Ifigenia stava trasformandosi in una marionetta che balbettava assurdità demenziali.
Pensavo: “ogni persona è composta di luci e di ombre, di bene e di male. Quando la conobbi mi parve che incarnasse la luce del sole.
Mi donava incondizionatamente tutto il meglio di sé, proprio come la luce che risplende perché non può lasciarci ottenebrati nel buio della cieca disperazione.
Ora Ifigenia mi sembra uno degli schiavi incatenati nella caverna semibuia di cui ci racconta Platone.
Ho cercato di liberarla ma le mie fatiche umanamente speso sono state inutili: quella prigione è congeniale alla sua persona, sta dentro di lei. Se continuassi a frequentarla potrei rimanere inceppato pure io in quella tana lontana da tutto quanto è bello ed è bene”.
Mi venne in mente la funzione della Sfinge di Tebe: l’ ibrido mostro che, nato da un incesto, costringeva i Tebani a guardare in basso: “Ma quale male, caduta così la tirannide,/stando tra i piedi- ejmpodwvn-, vi impediva di sapere questo?" ossia di fare indagini sull’uccisione di Laio, domanda Edipo a Creonte, il quale risponde:
"La Sfinge dal canto ambiguo hJ poikilwdo;~ Sfivgx- ci spingeva a guardare/quello che era lì tra i piedi- to; pro;~ posi; skopei`n, e a lasciare perdere quanto non si vedeva" (Sofocle, Edipo re, vv. 128- 131).
Tutto il comportamento di Ifigenia è stato appunto ambiguo durante il mese che ho passato pensandola, cercando di trarre stimoli al mio apprendere, comprendere, allo stesso vivere mio. Mi chiedevo se valesse la pena di negarmi un’altra possibile amante. Ogni sua parola è uscita distorta dalla menzogna e dall’impostura, ogni passo rivolto nel verso contrario al proseguimento del nostro amore. Ho sbagliato a non fare l’amore con Silvia. Ora ne sono sicuro e voglio trovarmene un’altra dal corpo ben fatto e dall’anima meno disordinata, meno piagata da spergiuri, maleducazione e ingìustizia. Una che dalle sofferenze e dai dolori subìti abbia tratto un insegnamento di bontà e generosità. Sono femmine da conio cotali donne.
Questa si muove male, anche nell’ambito della ejmporikh; tevcnh, l’attività mecantile criticata dal personaggio Socrate[1]. Tutto quello che fa e dice è volto soltanto al proprio utile.
Quanto diversa da Elena che riceveva e dava gratis l’amore della nostra felicità condivisa e sicura! Il nostro stare insieme corrispondeva alla predicazione di Gesù: “ gratis accepistis, gratis date”[2].
Con il senno tardivo di adesso devo dire che in questa circostanza feci male a non chiederle un chiarimento esponendole i miei sospetti. Probabilmente non erano infondati ma se invece di tenerci tutto dentro con rabbia e dolore ne avessimo parlato, si poteva porre termine al nostro rapporto, oppure rifondare la relazione sulla libertà di entrambi. Avremmo salvato almeno l’amicizia.
Viaggiavamo sull’autostrada verso l’anno scolastico da passare insieme: nel liceo le mattinate, se le rinnovavano la supplenza, e in camera mia nei pomeriggi, come si era fatto nei mesi precedenti l'estate. Le ingorda scorpacciate di piacere però non ci avevano procurato una gioia sicura.
Nell'automobile non si parlava. La prospettiva sull’avvenire non era buona. Vedevo davanti a noi un anno buio e doloroso a meno che intervenisse un cambiamento: non il ribaltamento di un coccio bensì la conversione dell’anima, pensavo, non sapendo come attuarla però.
Se non ci volgevamo verso la luce spogliandoci delle miserie di un divenire disastroso, l'anno seguente sarebbe stato orrendo come una giornata invernale quando un cielo cupo, oppressivo, ci schiaccia l'anima sul piancito sudicio della cucina dove ci ingozziamo senza fame per disperazione o stesi nel letto facciamo sesso senza desiderio, con fatica, quasi con disgusto per quella carne mortale che non piace più.
Allora un disgraziato si avvicina a una finestra in cerca di visioni confortanti e viceversa nota i rami degli alberi coperti da croste gelate e scossi da un vento boreale che fa cadere uccelli intirizziti sulla strada dove le ruote delle automobili li riducono a pezzi di roba sporca. E gli si stringe il cuore.
Ifigenia mi aveva reso infelice. Già presoffrivo le sue visite lunghe, noiose, sgradite, l'insegnamento per niente creativo delle grammatiche, la lotta perdente contro il preside e i colleghi ostili al mio metodo, alla mia persona e alla cultura.
Per non avvilirmi del tutto mi dissi: "tu non sarai mai come loro!"
Due mesi più tardi una nuova supplente, Lucia, mi diede una scossa vitalizzante che dissipò l'aria mefitica che mi stava mortificando e illuminò l'orizzonte come il sole di febbraio passa attraverso uno squarcio aperto dal vento nella bruma e promette una stagione migliore all'uomo avvilito e ottenebrato da mesi di buio e di freddo.
Ma Lucia sarà un' altra illusione e, anzi, ancora più vana.
Quel 22 agosto Ifigenia forse avrebbe trovato il coraggio e la forza di chiarirmi quanto le era capitato se mi fossi mostrato più disponibile ad ascoltarla e capirla. Diversi mesi più tardi disse che quella sera alla stazione di Padova aveva visto in me un uomo malvagio, simile a un serpente maligno che spira un fumo velenoso e vibra una lingua piena di odio. Io d'altra parte pensavo di averle tolto la maschera e di avere scoperto il suo ceffo maligno di canide senza razza.
Avvertenze: racconto alcuni fatti simili al vero, cercando di dare a ogni evento l’aspetto dell’universale come ha fatto Sofocle a proposito delle sciagure tebane nei versi citati sopra.
Bologna 30 dicembre 2025 ore 9, 33 giovanni ghiselli
p. s.
Statistiche del blog
All time1894959
Today366
Yesterday584
This month18774
Last month33522
Nessun commento:
Posta un commento