Il 21 agosto, di mattina, andai a telefonare. Le dissi che sarei arrivato a Bologna la sera del giorno seguente.
“A che ora?” domandò con voce impostata da attrice che deve apparire commossa. Poi, senza aspettare che rispondessi, aggiunse: “vieni prima che puoi, non ne posso più di stare senza di te, tesoro mio, mia vita, mio tutto!”.
Se avessi potuto accogliere questa dichiarazione d’amore con animo non ulcerato e prevenuto, sarei stato felice.
Invece “Tuo un corno!” pensai.
La ferita della promessa tradita doveva essere molto profonda: le sue parole mi sapevano di canzonatura al povero bischero, di recita da mima volgare, avvezza a circoli dozzinali.
Ero irritato e risposi: “Ancora non so dirti a che ora arriverò. Questa sera scade la mia borsa di studio e domani anche il visto, sicché partirò di mattina, ma il tempo che ci vuole per arrivare a Bologna non so prevederlo con precisione: il viaggio è lungo circa mille chilometri e ci sono due frontiere da attraversare con tanto di controlli”.
Stavo per dire “ ispezioni quasi anali” per contraccambiare il suo modo offensivo di canzonarmi, ma tacqui. Una battutaccia da pesarese del resto.
“Pero la frontiera più chiusa –pensai-sarà la barriera mentale frapposta tra noi due. Maledetta commediante! Mi tiene in ansia per un mese promettendomi un espresso, mi manda un telegramma chiedendomi di aspettare una lettera, io soffro ogni giorno per tre settimane non vedendola arrivare, inseguo ogni postino che vedo, pronto a dargli una grossa mancia, e oggi vuole farmi fretta su una questione di ore. Oltre che falsa è pure cretina! Se mi avesse detto: “ho voluto provare un’avventura con un ganzo qualsiasi, ma non mi è piaciuta, e ora, se ti vado ancora bene, vorrei tornare con te”, avrei potuto accettare il tradimento in nome della sincerità. Magari sarei tornato in collegio per corteggiare la tedesca bendisposta e pareggiare i conti. Ora non mi va nemmeno questo perché dopo dovrei simulare anche io”.
Insomma ero pieno di risentimento.
Nemmeno questo dissi. Invece dissimulai tutto dicendo: “ basta che tu stia in casa dalle sette di sera. Quando sarò arrivato a Trieste, ti telefonerò”.
“Fai presto tesoro, riprese, ti prego, ti prego, ti prego! Non ne posso più della tua assenza!”
“Buffona e mascalzona”, pensai.
Quella continuava: “Anzi, ascolta: ti vengo incontro, se vuoi; domani appena avrò ricevuto la tua telefonata che aspetterò con ansia, dalle cinque ante meridiem, non post, correrò a perdifiato fino alla stazione, prenderò il primo treno diretto a nordest e ti verrò incontro a Venezia. Vuoi amore? Poi magari facciamo un giro in gondola. E mentre il gondoliere ci volta le spalle facciamo l’amore. Almeno tre volte: la nostra sufficienza. Vuoi amore?”.
Mi venne in mente: “Gianeto, monta in gondoa che mi te porto al lido, mi no che no me fido”. Cercavo di volgere in burla il fastidio che mi dava quella donna.
Il fatto è che se avesse avuto un po’ di rispetto e di premura quando ne avevo necessità e la supplicavo, non avrebbe avuto bisogno di recitare tale farsa da mima volgare offensiva della la mia sensibilità e dell’ intelligenza. Questo pensavo.
Invece risposi dissimulando, ossia senza rinfacciarle la sua simulazione
: “ Ascolta, ifigenia: domani pomeriggio, immagino dopo le sei, ti telefonerò da Trieste e tu vienimi pure incontro, mi fa piacere, però vediamoci alla stazione di Padova dove so bene come arrivare, mentre avrei dei problemi a trovare piazzale Roma o a parcheggiare nei dintorni di Venezia: non saprei nemmeno dove. Quanto al giro in gondola, lo faremo un’altra volta, quando sarò più riposato”.
Poi soggiunsi : “Comunque ho voglia di vederti anche io. Devo avere delle spiegazioni da te!”
Ifigenia fece finta di niente ripetendo parole che non rispondevano punto alle mie: “Ti amo tanto!”. Ne avevo abbastanza.
Ripresi la Bártok Béla in discesa: “la via in su e quella in giù sono la medesima”, pensai ripetendo Eraclito.
“La medesima via della pena” aggiungevo.
Il dolore della fine di quell’amore, della perdita di Ifigenia risuonava e mandava l’eco dei patimenti sofferti da bambino nei mesi di agosto dei primi anni Cinquanta quando a Moena ogni giorno aspettavo invano che arrivasse la mamma o almeno una sua cartolina con saluti e baci. Quell’angoscia l’avevo vissuta già nella valle di Fassa situata sotto i gioghi del Catinaccio, dai quali cercavo di trarre conforto interrogandoli siccome vedevo in loro forme divine e umane che per umanità mi rispondevano sempre incoraggiandomi a proseguire sulla strada della mia vita: questa non doveva dipendere da nessun altro che dal buon Dio e da me stesso. Allora mi dicevo che dovevo fare a meno della mamma; arrivato a quasi 35 anni, mi dissi che non avevo più bisogno dell’amore di Ifigenia: mi faceva più male che bene.
Giunto sul Danubio, ne osservavo il fluire e ogni tanto alzavo gli occhi sul Gellert. Il fiume e il colle mi ripeterono le medesime parole di conforto sentite quando ero bambino dai monti umani: poche, semplici e vere.
Un contravveleno dopo la telefonata tossica
L’amore era caduto nel pantano delle menzogne fangose che Ifigenia mi aveva sciorinato al telefono più di una volta durante quel mese vissuto tanto male.
Pensavo che sarebbe presto scemato anche il fervore erotico che da novembre a metà luglio ci aveva saldati insieme come due parti di uno stesso organismo. Decine e decine di volte ogni mese. Ifigenia teneva il conto: “da mi basia mille, deinde centum, dein mille altera, dein secunda cetum: roba da Guiness dei primati”, diceva, non senza fierezza.
La messe così abbondante non era frutto soltanto dell’attrazione fisica ma anche della simpatia reciproca tenuta viva dalla volontà e capacità di gioire o soffrire per le medesime cose. Ebbene, se come probabile, avevamo perduto l’intesa reciproca, non avremmo più raccolto tanti sapidi frutti ma spighe ammuffite e infette, piene di noia, di amarezza, di pensieri odiosi: una messe di pianto. Mi chiedevo fino a quando la bellezza di lei avrebbe stimolato il mio interesse se i suoi significati oramai erano brutti e meschini.
Non ne potevo più di rimuginare. Era suonato il tocco. Sicché attraversai il ponte Elisabetta e andai a desinare al Karpatia. Mangiai un piatto di carne, poi mi diedi a camminare per Pest. L’estate morente cadeva dal cielo basso, oppressivo, piovigginoso, scivolava lungo i muri opachi, quindi finiva sui marciapiedi e nelle vie dove la nera polvere impastata con le gocce rade ma grosse, diventava fango e lordura.
Provavo un’angosciosa stanchezza e un senso di nausea morale.
Bologna 29 dicembre 2025 ore 11, 15 giovanni ghiselli
p. s.
Statistiche del blog
All time1894111
Today102
Yesterday419
This month17926
Last month33522
Nessun commento:
Posta un commento