martedì 17 febbraio 2026

Scuola ottavo capitolo. Dal primo all’ultimo giorno del mio primo anno di scuola da insegnante.


 

Avrei avuto allievi tra gli undici e i quattordici, massimo quindici anni. Dovevo essere una guida per loro, i miei ragazzi. Non potevo più fare soltanto il giovanotto ghiribizzoso sul mio palcoscenico, sebbene non avessi ancora compiuto venticinque anni in quell’ottobre lontano.

“La morte non esiste” pensai continuando a guardare l’acqua del Brenta. “Questa scorre continuamente da sempre. Se sarò una buona guida per gli alunni, se saprò educarli,  continuerò a vivere in loro, nei loro figli, nei figli dei loro figli e così via. Devo lasciare delle impronte buone. Sono ancora cerei  in virtutem flecti , come la cera in grado di prendere l'impronta della virtù. La morte, se c’è, non riguarda lo spirito, non il mio.

 Dopo questi pensieri, ero salito al castello di Marostica.  Nel successivo maggio odoroso sarei tornato in quel luogo ameno circondato e allietato da voli di rondini,  e avrei fatto lezione su quel prato smeraldino, cinto da mura, tappezzato qua e là di fiori bianchi caduti volteggiando dai lisci, neri ciliegi, come in una notte d’estate scendono scivolando dal cielo  le stelle nelle insenature del golfo di Corinto, e invece di inabissarsi spente nell’imo[1], galleggiano trasformate in barche da pesca  luccicanti sul mare. Questo avrei detto a Ifigenia la notte fatata di Galaxidion dodici anni più tardi durante il nostro viaggio ciclistico in Grecia.

Tutta la vita è collegata con se stessa, come la letteratura e l’arte e i vari momenti si collegano e comparano tra loro.

Sul prato del castello invece sarei andato con il collega Peppino e la nostra terza media nella primavera seguente. Ero contento di pedalare con altre persone contente, felice di parlare con loro, di ascoltarle, di comunicare la mia gioia di vivere con l’umanità rigogliosa degli adolescenti. Stavo trovando la mia strada.

 

Mi vedo l’ultimo giorno di scuola, il 12 giugno del 1970, in una foto con Peppino e le nostre tre classi. Siamo allineati davanti alla chiesa di Camignano dove si legge Venite Adoremus. Di fianco si vede una grande quercia frondosa, profetica, come quelle di Dodona dove sarei andato in bicicletta dversi anni più tardi, per fare esercizio e pregare.

 

Tutto nel sole di giugno brilla: il muro del tempio, le nostre facce giovani e liete, i grembiuli neri delle bambine e pure la tam brevis umbra  dell’albero antico che in giugno non arriva a celare tutto lo splendore del  sole[2].

Ho indosso un vestito di lino bianco che mette in risalto l’abbronzatura. Ho l’aria soddisfatta. Sono armonioso. Ho il volto dai lineamenti marcati, e pure fini: mi sento bello. So di piacere.

Sento di avercela fatta a diventare quello che volevo, quello che sono: un educatore.

Mi mancava ancora però il vivido pathos di una donna giovane, bella, intelligente. Una della mia levatura. Tuttavia non volevo sposarmi né fidanzarmi. Alcune colleghe attraenti, ragazze carine, educate, le avevo incontrate: con un paio di loro avevo pure fatto amicizia, ma un rapporto impegnativo mi spaventava: il mio tempo doveva andare in massima parte alla scuola, allo studio e allo sport per non diventare più rozzo né più fiacco del necessario. Inoltre sapevo che prima o poi sarei tornato a Bologna.

Avventure amorose volevo, ma le giovani professoresse cercavano altro, né io volevo ingannarle. In luglio sarei andato di nuovo a Debrecen affamato di amore.

Lì sarei potuto tornare il ragazzo che ero stato, che per tanti versi ero ancora .

 

Bologna 17 febbraio 2026  ore 10, 26 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Cfr. Leopardi, All’Italia, 122

[2] Cfr. Lucano, Pharsalia, IX, 530, ombra tanto corta.


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