mercoledì 31 dicembre 2025

Il discorso di fine anno di Sergio Mattarella

Il presidente della Repubblica ha fatto un discorso politico e retorico divisibile in due parti dalle proporzioni diseguali

La prima molto ampia che celebra “le magnifiche sorti e progressive” innegabili degli anni della riforma agraria, del piano case popolari, del miracolo economico dell’assistenza medica gratuita estesa a tutti.

Una pars costruens che sono pronto a sottoscrivere aggiungendo magari il presalario per gli studenti bravi e di famiglia non facoltosa. Electi ex optimis c’era scritto nella facciata del collegio Morgagni di Bologna.

E’ seguita, molto più ridotta,  la parte  con il resoconto delle sorti regressive nate dalle stragi. Mattarella ha ricordato quelle che uccisero Falcone con la moglie, poi Borsellino, comprese  le due  scorte.

Ci sono state altre stragi ancora più sanguinose come quelle di Milano, di Brescia, di Bologna ma queste non sono state attribuite alla mafia, e ricordarle poteva essere imbarazzante per via del coinvolgimento di pezzi dello Stato.

 Imbarazzante sarebbe stato anche ricordare  Aldo Moro al cui assassinio contribuirono probabilmente potentati esterni che non vennero ostacolati allora e non sono mai stati denunciati.

Il Presidente ha concluso con una perorazione rivolta ai giovani che ha incoraggiato  con  parole retoriche senza nemmeno menzionare le loro difficoltà, l’impossibilità per molti di studiare nelle scuole migliori e di trovare buoni posti di lavoro occupati dalle caste almeno per questa generazione e la prossima. Sicché i più bravi e  meno protetti vanno all’estero.

Concludo dicendo che l’elogio del buon tempo oramai antico dello Stato sociale era realistico , mentre c’è stata la reticenza della doverosa denuncia del fatto che è in fase avanzata la dissoluzione di ogni tutela dei tanti  cittadini giovani e meno giovani che hanno bisogno dell’aiuto delle Istituzioni

Bologna 31cdicembre 2025 ore 21, 16 giovanni ghiselli

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Ifigenia CLXVIII. Il Capodanno del 1980. Un primato veramente olimpico.

Il trenta dicembre andammo a Roma ospiti del mio simpatico e generoso cugino paterno. Ifigenia non ne fu subito contenta perché non conosceva nessuno della compagnia “caciarona” che trovammo a casa di Stefano, però quando restammo soli nel letto la notte di Santo Silvestro ce la spassammo come poche altre volte nelle nostre vite mortali.

Durante il giorno del 31 la mia compagna si era adattata a quei Romani tipici, trovandoli comunque accettabili. In fondo era piuttosto fanfarona anche lei e pure io mi adattavo al contesto non antipatico. Restammo con loro fino alle due di notte, poi andammo nella camera assegnata.

Eravamo allegri e facemmo l’amore tante volte da segnare un record  non solo della coppia ma probabilmente olimpico.

Mi scuso per la pudibonda aposiopesi ma non me la sento di scrivere quante volte facemmo l’amore.

 A proposito di gare raccontai a Ifigenia che la mamma di Stefano, la zia Carla, mi aveva ospitato a Roma durante le Olimpiadi del 1960 e a casa loro avevo conosciuto un atleta delle corse a ostacoli, Salvatore Morale, un amico di mia cugina Cristina, il quale avrebbe vinto delle medaglie e fatto segnare il primato europeo. Aveva sei anni più di me e fu talmente generoso da portarmi nello stadio, guardarmi correre e darmi dei consigli su come potessi migliorare. Non invano.  Mi motivò a mettercela tutta nella corsa. Durante l’estate del prossimo 1980 avrei vinto una gara di 1500 metri nello stadio di Debrecen battendo ragazzi assai più giovani di me.

 Ifigenia era sul traguardo e tifava e applaudiva.

 Già quella notte di Capodanno avevo uguagliato i miei precedenti primati da atleta del sesso.

Con Helena poi con Ifigenia stessa. Ne ero soddisfatto ma l’ amata disse che i primati devono venire oltrepassati, non solo raggiunti.

La sua richiesta mi parve troppo esosa e finsi di cadere nel sonno. La fervida ragazza. però non si diede per vinta: mi afferrò le spalle, iniziò a scuoterle e a canticchiare un’arietta con le sillabe dundurudum durudum durudum. Dovetti aprire gli occhi, quindi le domandai: “questo che cosa vuole dire?”

“Che il tuo desiderio è fiacco. Non riesco a sopportare la tua sazietà sonnolenta. Che uomo sei? Sei malato o fai finta per disdegnoso gusto?” rispose con un sorriso simpatico, pieno di malizia e di allegria”.

 “Magnifica provocazione”, pensai-

Quindi risposi: “Ora te lo faccio vedere”

Replicammo ancora con gusto e con gioia.

Mi venne l’incipit dell’Olimpica I di Pindaro. “Ottima è Ifigenia, altro che l’acqua” le sussurrai e mi addormentai.

 

 31 dicembre 2025 ore 19, 14 giovanni ghiselli

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Ifigenia CLXVII. Un sogno e un film. Un capitolo che non incide sul seguito. Si può saltare.

Dicembre passò senza eventi degni di nota, tanto meno di racconto. Studiavo tutto  il giorno per educare i miei allievi di quinta ginnasio e per aiutare la nuova supplente alquanto sprovveduta poiché la scuola non insegna a insegnare se non con l’esempio dei docenti che del resto spesso non sono persone colte e ancora più raramente sono degli educatori.

Lucia era una ragazza carina e molto insicura: diceva di essere sfiduciata in se stessa siccome aveva perduto fiducia nell’umanità, però avere incontrato in  me una persona buona che la stava aiutando. Le mie parole suonavano bene alle sue orecchie, le sue non mi sembravano imbellettate né false, anzi vincevano il silenzio alternato alla chiacchiera di quell’altra.

La nuova arrivata mi lusingava e non mi spiaceva che lo facesse siccome aveva un bel volto, con grandi occhi ricchi di pathos ed era ben fatta di corpo.

Forse potevo  educarla. E’ sempre il primo pensiero che mi viene in mente quando vedo una giovane attenta alle mie parole.

 E’ quasi un istinto.

Leggevo molto dunque e imparavo nuove parole buone e belle anche sperando che mi procurassero un’altra borsa di studio visto che la precedente stava per scadere.

Ifigenia attirata dal mondo degli istrioni, mi interessava meno e le dedicavo poca attenzione.

 

Una notte feci un sogno che mi spaventò.

Sognavo che era la fine dell’ estate, il periodo più triste dell’anno. Tempo di lunga e lugubre decadenza del sole. Con Ifigenia e mia sorella ero  sulla spiaggia di Pesaro battuta dal vento e dai cavalloni di una burrasca marina. Parlavo di storia greca. A un tratto Alfredo, il bagnino storico di quella zona, viene ad avvisarci che il tratto di mare antistante  è il più pericoloso di tutta la costa.

Gli rispondo che il rischio mi piace e perciò continuo a frequentare la sua  spiaggia pericolosa da sempre.

Subito dopo Ifigenia sparisce. Continuo a parlare con Margherita. La istruisco sulla tirannide mite di Pisistrato.

 

La sorellina era stata la mia prima allieva quando si era bambini. Ha quattro anni  meno di me, molti quando si era piccoli, e Margherita chiamata Citta, bambina nella lingua toscana di casa nostra, mi ascoltava devotamente. Poi però non aveva frequentato il classico, non aveva studiato greco, e si era distratta da me. Quindi pure io da lei. Mi ero sentito tradito e disincantato da quel rifiuto. Ci siamo ritrovati decenni dopo grazie al buon Cinema che piace molto a entrambi. Da vecchio sono riuscito a farle amare anche la letteratura greca.

 

Torniamo al sogno: a un certo punto domando a mia sorella dov’è Ifigenia. Risponde che non può saperlo. Mi sembra che voglia nascondermi qualcosa di brutto. La incalzo: “dov’è, dov’è Ifigenia? Ti prego, dimmi dov’è”.

Margherita tace ma si avvicina Dante, il vice bagnino mezzo vecchio e mezzo pazzo, che mi fa: “Hanno detto che è andata a nuotare molto lontano, e nuotando, nuotando a un tratto perse la lena, quindi si meravigliò. Poi la trovarono con il volto tumefatto, sbiancato dal sale”.  

 

Allora grido: “Che cosa mi racconti vecchio demente? Non sarà mica morta!” E mentre dormo ho paura davvero.

Interviene Margherita che dice: “Quando hanno sollevato lo straccio che le copriva il viso, era verde  come una triglia putrefatta e aveva gli occhi girati all’insù.

Ricompare Alfredo e mi dice: “se è morta, dovrai pagare una multa salata!”

“No, no! –torno a gridare-vorrei essere morto io piuttosto che rimanere qui a smaltire un’orrenda vecchiaia rabbrividendo nel vento e nell’ombra che cala dagli alberghi e si allunga ogni minuto di più!”.

 

Mi sveglio pieno di spavento e prendo nota.

Scrissi che il significato latente delle immagini oniriche doveva essere questo: Margherita cui facevo lezione di storia era Lucia mascherata. Il significato generale era che mi mancava Ifigenia quale era stata nella nostra primavera felice e temevo che non l’avrei ritrovata mai più in quello stato di grazia.

L’incontro con Lucia, prevedevo, sarebbe stato breve e inconcludente come quello visto in un film quando ero bambino, un bel film perché la madre mia aveva gusto per il cinema e portava noi  due fin da piccoli a vedere quello che le piaceva a lei. Dico di un film del 1945 intitolato Breve incontro con una storia d’amore non consumato se non con due baci dopo un corteggiamento reciproco fatto di parole intelligenti.

Cinema, vita, studi, lavoro, affetti, amore ogni momento della mia vita scorreva dentro di me e interferivano tutti tra loro.

Pensai pure che continuare la relazione con una donna che non amavo e non mi amava avrebbe fatto molto male a entrambi.

La persona pessima che manda in rovina pessumdat è a sua volta pessum itura, destinata alla rovina.

 

 

Bologna 31 dicembre 2025 ore 18, 42 giovanni ghiselli

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Ifigenia CLXVI. Compare una nuova ragazza e collega: Lucia. La notte di novembre sul mare.


 

La nuova collega  ancora intentata, sicché da tentare, Lucia era giovane molto anche lei: aveva una decina di anni meno di me e tutto da imparare. Non era una bellezza  ma si era costruita uno stile che la impreziosiva. Soprattutto aveva una forza espressiva che la distingueva in meglio da molte altre, compresa Ifigenia. Il suo aspetto mi ricordava quello delle donne di casa mia e la mia stessa facies. Una lepida moretta insomma.

Ifigenia si accorse subito che la guardavo con interesse e disse: “ti piace perché ti assomiglia: tu sei malato di narcisismo”. C’era qualcosa di vero. Aveva di speciale gli occhi grandi e lunghi, carichi di una luce densa e da decifrare. Il taglio delle palpebre era il mio preferito: finnico-mongolico.  

All’epoca commentavo l’Edipo re di Sofocle e iniziavo a leggere Thomas Mann. Studiavo molto soprattutto per impressionare la nuova apprendista che mi chiedeva spesso consigli su come interessare gli allievi. Avevo già allora un repertorio discreto e lo accrescevo, lo miglioravo ogni giorno.

Ifigenia intanto si demotivava sempre più rispetto alla scuola e a me stesso, nondimeno mi pesava addosso, come l’Etna su Encelado o Tifone, e tutte le volte che muovevo le membra stanche per liberarmi, colei preponderava tutta intera sul mio povero corpo oppresso, schiacciato dal suo..

Ricordo una notte di fine novembre: solo nell’autostrada guidavo la bianca Volkswagen ancora ammaccata. Ero partito tardi dopo avere studiato La morte a Venezia per raccontarlo ai miei scolari e alla supplente Lucia. Sulla strada pioveva e c’era nebbia. “Novembre è il più crudele dei mesi-pensai-altro che aprile. Essere nato in uno di questi giorni privi di luce e di calore mi ha spinto ad amare il sole, le donne abbronzate, la vita variopinta”. Ascoltavo da un nastro il preludio del Guglielmo Tell di Rossini: mi sembrava la traduzione in musica di una galoppata trionfale. Mi infuse voglia di correre per arrivare a rinnovarmi.

“I beni-pensavo- arriveranno al momento giusto come accade ogni anno. La terra tornerà a essere luminosa e fiorita, poi giungerà l’estate nuda incoronata di spighe, magari anche Lucia verrà da me svestita a festa con il capo impreziosito da  qualche segno di supremazia  e mi renderà felice con una beatitudine superata di poco da quella divina”.

Quando arrivai a Pesaro, intorno alle due, andai subito a vedere il mare il cui desiderio a Bologna talora mi fa sgorgare le lacrime quando lo vedo al cinema.

Quella notte però non ritrovavo la costa edenica che avevo rimpianto negli ultimi mesi. Una bruma fredda spirata dalla valle del Foglia copriva quasi tutta la rena e si stava allungando, tenebrosamente, sul mare. Tuttavia appariva ancora, seppure intermittente, la luna che quella sera era piena ed era in grado di inviare sorrisi sporadici sulla distesa marina nelle cui increspature si immillava la luce.

Pensai a Helena la maxima domina mater et magistra: “tibi rident aequora ponti”.

C’era una marea molto bassa, sicché camminando si poteva arrivare vicino agli scogli scabri della barriera senza bagnarsi. Quei macigni bianchi, coperti in parte di alghe verdi e mitili neri, mi fecero tornare in mente le rocce nude, i boschi e i prati della valle di Fassa quando al biancheggiare della luna appaiono nelle notti serene di primavera e tutt’intorno freme la vita che rinasce nel greto del fiume, nei miti declivi già coperti di erba, negli erti pendii dei boschi, e muove i primi passi incerti perfino nei dirupi scoscesi ancora chiazzati di neve.

Dopo qualche minuto andai a dormire speranzoso nella casa dove alloggiavo già da bambino, a pochi metri dal mare i cui aliti mi infondevano desiderio di grandi spazi  fin dai primi anni di vita.

 

Bologna 31 dicembre 2025 ore 17, 16 giovanni ghiselli

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oggi è il giorno di Santo Silvestro. Auguro un 2026 pieno di gioia a tutti voi che mi leggete. Anche a quelli che mi insultano per le mie idee. Non sanno quello che fanno, perciò li perdono. Dimitto illis; non enim sciunt quid faciunt.

A me stesso auguro di continuare seguendo il mio metodo, questa strada che sto percorrendo con soddisfazione. Oggi ho camminato per un paio d’ore senza fatica. Studiare e scrivere mi aiuta. Spero che da quanto scrivo possiate trarre qualche beneficio anche voi che mi leggete.

Un caro saluto e un  abbraccio

gianni.

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L’ammirazione di un vecchio per una ragazza fascinosa, geniale.

Sono un ammiratore di Jasmine Paolini.

Molto brava e capace di fare bene quello che fa.

Un’eccezione nella marea di donne, e uomini, che si esibiscono senza saper fare nulla: né parlare, né scrivere, né ballare, né piacere in nessun modo. Sono brutte e brutti anche nell’aspetto che incarna la loro incapacità. Le femmine si atteggiano a maschi e viceversa. La Paolini è molto femminile anche quando tira fuori la grinta della vincente. Come tutte le persone geniali conserva alcunché di infantile che la imbellisce senza indebolirla, anzi la rafforza. Quando parla non dice una parola di troppo, quando gioca i colpi della sua racchetta sono quasi tutti vibrati dall’intelligenza. Non ha bisogno di bluffare o mentire perché le sue capacità le consentono di essere diretta. Come ogni persona di grande fascino ha un difetto: il naso non aquilino, anzi camuso ma questo, come tu dotto lettore sai bene, è un difetto socratico. Quando la guardo giocare non perdo tempo che è il mio bene più prezioso. La sua bravura, il suo sorriso, il suo stile mi infondono buonumore e mi spingono a fare bene a mia volta. Le sue cosce non lunghe ma belle, molto più belle di quelle più lunghe delle virago bionde, le sue avversarie brave pure loro ma non come lei, le sue gambe insomma mi spingono a recuperare la forza delle mie inficiata dalla caduta del 7 luglio scorso. Concludo perché devo andare a rafforzarle camminando e a cosmetizzarmi rivolgendo la faccia al sole che sta recuperando la forza anche lui.

Se avessi avuto una figlia mi sarebbe piaciuta una tipo Jasmine. L’avrei però chiamata Elena o Margherita o Luisa.  Ma non l’ho avuta. La madre ha voluto abortirla. Forse la Provvidenza non me l’ha data perché l’avrei amata troppo viziandola. Una “provvida sventura”?  Probabilmente sì. Mi consolo, anzi mi rallegro osservando il sorriso della Paolini quando stringe il pugno dopo ogni punto vincente.


Bologna 31 dicembre 2025 ore 11, 47 

giovanni ghiselli


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Today77 (le gambe delle femmine dicevano nel Veneto)

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Ifigenia CLXV Un incidente con tanto di tuono mi dice che devo cambiare strada.


 

Ricordo un evento significativo del mese di ottobre.

Ifigenia, oltre le gambe belle e slanciate, non aveva alcun mezzo di locomozione e si faceva accompagnare da me quando doveva compiere un tragitto non breve in poco tempo.

Un sabato, verso le tre, mi telefonò chiedendomi di portarla da un fotografo professionista che le avrebbe fatto dei “ritratti”.

 Pensava che lasciare alcune sue foto ben riuscite in un cassetto della scuola per aspiranti attori che frequentava significasse dare una mano alla sua ambizione, in quanto “può capitare-diceva- che dei registi frughino nei cassetti della nostra accademia cercando immagini di volti espressivi”.

 “O insensata cura de’ mortali!”, pensai. Come ho già detto, la ragazza era bella ma non particolarmente espressiva soprattutto in una fotografia. 

La sua volontà di recitare oramai era decisa e la manifestava senza mezzi termini. A me non dispiaceva: se da una parte rischiavo di perderla, dall’altra mi aspettavo che sarebbe diventata più interessante per me casomai il suo piano avesse avuto successo, e mi avrebbe stimolato a fare il salto di qualità da studioso divulgatore di scritti altrui a creatore di testi per l’amante attrice. Se invece lei non fosse riuscita nel suo intento restandone frustrata, tediosa, inutile peso alla terra e opprimente per me, prima o poi con le mie capacità di studioso, oratore e scrittore avrei impressionato un’altra giovane donna da mettere  al posto di questa fallita oramai.

Sabato 20 ottobre dunque Ifigenia salì sulla mia nuova automobile: una bianca Volkswagen decappottabile che sostituiva la nera dei tempi belli e lontani dei giri con Helena la mater  domina et magistra  di allora.

La trattavo con ogni riguardo come si fa con tutte le cose, e pure con le persone, prima di considerarle logore e viete in seguito all’uso che ne abbiamo fatto noi stessi.

Ora comprendo che le persone non sono cose e non vanno usate come tali.

Durante il tragitto Ifigenia si diede ai sbaciucchiarmi il volto, compresa la parte che avrebbe dovuto guardare e vedere.

Profecto in oculis animus habitat"[1], con gli occhi mi chiudeva ogni via alla necessaria attenzione.

 Avrete già capito cosa accadde: un incidente sulla strada dove procedevo privo di prospettiva.

Sentìì come un tuono.

Acciecato com’ero, urtai un ragazzo su uno scooter, lo feci cadere arrossarsi di sangue e impallidire dallo spavento. L’automobile nuova compratami da mamma e zie con una colletta ne rimase ammaccata. Quel giorno decisi che colei non era la donna per me. Oggi, passati diversi decenni, so che talora un accidente, spiacevole sul momento, è comunque un segno del cielo  che ti dice: “guarda che sei su una strada sbagliata! Questa che stai percorrendo non è la via che può condurti al compimento di te stesso, alla tua felicità. Su tale percorso tu non funzioni: non è il tuo. Devi ancora trovarlo: cercalo altrove!”.

In novembre, alla prima occasione, mi innamorai di  un’altra giovane donna, una nuova supplente appena arrivata. Si chiamava Lucia: era bellina, e fine, almeno tale mi apparve nel primo momento

Bologna 31 dicembre 2025 ore 10, 10 giovanni ghiselli

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L’incidente del 7 luglio scorso con la frattura del femore che sta tornando a posto ma molto lentamente è stato il segno del cielo che in questo declinare della mia vita devo dedicare più tempo che mai allo studio, allo scrivere e al pensare. Me lo dice anche la grinta della meravigliosa tennista Paolini dotata di fascino non meno della compianta Bardot.

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[1] Plinio, Naturalis historia, 11, 145.


martedì 30 dicembre 2025

Ifigenia CLXIV I fiori che non colgo più.


Pochi giorni più tardi iniziò la scuola. Tornai nella mia classe diventata una quinta ginnasio e Ifigenia ebbe la conferma della supplenza di dieci ore per alcuni mesi. Inoltre si ìscrisse  a una scuola di recitazione. Questa novità non mi dispiacque perché poteva suscitare altri interessi nella mia compagna e, se questi non l’avessero allontanata da me, ciò avrebbe significato che tra noi c’erano ancora gli scopi comuni necessari alla prosecuzione dell’ intesa non solo mentale ma anche sessuale.

Alla carriera di insegnante Ifigenia non era interessata. Voleva diventare una grande attrice, ricca e famosa per giunta. A me la letteratura drammatica era sempre piaciuta e avevo già cominciato a scrivere una traduzione e commento dell’Edipo re di Sofocle, la tragedia con la quale avevo esordito trepido nel liceo di Imola quattro anni anni prima.

 Dunque qualcosa da fare insieme poteva esserci ancora: studiare e interpretare i grandi drammi, ciascuno a suo modo, comunque discutendone e scambiandoci idèe. Il “mio” Edipo re le piaceva.

Non mi spaventava la sua prospettiva, anzi pensavo che avrebbe potuto incentivare lo scrivere mio. Piuttosto mi  sgomentava  vederla in certi momenti disgustata della scuola e priva di vita, quando rimaneva silente nel letto con le braccia strette intorno alle ginocchia poste davanti alla faccia. Non ne poteva più di fare la supplente nel liceo-ginnasio.

Allora la guardavo con pena come quando a Moena, in agosti remoti, dopo avere strappato una fiore da un prato, tornavo in paese, sedevo sull’argine dell’Avisio e mi fermavo a osservare l’appassimento di quella creatura bella e variopinta ma troppo effimera e fragile:  mentre la osservavo vivere tra l’erba mi piaceva, e la trovavo ancora gradevole subito dopo averla còlta in quanto mi comunicava allegria con i colori vivaci, le fibre sode, il sugo del gambo reciso, ma dopo alcuni minuti la visione del suo scolorirsi e avvizzire, mi infondeva rimorso, malinconia e rabbia per la sua debolezza.

Quindi gridavo: “vattene via: sparisci nell’acqua!”

Poi gettavo quel cadavere stinto nei gorghi del torrente perché lo portasse via presto, verso la costa nebbiosa del paese dei morti.

 Ora i fiori li osservo vivi, variopinti, nutriti dalla terra e non li strappo più.

 

Bologna 30 dicembre 2025 ore 19, 42 giovanni ghiselli

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 Spero di arrivare a mille lettori nella giornata di oggi e a 20000 in questo ultimo mese dell’anno. Auguri a tutti voi cari lettori!!!

 

 

 

 


Sofocle Edipo a Colono 861-875. traduzione e un poco di commento


 

Corifeo dici una cosa terribile. Creonte  questa sarà stata fatta già ora.

 

Corifeo Se chi governa questo paese non te lo impedisce.

 

Edipo oh che modo di parlare impudente, e davvero tu di fatto mi metterai le mani addosso?/

 

Creonte Ti ordino di tacere. Edipo No, difatti queste dèe non possono

rendermi silenzioso riguardo a questa nuova imprecazione 865

Tu che,  maledetto, dopo avermi strappato l’occhio senza difesa.

oltre gli occhi di prima, te ne vai con prepotenza.

L’occhio che guidava Edipo era quello di Antigone ragazza indifesa.

Perciò il sole quello tra gli dèi che tutto vede

possa dare a te alla tua stirpe tale vita quale

 ha  già  assegnato per la vecchiaia anche me. 870

 

Creonte vedete queste cose, voi locali di questa terra?

 

Edipo vedono sia me sia te, e comprendono che

io che ho subito nei fatti mi difendo con le parole.

 

Creonte  non tratterrò di certo l’ira, ma porterò via di forza

costui, anche se sono solo e tardo per l’età. 875

 

Sofocle fa vedere che in questo scontro tra due vecchi gli abitanti di Colono, il sobborgo ateniese dell’autore stesso, aiutano il più indifeso, più debole e più vecchio. Creonte era zio oltre che cognato di Edipo. Questa tragedia mette in buona luce Atene che come sempre nei drammi aiuta i supplici. In cattiva luce invece viene messa Tebe l’arcinemica di Atene.

Bologna  30 dicembre 2025 ore 18, 37 giovanni ghiselli

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Ifigenia 162 e 163. Il rischio è bello. Imprese ciclistiche.

.

 

Ifigenia CLXII Il rischio è bello.

 

In settembre il nostro rapporto riacquistò qualche scintilla. Ifigenia si lasciò istruire sulla tecnica pedalatoria e comprese i benefici grandi conseguenti all’impegno ciclistico. Procedemmo gradualmente. I primi giretti dovevano essere più divertenti che faticosi per non creare sazietà nauseante e repulsione nella giovane donna.

 Un pomeriggio uscimmo da porta San Donato e ci recammo a Mezzolara, una frazione di Budrio, a 24 chilometri da Bologna.

Un percorso non brevissimo per una principiante del ciclo. Ifigenia era stanca e ci sedemmo a un tavolino davanti a un bar. Sulla campagna arata calava veloce la sera coprendo con un lenzuolo di bruma la terra esaurita dai parti.

Ifigenia invece, sebbene affaticata, era luminosa: l’impegno messo nel pedalare l’aveva depurata dai miasmi velenosi.

Non parlammo subito, poiché non era il momento: eravamo contenti mentre ognuno pensava a quanto gli stava nel cuore.

Le campane di una chiesa vicina suonarono a morto.

I rintocchi lenti e gravi mi fecero tornare in mente un giorno lontano a Moena quando intorno ai dieci anni ero tenuto a bada dalle zie.

Le due sorelle della madre mia che non dava notizie, al suono funereo colsero l’occasione per mettermi in guardia.

Una disse. “ecco, è morto un bischero. Avrà commesso qualche imprudenza”

La guardai con aria interrogativa.

“Si sarà ammalato di “core” correndo come un matto, sarà stato morso da una vipera mentre gironzolava nell’erba, sarà caduto nell’Avisio mentre cercava di afferrare una trota. Anche tu giannetto non sei mai stato prudente. Dunque stai molto attento. Hai capito bambino?”.

 Avevo sentito, ma già allora intuivo che non ero come loro, che Cloto stava filando  per me  una vita diversa da quella che volevano impormi. Invece di avere paura dei rischi, ne ero attirato.

Già per mio conto pensavo: “Il rischio è bello”.

Molti anni più tardi ne avrei trovata conferma in Pindaro e in Platone[1].

 

  Dovevo dimostrare a me stesso che non ero debole come volevano farmi credere. Ma non replicai. Ero deciso però a non lasciarmi inculcare la paura di vivere.

 

 

 

 Ifigenia CLXIII. L’impresa ciclistica compiuta e quella progettata.

 

Davanti alle nostre gambe nude che principiavano a rabbrividire sostava un cane bavoso, pieno di zecche. Un poco più in là due galline sonnolente ripetevano il loro verso ottuso e incolore. La ragazza cominciava a perdere il beneficio umorale tratto dalla buona pedalata e dava i primi segni tipici della sua inquietudine: sollevava e subito dopo abbassava il tallone agitando la punta del piede convulso.

Ero preoccupato e cercai di calmarla: le raccontai una favola esopica pulita, quasi da oratorio, contaminata con la fabula milesia più licenziosa che conoscevo. Se avessi letto e imparato il libro infame di Elefantide avrei utilizzato anche quello. Così tornarono il suo e il mio buonumore.

Durante quel mese la educai a imprese pedalatorie sempre più egregie: dopo diversi allenamenti, un giorno di sole languido ma non malsicuro, la indussi a seguirmi per la via che il console Emilio fece costruire da Rimini a Piacenza ut Flaminiae  committeret, per unirla alla Flaminia, come scrive “Livio che non erra”.

 Il latino che le citavo doveva accrescere nobiltà alla pedalata  che durò dall’alba al tramonto quando arrivammo a Pesaro. Come giungemmo a vedere il mare gridai Qalavtta! Per aggiungere un altro po’ di lustro alla nostra fatica. Giungemmo a casa poco primo che ci avvolgesse il  sudario dell’estate, il buio che l’umido e invido equinozio fa calare prima delle otto, ora legale.

La ragazza era sfinita eppure contenta e radiosa. Disse:  “ce l’ho messa tutta Gianni, per essere degna di te”.

Le risposi che l’amavo, e, se avesse scalato con me la durissima salita del Monte delle formiche, là ci saremmo dati la mano per sempre.

“Lassù c’è un santuario con l’immagine di Maria la mamma di Gesù- spiegai.

-Sotto l’icona si legge questo distico

Certatim volitant formicae ad virginis aram

at simulac volitant victima quaeque cadit.

Le vittime che sacrificheremo noi saranno l’egoismo, l’invidia, l’ignoranza”.

Ifigenia disse: “Tu sei un genio e io ti amerò per sempre”.

Quel giorno fu brava senza intermissione. A Savignano sul Rubicone qui finis est Galliae2  avevamo fatto una sosta durante la quale Ifigenia giurò che durante l’estate non aveva mai fornicato con chicchessia. Non mi convinse però quel giorno fu talmente brava che volli mostrarmi persuaso della sua vacanza immacolata nell’ infernale  bufera lussuriosa del lido romagnolo.

 

Note 

 [1] Non posso esimermi dal ricordare quanto afferma del rischio il personaggio Socrate del dialogo Fedone di Platone: “il rischio difatti è bello “ kalo;ς ga;r oJ kivndunoς” ( 114d).

2 Che la Gallia finisca a Savignano come afferma Cicerone (Filippica VI, 3, 5) non è lontano dal vero: si dice che noi di Pesaro parliamo romagnolo; io invece sostengo che da Cattolica fino a Rimini  sono loro mezzi marchigiani siccome allungano le vocali come facciamo noi pesaresi

 

 

 

Bologna 30 dicembre   2025 ore 15, 59 giovanni ghiselli

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[1] Non posso esimermi dal ricordare quanto afferma del rischio il personaggio Socrate del dialogo Fedone di Platone: “il rischio difatti è bello “ kalo;ς ga;r oJ kivndunoς” ( 114d).

 


Ifigenia CLXI Arrivano altri giorni tribolati. Sulla spiaggia di Pesaro.


 

Il 24 agosto andai a Pesaro dalla mamma e dalle zie. Ifigenia mi raggiunse verso la fine del mese e si fermò una settimana. Troppo tempo per le donne di casa mia  sdegnate  dal disordine della ragazza infingarda: nemmeno il proprio letto rifaceva quando andava sulla spiaggia. Anche io, nonostante il digiuno sessuale del mese di Debrecen, dopo un paio di giorni ero sazio di lei e ne avevo abbastanza. Avevamo ben poco da dirci.

Avrei preferito studiare, correre a piedi e in bicicletta da solo in quelle ultime giornate estive vicine oramai all’equinozio umido tanto che le ore di luce erano già taglieggiate quasi della metà rispetto ai giorni di giugno, i più belli dell’anno, se non piove.

Aspettavo che Ifigenia partisse lasciandomi a osservare l’estate morente impallidire nell’aria e sulla pelle di noi esseri umani destinati alla morte. Invece la noiosa mi stava appiccicata, appoggiando il suo peso inerte e gravoso sulle mie spalle, non erculee, anzi poco robuste siccome ho sempre esercitato piuttosto la lena delle gambe, del fiato e della mente che il resto.

 

Dacché mi  sono rotto il femore l’unica grande lena che resta è quella del cervello.

 

Oltretutto quel  giorno funesto Ifigenia rivelò la sua facies furente.

Eravamo al mare a metà di un pomeriggio noioso come al solito e per giunta ventoso. “Mio dio- pensavo- che cosa ho fatto di male?”.

La spiaggia era semideserta e mortificata dalle ombre che scendevano inesorabili dagli alberghi sovrastanti e,  allungandosi sempre più verso l’acqua del mare, incupivano tutto, compreso il mio umore. Gli ombrelloni, diradati assai, e chiusi, sembravano i pochi capelli rimasti sulla testa intronata di un vecchiaccio mal vissuto: stremato e abbattuto dagli insuccessi.

Mi venne in mente un verso di Eliot: “A dull head among windy spaces[1], una testa intronata tra spazi ventosi.   

A un tratto la donna mi propose di fare una passeggiata. Notai un ragazzo che correva. "O fortunate puer per la tua solitudine!", pensai.

Pur di muovermi dall'inerzia penosa acconsentii alla proposta peripatetica.

Mentre camminavamo abbracciati per scaldarci a vicenda, ifigenia mi parlava di una sua giornata del mese di luglio senza del resto interessarmi con parole dense di significato. Erano verba prive di Verbum.  Alcune di queste, però, a un tratto mi colpirono come un tuono: disse che uno dei suoi corteggiatori estivi, il più intraprendente e sfacciato, il medico biondo di cui mi aveva parlato già allora, era partito prima di me, perciò non aveva dovuto subirne le proposte insistenti e indecenti durante la mia assenza.

Un'emozione cattiva rivegliò il mio cervello assopito e l'interesse negativo per lei. Mi fermai, la guardai e dissi: "questo non può essere vero: mi hai indicato quell' insolente mentre si aggirava dietro una vetrata con l'aria di uno che spia. Era la notte della mia partenza e mi dicesti che poche ore prima gli avevi chiesto la sua camera in prestito per fare l'amore con me".

 

Rispose senza scomporsi come chi mente per abitudine e con metodo: “Hai ragione. Mi sono confusa. Del resto, se ti avessi tradita con quello, sarei stata attentissima a non sbagliarmi sul conto di lui”.

“Mi avrai tradito con un altro, uno dei tanti”, pensai.

Non potei replicare in nessuna maniera poiché si lanciò a correre lungo la spiaggia. Fece qualche decina di metri, poi si fermò e si girò gesticolando per significarmi che dovevo seguirla. Mi incamminai lentamente poich non avevo voglia di andarle vicino. Ma quella rimase ferma e dovetti raggiungerla non senza disgusto. Mi fissava con occhi spalancati dalla meraviglia, come per dirmi: “che cosa aspetti? Non vedi che sono qui tutta per te, solo per te?”.

Quando fui arrivato tanto vicino da udirla bisbigliare, disse: “gianni, facciamo l’amore. Ne ho tanta voglia. Ti prego, ti prego, ti prego”.

La solita lagna.

“No, qui non si può”-risposi- c’è gente, anche dei bambini. Non mi va di dare scandalo.

Ma la bugiarda, intesa solo a farmi scordare l’oltraggio, insisteva: “Ti prego, andiamo nell’acqua”.

“No, è troppo fredda”

“Allora dentro un capanno, oppure imbuchiamoci sotto un moscone o un mucchio di sabbia. Non ne posso più dalla voglia”.

“Io invece non ne ho”.

“Te la faccio venire io”.

Voleva coprire la propria scelleratezza nuda con questa ostentazione frenetica e falsa di insopprimibile libido.

Mentre pensavo questo, mi lasciai cadere sulla sabbia per darle un segno di totale impotenza.

Ma quella prese il gesto sconsolato per un invito erotico e mi saltò sopra. I genitori portarono via in fretta i bambini. Ifigenia sedette pesantemente sul mio costume rivolgendo uno sguardo sfacciato verso il mio viso che aveva impresso un dolore profondo, quindi mi afferrò le spalle con entrambe le mani e si mise a scuoterle mentre canticchiava un’arietta che voleva essere allegra mentre risuonava lugubre nell’anima mia desolata. La poveretta aspettava di essere incoraggiata con un gesto affettuoso ma io oltretutto ero troppo schiacciato e aderente alla sabbia umida per muovermi.

Dopo un paio di minuti divenne aggressiva: smise di canticchiare, iniziò a pizzicarmi le braccia, quindi a scuoterle per distogliermi, immagino, dal male che pensavo di lei.

Intanto la spiaggia sotto il monte Ardizio si stava abbuiando e si era fatta deserta.

Visto che seguitavo a non reagire, Ifigenia a un tratto si inferocì: con la mano destra prese una manciata di sabbia e me la scaglio sul viso

Tra le palpebre, le lenti a contatto, i poveri occhi e il cervello, sentivo scrosciare cascate di vetri e di cocci infuocati mentre la gola e la bocca sputavano sabbia tossendo, sputando e mugghiando.

Non come il toro di Pasife infoiato ma come il taurus maxima victima del sacrificio rituale e culinario.

Maledetta cretina. Come potei distinguere qualcosa, mi accorsi che scappava. Dopo qualche minuto la vidi sguazzare nell’acqua come una grossa oca scura. Saltellava poi si accovacciava, schiamazzava e dimenava le braccia. Intanto l’ombra del monte Ardizio era arrivata agli scogli antistanti la riva e tutta la spiaggia comunicava un senso di desolazione.

Quando fu uscita da quel pelago cupo mi venne vicino mentre continuavo a pulirmi la faccia sconciata dal suo pugno pieno di rena.

Disse: “Mi sono tuffata nell’acqua fredda perché sbollisse il desiderio che tu non vuoi più accontentare”

Tra le lacrime cercai di guardarla e le dissi: “Vedi che guaio hai combinato? Se lo farai un’altra volta non potrai più accostarti a me”

“Vedremo” osò ancora dire.

“Sei avvisata. Intanto andiamo via di qui”.

Durante il tragitto verso il bagnino Alfredo di tanto in tanto si gettava in acqua per significarmi che poteva fare a meno di me.

A mia volta pensavo: “Speriamo che vada via presto, che si innamori di un altro, un giapponese magari, o almeno di uno di Castelfidardo che suona la fisarmonica”. Nel frattempo se mi darà noia, farò finta di niente. Alle sue provocazioni opporrò un muto disprezzo”.

Come fummo arrivati nella zona degli alberghi, questi ombreggiavano già tutto il mare

“Come Dio vuole è autunno-pensavo. Presto ricomincia la scuola. Là dentro dovrò vederla per forza se le rinnovano la supplenza, ma poi, una volta fuori dal liceo, per carità: ognuno a casa sua percorrendo strade molto discoste tra lor”.

 

Bologna  30 dicembre  2025  ore 115, 35 giovanni ghiselli

 

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[1] T. S. Eliot, Gerontion, 16


Ancora su Brigitte Bardot.


Nel quotidiano “la Repubblica” di oggi c’è un articolo di Michele Serra nella rubrica L’amaca intitolato “Il problema della bellezza”.

Direi subito che la bellezza può essere un problema per chi non e l’ha o ce l’ha ma prova invidia per chi ne ha di più.

Serra si sofferma sulla bellezza di Brigitte Bardot.

Ricorda di non aver letto “una sola  riga che non dicesse: era bella, era bellissima”. Ebbene scrivo queste poche righe per negare che la Bardot fosse particolarmente bella. Era carina come ce ne sono diverse: non tante ma nemmeno pochissime, soprattutto oggi.

Era speciale per il fascino che emanava con la sua totale diversità dalla comare, dalla “casalinga di Voghera”, dalla azdora romagnola, dalla  collega vergine che all’epoca molti uomini si disponevano a sposare.

 Una donna che si teneva e comportava a modo suo era  originale allora, era quanto i benpensanti biasimavano ma ne erano attirati. Brigitte ha trovato dentro di sé il proprio tipo, ha avuto il coraggio di  mostrarlo e valorizzarlo finché ne ha avuta voglia. La ammiravo vedendola nei film quando facevo il liceo Mamiani di Pesaro. Tanto che osservandola ho  spostato i miei gusti verso le donne libere di essere come sono, e di fare l’amore con chi ne hanno voglia e non lo nascondono. I parenti, i preti, i professori avevano cercato di impormi tutt’altra strada verso l’eros. E quella ragazza che aveva dieci anni più di me mi ha emancipato. Ho imparato anche da lei a essere me stesso e ho trovato il coraggio di diventare quello che davvero sono. Però ripeto: non era particolarmente bella. Chi le attribuisce la qualità di una bellezza eccezionale non se ne intende, o, come è di moda adesso, tende a ignorare il potere del fascino che sta nello stile, nelle parole, nei toni. Non dico che fosse brutta, per carità, anzi affermo che era più che bella pur avendo un corpo e un volto come se ne vedono diversi altri.

Bologna 30 dicembre 2025 giovanni ghiselli

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