziale apparentemente tranquillo. E lo Spagnolo glielo spiega: Tu hai scritto del Mimo Paride che ha svergognato Domizia moglie di Domiziano. Tu lo hai fatto sembrare un marito cornuto in pubblico e dunque hai svelato la doppiezza morale dall'Imperatore... Tu hai rotto l'incantesimo dei vizi privati coperti dalla pubblica virtù, delle famiglie tipo di Roma!... Ma è un fatto vecchio, ormai passato... ribatteva Giovenale con un po' di sarcasmo. Ma i tiranni hanno buona memoria e la loro vendetta è dietro l'angolo ogni momento, rispondeva Marziale con le parole di Sessa. Poi l'incontro ha termine con la promessa che gli farà da tramite con i suoi amici cortigiani con l'Imperatore affinché lo salvi da qualche punizione esemplare. Una promessa che Marziale non adempirà fino in fondo, perché alla solidarietà del collega prevarrà la legittima difesa dalla sicura vendetta del tiranno. Dopo vari tentativi però Marziale riuscì a dare una mano al collega: Crispo, il Senatore più vicino a Domiziano, lo aveva raccomandato e per tutta risposta, il tiranno lo nominò Tribuno della prima corte dei Dalmati in Caledonia, cioè sul fronte di guerra in Britannia. Un incarico simile a quello di Davide che inviò a combattere il marito di Betsabea sua amante per toglierlo di mezzo...
Roma rischiò di perdere un grande poeta riconosciuto dal collega non minore di lui. Si rivedranno anni dopo per fortuna e sarà Giovenale a ricevere le ultime poesie di Marziale dal suo ultimo domicilio nella nativa Bilbilis. Intanto, Marziale si rimise al lavoro e farà una scelta necessaria: il libro VIII della sua raccolta di epigrammi, sarà quello più laudativo dall'Imperatore, la più pudica e la più insincera delle 12 raccolte. Mentire dunque, essere un bugiardo d'autore, fare tutto per bene, dirà Pirandello in una delle sue commedie più mature. Ché, dunque un libro VIII finalmente nelle grazie di Domiziano? Tutta la Corte - ma non il suo collaudato pubblico, alquanto freddo stavolta - approvò quel libretto più moderato. Forse un segno di maggiore sicurezza per il suo futuro e chissà, qualche prebenda in più, magari un allaccio di acqua in casa... Eppure il tiranno taceva mentre il pubblico non cessava di abbandonare il poeta, tanto che l'editore Secondo ne era restato contento. Il giudizio all'Imperatore sul nuovo libretto di epigrammi, non fu laudativo, ma più scarno di quanto fosse stato per gli altri e ciò rendeva Marziale ancora più cupo del passato.
Ma è nel 94 che si colloca la seconda persecuzione contro i Cristiani più rilevante nelle fonti, quella appunto attribuita a Domiziano. Fatto che lo storico Mazzarino (vd. il suo L'Impero romano,1973, Milano, Mondadori) la interpreta come motivazione per oscurare il suo divorzio dalla moglie Domizia e coprire la relazione illecita con la nipote Flavia Domitilla, morta per un aborto voluto dallo zio per coprire l'evidente incesto. E' possibile per lo storico predetto che i Senatori avessero rumoreggiato contro i Cristiani e ne avessero fatto il capro espiatorio, tanto più che fra essi c'era anche il filosofo stoico Elvidio Prisco minore, figlio di un altro illustre stoico, Elvidio Prisco il maggiore, condannato a morte da Vespasiano, tutti in odore di vicinanza o simpatia per il Cristianesimo. Sia come sia, anche il mimo di Corte, Latino, come il citato Paride, venne assassinato da una mano ignota, con un forte sospetto del tiranno, perché ancora una volta era stata messa in piazza la singolare condotta morale dell'Imperatore.
Perfino il poeta Stazio, fino ad allora nelle esplicite grazie dell'Imperatore, per un sonetto ampolloso e per di più non meno ambiguo di quelli di Marziale, era stato criticato a Corte e per di più il pubblico cominciava a essere stanco dei continui richiami mitologici poco noti: i Siculi Ciclopi nelle cui spelonche fu forse plasmata una colossale statua dell'Imperatore, cioè Sterope e Bronte, chi erano? Le auliche citazioni di Stazio non rendevano più. La sua partenza per Napoli - nondimeno una piazza pregevole per il suo avversario - sollevò Marziale che augurò a un tale Gauzio - cioè Stazio - di gustare vini dei vigneti ottimi per sopportare l'esilio in vecchiaia. Poi, come rileva Sessa, Marziale ruppe con Stazio che lo aveva accusato di prolissità per la sua Tebaide e la questione si fece calda perché Stazio insisteva negativamente sulla scarsezza delle rime epigrammatiche. Insomma, finì in una rissa intellettuale. Un epigramma del libro appena uscito di Marziale, poi, recitava di un poeta, il solito Gauzio, che scriveva poemi come uno scultore che senza capacità scolpisce statue d'argilla. Da allora, non si parlarono e videro più. Poi venne fuori il libro nono, il massimo di Marziale a favore dell'Imperatore e della sua cerchia. All'inaugurazione di un tempio sul Quirinale, dove riposavano le ceneri di tutti i Flavi, Marziale lesse l'epigramma centrale dal nuovo libro, una lode assoluta per il Dittatore. Solo che nei distici laudativi alquanto adulatori, Domiziano appariva come un Dio sceso in terra che non poteva non accogliere la domanda vitale di acqua corrente in casa del Poeta... Una provocazione o una singolare pretesa? A Corte fu intesa nel primo senso e nessuno osava interpretarli soltanto come una mera battuta fulminante. Gli amici Senatori, da Faustino a Prisco, riferivano di una nuova ira del tiranno, a sua volta preoccupato che quelle facezie lo esponessero a ludibrio dei tanti romani accaniti lettori di Marziale. Un inverno a Formia sanò forse l'incomprensione di Domiziano e la primavera del 96 riprese a scrivere senza però più eccedere in lodi pericolose sul tiranno. Neppure Polla, di tanto in tanto incontrata, riusciva a calmare le sue ansie, insolitamente fredda ed evasiva, ma forse perché spaventata e timorosa di fare la fine di Domizia, esulata dal marito e da lui divorziata perché inidonea a dargli un erede. Marziale forse già aveva in animo il ritiro a Bilbilis, dopo più di 30 anni di sostanziale disillusione, soprattutto per il rapporto con Domiziano, sul quale i giudizi dei contemporanei sembrano oggi alquanto meno critici. Infatti la scuola di Mazzarino - ma anche le osservazioni di Montanelli e Umberto Roberto - giudica con progressiva revisione l'apparente durezza di Domiziano. Si è oggi sottolineata piuttosto il modello alternativo di Alessandro Magno, dove il Potere imperiale avverso al Senato Patrizio lasciava spazio alla nuova classe produttiva dei Cavalieri. Sicuramente fu un accentratore amministrativo, segnalato dunque dagli storici coevi per avere corrotto a suo favore non pochi funzionari pubblici, specie se diventati tali senza la sua diretta approvazione, come già Plinio il giovane lo definiva predone e un corruttore peggiore di Nerone; e non mancassero prove di complotti di dissidenti, perseguitati ed esiliati, tanto che lo stesso Marziale aveva rispolverato la figura di Catone Uticense. Sicuramente si era paragonato a Dio, come aveva notato uno stoico vicino al Cristianesimo, come Senecione il Rustico. Certamente fu espulso uno storico minore, come Dione Crisostomo. E nel contempo lo spionaggio e la delazione pubblica e privata divennero un metodo analogo ai Regimi autoritari e totalitari del '900. Un insieme di caratteri autoritari come si è visto in precedenza, anche perché il Regime di Domiziano poi aveva alzato la sua attenzione sulla ricca classe degli ebrei emigrati nell'Urbe e che aveva avuto all'epoca di Tito una grande protettrice nella regina Berenice, figlia di Agrippa I e sorella del re Erode Agrippa II, sovrano ellenista dell'Asia Minore. Costei aveva avuto una figlia proprio da Tito, Iulia, riconosciuta dall'ex Imperatore, benché questi avesse però ripudiata Berenice su esplicito mandato del Senato, una delle poche volte in cui Domiziano gli si mostrò alleato. Eppure il profetismo ebraico, sempre secondo la scuola storica moderna del Mazzarino, fu la chiave di accesso alla teologia escatologia cristiana dell’Apocalisse di Giovanni Evangelista. Rileva per questo passaggio proprio un passo della lettera alla Comunità Cristiana di Roma da parte di S. Paolo ai Corinzi dove si allude ai Flavi legati al primo Cristianesimo giudaizzante a Roma prima delle persecuzioni di cui si disse (vd. Mazzarino, op. cit. nel paragrafo dedicato a Domiziano). L'influenza paleocristiana e il conflitto colla religione dei Padri Senatori era però un dato di fatto che si manterrà fino al 96 d.C., il momento della fine di Domiziano. Come ci attesta proprio Marziale - ma anche Giovenale e la schiera di Storici coevi come Tacito e Svetonio - il tiranno dovette sviare la polemica politica interna intraprendendo varie spedizioni militari all'estero contro Germanici, Britanni e Daci già in precedenza ricordate. Un tentativo che sarà ripreso da Marco Aurelio e Diocleziano - che Mazzarino pure ci segnala - fu quello di istituire nelle province di frontiera i cc. dd. Agri decumates, cioè la colonizzazione dei territori sulla riva destra del Reno (oggi la Foresta nera), terre concesse ai cittadini romani idonee a fare da cuscinetto protettivo nei confronti dei Germani. Una via che rallentò l'invasione di quelle popolazioni per circa due secoli. Tecnica adottata dallo Stato d'Israele odierno proprio nella Cisgiordania e a Gaza. Una scelta protettiva e lungimirante che però non bastava: vero è che tali coloni contribuivano con le loro decime imposte all'economia imperiale, accanto a una fiscalità italiana imposta anche ai piccoli proprietari italiani; ma era anche vero che la società opulenta di Nerone e Claudio, fra il 60 e il 68 d.C., divenne non una ricchezza d'investimento, ma di mero consumo.
La finanza sostituì l'economia reale. La speculazione si estendeva in ogni ambito della società, come è possibile intuire da Marziale e Giovenale. Per esempio, le vendite di eredità in vita; i medici dediti all'accumulo di denaro e disattenti alle cure; gli avvocati truffatori; i matrimoni coatti o simulati; gli intrighi familiari; il lusso sfrenato; i popolani arricchiti a danno di schiavi falsamente liberati e ridotti a clienti dei Patrizi. I cavalieri, insomma, che depredavano la vecchia guardia patrizia, come avverrà nella Sicilia dell'800 borbonico di Verga e Capuana, quando i fattori borghesi si sostituirono alla vecchia classe nobiliare (si veda l'acuta analisi sociologica e letteraria di Concetto Marchesi, Marziale, Genova, 1914). In sintesi, gli epigrammi di Marziale - per esempio dedicati a Zoilo - esprimono la grassa borghesia imperiale, dove emerge un coacervo di sconcezze e di amori omoerotici che però ha per contraltare il parallelo senso di moralità della piccola borghesia onesta e operosa. Anzi, il solco segnato da Epicuro e Seneca, troverà nella famiglia di Elvidio Prisco, maggiore e minore, quello stoicismo dell'esistenza e della morte, visto come un simbolo di libertà contro il mondo corrotto della classe dominante. Un’evoluzione culturale che traspare dagli epigrammi di Marziale e che il Marchesi sottolinea come un'anticipazione dell'imminente etica cristiana. Comunque, nel 95 Domiziano, stretto dal Senato indipendentista e dalla classe economica mercantilista, nonché dal popolo minuto in preda a epidemie e carestie; procedette a epurazioni di dissidenti, come farà Stalin negli anni del primo dopoguerra. Domiziano, dominus et deus, come lo chiamò Marziale in quella fase storica più condiscendente al tiranno - cosa che farà per esempio, Trilussa con le sue favole Fasciste dal 1927 - pensò di rompere l'assedio politico, procedendo alla seconda persecuzione dei Cristiani, primo fra tutti il parente Flavio Clemente, in odore di sua successione data la sua influenza sul Senato. Così, per compiacere i circoli patrizi più compiacenti, si comportò come Hitler e Mussolini nella caccia al Cristiano/Ebreo, accusandoli di ateismo giudaicizzante. Era l'epoca del resto della citata Apocalisse di Giovanni evangelista (vd. sempre Mazzarino, op. cit. par. 58-59). E siamo nel 96. Il 18 settembre avviene l'inevitabile: un vendicatore di Domitilla (la moglie di Clemente) e altri congiurati Senatori pugnalarono a morte il tiranno. Erano esponenti delle forze politiche attaccate dall'Imperatore, sia i Cristiano - giudei, sia la corrente patrizia del Senato. Un accordo ambiguo, come si verificò per la caduta del Fascismo il 25 luglio dal 1943. Come nel nostro caso, così fu Imperatore un mediatore intelligente fra le due fazioni, cioè il maturo senatore Cocceio Nerva, un tradizionalista moderato, aperto alle domande di libertà delle classi popolari, come sarà per Noi dopo la fine della guerra Ferruccio Parri, capo di un governo di unità nazionale fra il 21 giugno e il 10 dicembre del 1945. Due provvedimenti immediati lo misero al sicuro dalla eventuale reazione militare: intanto, abolì ogni forma di persecuzione nei confronti dei Cristiani, ivi compresa la tassa sugli ebrei; poi lasciò in vigore i diritti reali acquisiti fin dall'epoca di Vespasiano sui territori pubblici in Italia, proteggendo così la piccola borghesia agraria da tentativi di colonizzazione di nuove classi di possidenti ex militari fedeli a Domiziano.
Come reagì Marziale e la classe intellettuale da più o meno compromessa con l'Imperatore? Per buona parte del 96 la situazione di Marziale non cambiò: si dedicò al decimo volume della sua collana, limitandosi alla tipologia dei tanti personaggi caratteristici presentati nelle loro manie e nei loro desideri più reconditi, da Paola, a Domizio, Prisco, Aio, Fileno, Apollinare, ecc. perfino di se stesso disse: Per i miei senari e per i miei esametri, per le mie facezie, molte e non io, che son Marziale noto al popolo, anche al mondo, non pretendo invidia anche se non sono così famoso come il Cavallo Andremone (libro X, n. 5 ed. a cura di Giuseppe Lipparini, Bologna, 1943). Intanto, gli amici napoletani gli annunziarono l'improvvisa morte dell'odiato collega Stazio, autore delle odi Silvae, un altro florilegio di poesie ancora alquanto retoriche e variegate, solenni e declamatorie che Marziale non sopportava sia nel merito che nelle forme. Il nostro poeta in quella lunga estate temeva sempre il tiranno. Ma quando a settembre seppe della sua uccisione brutale, da parte dei vicini di casa, che corsero a riferirgli l'evento fino al suo podere a Mentana, cadde in una preoccupazione ancora più grave. E ora cosa mi accadrà? Questo Nerva, appena eletto dal Senato e acclamato dal popolo come si sarebbe comportato con lui? Gli ultimi epigrammi di plauso spesso eseguiti a favore dell'Imperatore, all'epoca necessari, ora gli sembravano troppo servili e fuori di luogo. Agli schiavi, ormai di famiglia, Trebano e Anfione, e ai liberti di Mentana, manifestava anche una certa paura di rimettere piede a Roma. Il ricordo delle vendette e delle squadre di avversari di Nerone che spadroneggiavano Suburra al Quirinale alla ricerca di amici lo affliggeva. Non avvenne però nulla di ciò: un effetto fu solo la damnatio memoriae del dittatore e una generale amnistia per coloro che lo avevano servito insieme a coloro che lo avevano ucciso, cioè il senatore Stefano, amante della sorella Domitilla, Partenio il segretario personale e la stessa Domizia, un'Imperatrice non meno viziosa di Messalina. Nerva, un ottimato Senatore, eviterà spargimenti di sangue e nel biennio di Governo sarà un pacificatore.
Piuttosto, la quasi contemporanea morte naturale di Quintiliano, nella sua scuola d'eloquenza durante una sua memorabile lezione, sembrò a Marziale, suo ossequioso epigono, la fine di un mondo, come quando Stefan Zweig nel 1919 vide la conclusione di un'era. E un'altra grande intellettuale dell'epoca, Plinio il Giovane, visitato da Marziale in forti ambasce, gli consiglierà di riscrivere le bozze del decimo libro in preparazione, tagliando ogni verso di encomio del vecchio tiranno in armonia alla cancellazione dal quotidiano di ogni riferimento al riguardo. Un po' anche come fece il poeta romano Trilussa, dopo la caduta di Mussolini nel 1943, quando addirittura cambiò edizioni e titolo di una sua raccolta di poesie del 1927, cosicché le Favole fasciste divennero Favole romanesche. In breve, quando a pagg. 266-267 del bel volume di Sessa, leggiamo alcuni epigrammi ritoccati in extremis dal suo autore: la scrittura appare al massimo di organicità e al meglio del fraseggiare. Solo che alla fine, un senso di profonda malinconia emerge: Scrivo per voi Romani ovunque voi siate, per voi che mi rendete con gli interessi tutto quello che vi offrono i miei libretti. Oh, se avessi avuto un mecenate, quali opere avrei scritto per voi!
Qualche segnale ulteriormente positivo veniva del nuovo Imperatore: Nerva rispondeva al Senato, nel quadro del suo ritorno all'ordine, di richiamo in Patria gli esuli dissidenti. E infatti Giovenale e Liciniano - il senatore dissidente compaesano di Marziale - tornarono dalla Caledonia e dalla Macedonia, zone di guerra dove il tiranno maliziosamente li aveva confinati. Con Giovenale, proprio nella vecchia casa del Pero, dopo un restauro alquanto complesso, cenarono e brindarono al ritorno della libertà. Presente anche era Canio, un attore, voce recitante di ambedue i poeti. Epperò un'ombra di dubbio si vedeva nelle parole e nel volto di Marziale. Se ancora una volta il Potere - ora Nerva - non si fosse veramente schierato a favore seriamente del Nostro Poeta, non era il caso di tornare per sempre a Bilbilis? Giovenale, già su quelle note e ormai esperto di tali speranze fallite, gli propose invece di un ritiro più vicino, magari nell'oasi di Imola, dove tanti amici intellettuali svernavano fuori da quell'Urbe confusionaria e mai disponibile per coloro che pensavano al bene comune. Si abbracciarono e non si videro più. A fine 98 vari eventi affrettarono la scelta del ritiro di Marziale. Il 25/1 del 99 moriva Nerva, senza avere mai manifestato alcun favore per lui, e poco dopo, l'adozione a Imperatore del generale Traiano, proposto dal Senatore Sura, che lo aveva prescelto come successore su parere di Nerva, ormai malato terminale.
Un nuovo Imperatore? Con cipiglio accanito, Marziale riprende a lavorare sul decimo libro di Epigrammi, lo ripulì finalmente da ogni lode a Domiziano e riprese a fotografare la vita reale di Roma: stavolta eliminò ogni orpello laudativo e si mise a sfottere se stesso e il lettore tanto per ricordare quest'ultimo che ho pubblicato in fretta codesto mio decimo libro, così riprendo l'opera che mi scappò dalle mani. In parte cose vecchie... il più è roba nuova. Ama, o lettore, il tutto, tu che sei la mia vera ricchezza! Una confessione quasi finale e l'abbandono implicito di ogni velleità riguardo al Potere. Alle calende di Marzo, a quasi 60 anni, Marziale cominciò a cucinare per sé e per gli ospiti. Canio e Teofila, la coppia di attori che dopo qualche tempo lo seguivano nelle classiche recite pubbliche dei suoi epigrammi. E a loro, come a Trebonio, servo fedele, quasi un fratello, comunicò la sua decisione finale di tornare per sempre a casa. Decisione maturata dopo che il senatore Sura, su istanza di Plinio il giovane - ultimo intellettuale serio in quella Roma ormai decadente - rivolta a dare a Marziale una sportula più consistente in cambio dei suoi carmi ora anche per Traiano, gli rispose senza ulteriori infingimenti che la sua parabola a Roma era terminata. Il favore mostrato per Domiziano, malgrado fosse stato radicalmente mutato nel libro decimo, lo toglieva comunque da ogni nuovo favore. Senza contare che perfino l'avvocato Regolo, ultima sua spiaggia per ritornare in auge con la nuova classe dirigente, gli diceva di abbandonare la partita. Come Trilussa nel 1945; come Zweig nel 1919; come Fallada e Brecht dopo gli splendori di Weimar, come tanti intellettuali filocomunisti negli anni '90, dopo la caduta del Muro di Berlino; così anche Marziale doveva chiudere a Roma la sua attività poetica perché il ritorno all'ordine dei buoni costumi non poteva avere alcun dissenso. E così, dopo una breve, quanto dolorosa, sequela di saluti a tutti gli amici - ormai pochi - che gli restavano, Marziale prese la via del mar Tirreno e ritornò a Bilbilis.
Erano passati 35 anni a Roma: alcuni buoni altri meno buoni, ma tutti nella piena coscienza di avere servito l'Umanità attraverso i suoi versi liberi e veri. Come dirà Concetto Marchesi nella sua impareggiabile biografia del 1914, il poeta spagnolo non fu un filosofo, ma un osservatore della vita quotidiana. Quasi un precursore dei primi Cristiani dalla Chiesa delle origini, un missionario in quella Suburra popolare dell'Urbe, dove gli istinti umani si erano concentrati all'improvviso e che un poeta come lui aveva dato significanza e valore. Ricchi e poveri, buoni e cattivi, signori e servi, erano stati smascherati. Contro i miti religiosi e umani - per esempio, Ercole e Catone Uticense - in due battute svelava la bontà dello scemo, la condotta dell'arrogante, la morale del furbo, l'etica del potente, la buona fede del mimo, insomma la speranza del fallito in terra e del beato in cielo. Una rivoluzione morale come quella dell'analogo Giovenale, non esplicitata con rabbia e insulti, ma col riso che castigava il sentire sociale, ovvero con l'ironia e la satira a doppio senso che soltanto dopo dieci secoli bui di ordine morale troveranno in Boccaccio ampio sfogo.
Dopo la riscoperta di Petrarca, fino ai motti della maschera popolare romana di Pasquino, ai versi grotteschi di Heine; rivedremo ormai le caricature romanesche di Trilussa nel 900, i decadenti borghesi del Cabaret di Weimar, o nella Vienna di inizio secolo gli aforismi di Karl Kraus e negli ultimi decenni le stoccate di Flaiano. Prima di morire Marziale così dirà: quando il disgusto mi prende e voglio dormire, scappo in campagna! Oppure: io non amo l'Uomo che si vanta di se stesso/né colui che dice di essere onesto/ma solo colui che è lodato dalla gente mi può piacere! E l'accusa di oscenità e di volgarità, lo fecero scomparire dalle scuole cattoliche medievali che ne rilevarono le frequenti sconcezze, segnalate ancora oggi al punto che i suoi epigrammi vengono spesso obliati nei manuali scolastici, per una classica tendenza a coprire i vizi privati e a esaltare le pubbliche virtù (per esempio, si veda la scelta minimalista e ampiamente critica del manuale di Luigi Perelli di letteratura latina nei licei fin dal 1969).
Oggi la critica ricettiva in Italia è positivamente mutata. La biografia dell'epigrammista spagnolo (Il poeta scomodo, ed. Arkadia, Cagliari, 2025) di Paolo Sessa, a cui ci si è riferiti nella già citata prima parte di questo studio, su questo blog in data 23.2.2026. E' questa una svolta epocale. La scelta del poeta di rappresentare una folla di uomini e donne, che fino ad allora non aveva avuto volto nella letteratura classica, senza peraltro eccedere nel moralismo; trova nel biografo un attento cultore delle tradizioni popolari, già collaudato nei Canti di amore per la Sicilia (Catania, 2015) e nel Mistero al Mulino e altri racconti Milesi nel 2024. Uno scrittore di cui dovremo riparlare necessariamente.
Giuseppe Moscatt
Bibliografia
- Oltre alle fonti citate nel testo vd. Anche ALDO SCHIAVONE, La storia spezzata, Roma Antica e Occidente moderno, nel secolo I d.C. Einaudi, 2020.
- HUBERT ZEHNACKER, JEAN-CLAUDE FREDOUILLE, Letteratura latina, 2019, ed. Hoepli, Milano, Cap. 8/9
- Sulla figura di Domiziano e i Flavi, si veda su Raiplay la serie televisiva di storia, Passato e presente, stagione 2020-201, con il commento del prof. Umberto Roberto.

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