domenica 14 dicembre 2025

Euripide, Medea , Prologo, vv. 49-73. traduzione mia e commento mio.


 

Pedagogo

Vecchio bene della casa della padrona mia,

perché stai sulla porta a vivere questa 50

desolazione, lamentandoti delle sventure soltanto con te stessa?

Come mai Medea vuole rimanere sola, divisa da te?

 

Nutrice

O vecchio accompagnatore dei figli di Giasone,

per i servi buoni sono una sciagura le brutte cadute

dei padroni e ne attaccano gli animi. 55

Io infatti sono giunta a tal punto di sofferenza,

che mi ha invaso il desiderio di dire alla terra

e al cielo, giunta qui, i casi della signora.

 

Pedagogo

Non ancora dunque l'infelice cessa di lamentarsi?

 

Nutrice

Magari!! La sciagura è all'inizio e non ancora al colmo. 60

 

Pedagogo

O demente, se si deve dire questo dei signori:

poiché nulla sa dei mali più recenti.

 

Nutrice

Che c'è, o vecchio? non negarmi un chiarimento.

 

Pedagogo

Niente: mi sono pentito anche delle parole dette prima.

 

Nutrice

No, ti supplico, non avere segreti per la tua compagna di schiavitù: 65

poiché, se necessario, coprirò questi fatti con il silenzio.

 

Pedagogo

Ho sentito dire da un tale, senza avere l'aria di ascoltare,

avvicinatomi ai dadi, precisamente dove siedono

i più vecchi, presso la sacra fonte di Pirene,

diceva che Creonte il signore di questa regione 70

 intende cacciare dalla terra corinzia questi bambini

 con la madre. Però se questa notizia sia vera

 non so; vorrei che non lo fosse. 73

 

 

 

Commento

-ouj dokw'n kluvein (v. 67) senza avere l'aria di ascoltare : è di fatto uno spiare, gesto tra i più ignobili, che significa la degradazione di questa umanità portata in scena da Euripide. Va bene che questo è uno schiavo ma dovrebbe essere anche un educatore.-pessouv~ (v. 68) : sono pietruzze ovali usate come pedine. Il pedagogo le osserva simulando attenzione per il gioco e indirizzandola invece alle parole dei giocatori. - Peirhvnh~ (v. 69): luogo sacro (semnovn) e rituale della città di Corinto che Pindaro nell’ Olimpica XIII denomina appunto “città di Pirene” (v. 62).

- qavssousi, (v. 69) siedono. Questa seduta dei vecchi presso la sacra fonte di Corinto va confrontato con  quella che apre l' Edipo re di Sofocle: là vecchi e bambini sono seduti in preghiera con i remi dei supplici incoronati di lana (vv. 2-3)  e anche "il resto del popolo incoronato prega nelle piazze, davanti ai due templi di Pallade, presso la cenere profetica dell'Ismeno" (vv. 19-21). Edipo, il re ancora carismatico, conosce bene la prostrazione della città, ma vuole sentirsela raccontare per trovare un rimedio, e, quando torna da Delfi l'ambiguo Creonte, gli ordina di parlare a tutti (ej" pavnta" au[da, v. 93) per un'esigenza di chiarezza e trasparenza. E' ancora un mondo eroico e ieratico, anche se il sacro viene messo in pericolo dalla miscredenza di Giocasta e il Coro teme il tramonto degli dèi (v. 910).

 I versi 67-69 della Medea, al pari delle parole chiave danno un'idea  dell'atmosfera culturale e politica di quel tempo. Euripide mette in cattiva luce Corinto città nemica di Atene, come farà con Tebe nelle Baccanti.


 

Il mondo antieroico di  Euripide e dei suoi epigoni. Il gioco dei dadi (v. 68) e " il vizio" del gioco delle carte. Personaggi che origliano .

Nella Corinto di Creonte e Giasone,  vediamo un mondo antieroi.

 I vecchi seduti sono degli sfaccendati che giocano a dadi. Se è un modus vivendi, significa vita oziosa e insignificante, non eroica e nemmeno erotica,  come è oggi il gioco delle carte.

Il Prologo dell'Antigone[1] di Jean Anouilh a proposito dell'anima non certo raffinata delle guardie dice:"Infine quei tre uomini rubicondi[2] che giocano a carte, il cappello sulla nuca, sono le guardie. Non sono dei tipi cattivi, hanno mogli, dei figli, e delle piccole noie come tutti, ma tra poco agguanteranno gli accusati nel modo più tranquillo del mondo. Sanno di aglio, di cuoio e vino rosso, e sono privi di ogni immaginazione. Sono gli ausiliari sempre innocenti e sempre soddisfatti di loro stessi, della giustizia. Per il momento, fino a che un nuovo capo di Tebe debitamente incaricato non comandi loro di arrestarlo a sua volta, sono gli ausiliari della giustizia di Creonte"[3].

 Alla fine del dramma il Coro conclude:"Non restano che le guardie. A loro, tutto questo è indifferente; non sono affari loro. Continuano a giocare a carte".

Un gioco che, secondo Schopenhauer , mostra il bisogno di eccitazione della volontà e "che benissimo esprime l'aspetto lamentevole dell'umanità"[4].

Secondo Freud il gioco delle carte è un sostituto simbolico dell’onanismo: “Il “vizio” dell’onanismo è sostituito da quello del giuoco, e l’attività appassionata delle mani posta in così grande risalto è davvero rivelatrice sotto questo profilo. La febbre del giuoco è realmente un equivalente dell’antica coazione all’onanismo; quando i bambini manipolano i loro genitali con le mani, si usa dire appunto che “giocano” con essi”[5].

 

“Era un gentiluomo…Lui non ci giocava nemmeno, a carte. Una volta disse che un gentiluomo non tocca le carte, perché l’unico denaro al quale ha diritto è quello che andrà guadagnandosi con il proprio lavoro. In questo senso era un gentiluomo”[6].

 

 “La forma meno perfetta[7] è rappresentata dal gioco delle carte; il bridge, per esempio, con cui per ore e ore le donne del nostro tempo annullano la loro femminilità (sia detto a detrimento di noi maschi)”[8].

 

Il semnovn -sacra- riferito all' u{dwr -l'acqua della fonte di Pirene -(v. 69)  è solo un epiteto esornativo che ricorda un tempo già tramontato, oppure è la spia del dissenso di Euripide nei confronti di questo mondo insignificante dove i vecchi fanno pettegolezzi e il pedagogo li spia, ouj dokw'n kluvein (v. 67)  senza avere l'aria di ascoltare.

 Origliare è atteggiamento tipico dello schiavo: nelle Rane di Aristofane Xantia e un servo di Plutone identificano il doulikovn (v. 743) gli atti degni di uno schiavo che li rendono felici: mandare gli accidenti ai padroni, brontolare, essere ficcanaso, origliare quanto dicono i padroni (parakouvwn despotw'n a{tt  j a}n lalw'si, v. 750) e andarlo a raccontare fuori.

 Nei drammi di Plauto ci sono diversi personaggi che origliano: il Miles gloriosus , Pirgopolinice, bisbiglia: “Tace; subauscultemus ecquid de me fiat mentio" (v. 993), taci, ascoltiamo di nascosto se viene fatta menzione di me.

Euripide è l’inventore del dramma borghese. Lo mette in rilievo, sulla scia di Nietzsche e di Jaeger, A. Hauser nella Storia sociale dell’arte scrive: “Il mondo intellettuale dei sofisti trova la sua espressione più completa completa e artisticamente più alta in Euripide, l’unico vero poeta dell’illuminismo greco. I soggetti mitici sembrano per lui solo un pretesto per trattare le più attuali questioni filosofiche e i più scottanti problemi della vita cittadina”(pp 119-120).

 Avvertenza. Il blog contiene 8 note e il greco non traslitterato.

Bologna 14 dicembre 2025 ore 16, 27.

p. s.

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[1] Del 1942.

[2] Nella commedia latina l' aggettivo rubicundus sembra qualificare la rozzezza. Plauto lo usa per dipingere la faccia del rufus  (rossiccio) schiavo Pseudolo tanto geniale quanto volgare:"ore rubicundo" (v. 1219).

[3] J. Anouilh, Antigone, Prologo.

[4] Il mondo come volontà e rappresentazione, vol. II, p. 415.

[5] Dostoevskij e il parricidio (del 1927) in Freud Opere1924-1929, p. 537.

[6] Sàndor Màrai, La donna giusta, p.35.

[7] Di gioco,  ndr

[8] J. Ortega y Gasset, Idea del teatro p. 65.


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