“Disse: “qui non mi terrà Cristo” e corse via”(Machiavelli, L’asino d’oro, 84)
Il 28 giugno andai con Ifigenia a casa di una mia conoscente che ci aveva invitati a cena con altri. Eravamo una decina in tutto. Ci trovammo a passare la sera tra persone medie nella graduatoria socio economica, e mediocre in quella culturale: insegnanti, bottegai, proprietari di due o tre appartamenti. Erano infarciti di luoghi comuni e frasi fatte, di pregiudizi e prevenzioni ma credevano di possedere tanta roba, cultura e talento.
Se mi capita ancora, assai raramente, di trovarmi tra persone del genere dichiaro di essere povero, incolto, decrepito, e mezzo pazzo, non senza vantarmi di tale diversità da quanti sono reputati normali. Sno piuttosto uomini e donne usuali, persone ordinarie.
Un mendicante dell’amore e della bellezza credo di essere io.
Questa razza priva di ogni stranezza rispetto a quanto è ordinario ignora i classici. Chi li conosce e li ama secondo loro è un antiquato, un rottame. Io li prevengo presentandomi come un rifiuto della loro specie.
Borghese secondo me non è , come affermano molti, l’uomo o la donna tradizionale che offre e pretende fedeltà: il valore della lealtà è omerico, è quello della fides latina.
Il borghese tipico è piuttosto l’ a{mouso~ janhvr, l’uomo privo di bisogni spirituali, l’ostile allo spirito. Questo è forse un mio pregiudizio e lo era già allora. Del resto i borghesi non sono tutti uguali e per giunta oggi la borghesia migliore, quella educata se non pure colta, va sparendo. Il suo posto è preso da una razza di affaristi e profittatori semianalfabeti guardati come modelli da una plebe ignorante, la borghesia infima che teme di essere raggiunta dai poveri e li odia. In altri tempi costoro sono stati il braccio armato del regime fascista. La piccolissima borghesia dei penultimi scatenata contro gli ultimi: i poveri comunisti sbeffeggiati in questi giorni da una ministra con il volto rifatto dal bisturi.
Quanti stanno poco al di sopra degli ultimi e li aborriscono sono la parte peggiore dell’umanità. I borghesi di quella cena antica era gente mediocre, poco significativa ma innocua. Volevo osservarli e studiarli. Ma Ifigenia fin dall’inizio della serata cercò di impedirmelo richiedendo per sé tutta la mia attenzione: i miei sguardi, il mio udito, senza pause.
Per ottenere alcuni intervalli da quella insana oppressione dovevo scontrarmi contro il suo egocetrismo maniacale senza dare in escandescenze. Mi limitavo a muti rimproveri fatti di occhiatacce e altre espressioni di riprovazione del suo egoismo ottuso e maleducato. Le parole dei commensali a dire il vero non erano interessanti: alcuni dei più loquaci parlavano genericamente o addirittura a vanvera.
I meno associati mentalmente agli affari e alla roba ragionavano di politica , ma la politica per loro non era tanto interesse per la polis e il bene comune dei cittadini, quanto per il potere e per i potenti tanto ammirati.
Mi tornò in mente Sallustio che considera l’ambizione un vizio meno lontano dalla virtù rispetto all’avidità: “Sed primo, magis ambitio quam avarizia animos hominum exercebat, quod tamen vitium propius virtutem erat” (Sallustio, Bellum Catilinae, XI), in un primo tempo più che l’avidità tormentava gli animi l’ambizione la quale però era un vizio più vicino alla virtù. Si tratta comunque di virtù nel senso machiavelliano poi nicciano: capacità di prevalere senza morale.
Ifigenia era disinteressata al modo di pensare di quella gente mentre avrebbe dovuto rivolgerle l’attenzione in maniera che la sua insofferenza divenisse un giudizio cosciente che l’avrebbe salvata dal diventare come loro. Io li osservavo perché volevo giungere a convalidare con un giudizio critico l’avversione istintiva che sentivo per quella razza distante da cultura, buon gusto e pietas. Quia religiosi non sunt [1]. Il borghese tipico, il vero borghese non tollera l’assoluto.
Allora questo non mi era del tutto chiaro e volevo studiare tale specie. Dovevo però lottare con Ifigenia che cercava di impedirmelo. Ho sempre allontanato chi cerca di ostacolare i miei studi, la principale delle opere laboriose che devo a me stesso. Sicché cercavo di sottrarmi alla molesta che mi incalzava, pretendeva ogni mio sguardo e parola per sé, e rivolgevo domande a questo o a quella.
Rispondevano ripetendo gli stereotipi allora di moda.
Faccio un esempio: un tale rispose a una mia domanda sulla felicità dicendo che essere felice significa vivere e morire senza rimpianti né rimorsi.
“In greco è eujdaimoniva- provavo a ribattere- un buon rapporto con il proprio demone o destino, cioè con sé stesso”.
“Che cosa c’entra il greco?” obiettava costui, senza capire né chiedere spiegazioni. Come potevo controbattere? Non rimaneva che l’ironia “Niente, dicevo, il greco non c’entra: è solo la mia malattia professionale. To chiedo scusa”.
Le finniche erano interessate al greco, e il latino sapevano anche parlarlo. Mi mancava l’educazione accademica delle ragazze dell’Università estiva magiara. Un luogo e un’età di beatitudine. Questi personaggi temevano la diversità dalla norma e dovevano mostrare di essere persone normali appunto.
L’ essere romito, strano e a[topo~, fuori posto, mi è costato molto già fin dagli anni di Pesaro, ma non ho voluto rinnegarlo perché fa parte del mio daivmwn appunto, del mio destino e carattere. Come la solitudine.
Prima delle undici Ifigenia volle essere riaccompagnata a casa.
Come fummo soli si mostò stupidamente affranta e disse che non ne poteva più, mentre le sembrava che io volessi di assimilarmi a quelli, i non artisti . Pensai che una donna benevola non dovrebbe accentuare la mia solitudine ma non glielo dissi. Non replicai nemmeno dicendo che mi interessa osservare le persone tanto diverse da me.
Iniziavo a capire che quella giovane donna si comportava così perché era così, e nemmeno Cristo l’avrebbe trattenuta dall’agire in quel modo. “Non c’è Cristo che tenga” diceva la madre mia. E’ un toscanismo espressivo. L’ho ritrovato nel Machiavelli, autore “mariolo sì, ma profondo” [2] e dalla parola efficace.
Con certe persone c’è poco da fare: possiamo considerarle come un fenomeno della natura e imparare qualcosa da loro. Insegnare, educarle è quasi impossibile.
Rimasi dunque in silenzio fino alla porta di casa sua. Mentre usciva dall’automobile le dissi che il giorno seguente sarei andato nel Veneto a trovare le mie amiche. Rispose che non poteva né voleva venire a trovare quelle donne che mi piacevano tanto”.
Quindi entrò in casa.
“Io non ti avevo invitata” pensai, quindi misi subito in moto e tornai nella casa mia piena di libri. Mi venne in mente con soddisfazione che in luglio sarei andato ancora una volta a Debrecen dove avrei conosciuto persone del mio stampo. Quelle che conoscono e respirano kalokajgaqiva. Ne sentivo la mancanza dopo questa serata storta.
Avvertenza: il blog contiene due note e il greco non traslitterato
Bologna 14 dicembre 2025 ore 10, 47 giovanni ghiselli
p. s
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