lunedì 29 dicembre 2025

Ifigenia CLVII. La stazione orientale di Budapest con gli esodi. Il canto dell’addio ripreso da Jimmy Fontana.


 

Percorsi la Rákóczi út fino alla Keleti Pályaudvar, la stazione da dove le finniche mie erano partite per tornare nei loro paesi poco caldi e dalla  frequenza umana assai rarefatta. Le donne di quella terra comunque  erano più evolute  delle nostrane all’inizio di quel decennio che al punto dove siamo arrivati stava volgendo alla fine. Anche per questo le avevo amate e mi avevano contraccambiato. Poi erano sparite. Ifigenia dopo tutto non si era  dileguata. Meno fine delle magnifiche tre ma non meno formosa. Non rimpiangevo le finlandesi: sapevo già allora che  rimpiangere è reazionario e  non favorisce il progredire. Se Ifigenia non funzionava, dovevo guardare oltre, non indietro.

 

I binari della stazione orientale di Budapest sono coperti da una gabbia metallica enorme, come quelli della stazione di Milano dove un sera avrei atteso Ifigenia  pronto a litigare con lei. Lo facevamo spesso per eccitarci,  da quando non avevamo più interessi comuni  né c’erano  sentimenti buoni. In seguito avrei constatato che farsi del male a vicenda è il principale collante di molte coppie sciagurate.

 

Dal secondo binario, második vágány, erano partite le tre finniche accrescitive della mia vita. Erano salite su treni celesti. Ora sono signore tutte sopra i settanta. Helena dovrebbe essere già arrivata a ottanta, se è viva anche fuori dall’anima mia e da questa storia.

Helena, Kaisa e Päivi temporibus illis mi salutavano commosse. Anche io lo ero  e non piangevo mai in pubblico perché le donne di casa mi avevano detto che un bambino, un maschio, non deve farsi vedere mentre piamge. Poi me lo aveva confermato Tacito una dei miei autori preferiti: “Feminis lugere honestum est, viris meminisse "[1]. Neppure quelle tre grazie piansero.

  Io piangevo spesso quando ero solo, magari davanti a uno specchio come avevo visto fare dal principe  del film di Visconti, uno dei miei modelli.

 

Le ultime parole del congedo erano: “spero di incontrarti ancora da qualche parte. Ti amerò sempre”. Era una scena, quanto quella dell’esodo di uno spettacolo teatrale, siccome sapevamo bene, io e ciascuna di loro, che il tempo molto bello del nostro amore, un mese fatale passato con gioia in quella lontana università incantata in mezzo a una foresta magica, era finito e non sarebbe tornato mai più. “Un grande mago aveva creato per noi tutta la scenografia”. Partiti quei treni per l’ultima Thule andavo a spasso per Budapest cantando una canzone sentita da Jimmy Fontana da Camerino.

“C'era una volta un bianco castello fatato
un grande mago l'aveva stregato per noi!

Sì io, , ti amavo
tu eri la mia regina
e io il tuo re.

Mai, mai, mai
ti lascio
mai, mai, mai
da sola e per noi
il tempo si fermerà:
tu sarai sempre regina
E io il tuo re-

Quattro pareti più grigie del fumo di un treno
 questo è il castello che io posso fare per te!

Sì tu, tu mi ami
come se fossi per te
Un vero re”

 

 Avevo coscienza  di tutto questo fin dal prologo o addirittura dall’antefatto della nostra commedia, un dramma non volgare né falso bensì  ben recitato e pure vissuto con bello stile dal primo all’ultimo giorno. Spero di averlo reso scrivendo. Credo di sì.

L’ho raccontato in un libro: Tre amori a Debrecen. Non dovete comprarlo: potete trovarlo in prestito nella biblioteca Ginzburg di Bologna

 

Fine debrecen 1979

 

 

Bologna  29 dicembre 2025 ore 16, 20ovanni ghiselli

p. s

Il sole è tramontato alle 16, 15 minuti e 30 secondo. Segno che Dio c’è

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[1] Germania  27, 1. Alle  donne sta  bene piangere, agli uomini ricordare.


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