domenica 14 dicembre 2025

Ifigenia XCVIII. Le due carissime amiche di Carmignano di Brenta.


 

Il 29 giugno  andai a Carmignano di Brenta senza curarmi dei santi  del giorno: il Pescatore e  Polo [1], dato che io venero l’onesto Giovanni non quale immagine già impressa nel fiorino di Firenze, città di cui era ed è tuttora patrono, bensì quale profeta  che criticava  il potere al punto di maledirlo tanto che fu tratto al martirio.

Tornavo nel paese della scuola media dove avevo insegnato per cinque anni: dal 1969 al 1974. Anni contrassegnati dai termini estremi  del primo quinquennio segnato da stragi: quella di Milano dico, e  quella di Brescia.

Per me tuttavia non fu un periodo di regresso.

A Carmignano di Brenta conobbi due belle persone Luciana e Antonia, una figlia spirituale e una mamma vicaria. Con entrambe c’è stato un rapporto di affetto, di intelligenza, di generosità durato decenni. Insomma ci siamo voluti  bene e aiutati  a vicenda.

Quando iniziai a insegnare quasi  10 anni prima della giornata che sto per raccontare io avevo 25 anni ancora da compiere, Luciana era una scolara di prima media, la più intelligente della classe, una bambina di 11 anni già capace di pensare in modo originale. In novembre compresi il suo genio quando scrisse non banalmente un tema dal titolo banale: “Tue impressioni sull’autunno”. La piccola allieva seppe trovare mito e poesia nella stagione che per me è sempre stata la più difficile da vivere . Descriveva la caduta di alcuni chicchi di uva nel fango di una pozzanghera dove imputridivano, come ogni cosa se non viene impiegata per il bene dell’uomo. Non ricordo le sue parole una per una, ma formavano un quadro che raffigurava una visione, un’ ijdeva. Provai ammirazione per l’alunna geniale. Ora la vedo con gli altri bambini di quella mia classe più antica e cara in una fotografia del giugno 1970: era l’ultimo giorno di scuola e noi siamo allineati davanti al grande tempio cristiano nella lunga piazza assolata. Luciana è una biondina chiara di pelle come molti da quelle parti, tanto che gli allievi maschi mi chiamavano affettuosamente “ marochin” per il mio essere niger tamquam corvus nei capelli, nei baffi e nella pelle molto abbronzata. L’allieva assai dotata di mente si trova accanto a me alla mia sinistra per chi guarda la foto. Io sono vestito di lino bianco, snello, in ottima forma. L’estate mi potenzia e in questa stagione, la meno dolente, sono me stesso più che nelle altre. Guardo la macchina fotografica, sorrido cosa che faccio di rado davanti al fotografo, e sono piacente se non proprio bello, un lepido moretto sono solito definire il mio aspetto prima dell’incanutimento del resto iniziato dopo il traguardo dei Settanta anni  e non ancora compiuto grazie all’eredità genetica  del nonno materno Carlino Martelli da Borgo Sansepolcro. Dicono che la lunga persistenza del colore giovanile risalga alla stirpe etrusca che colonizzò la Toscana.

Mi rivedo in mezzo agli allievi, grato a quei bambini di avermi fatto imparare più di quanto avevo insegnato. Disco dum doceo. Nella piazza piena di sole a mezzo il giorno dalle ombre minime, sono contento. Ho la coscienza giovanilmente fiera di avere insegnato la dignità dell’uomo, la bellezza della letteratura e della vita, il dovere della nobile lealtà, della sempolice e solid onestà, della cara gratitudine, del generoso impegno in favore del prossimo, il rispetto dovuto a ogni creatura, e di avere imparato da loro che l’amicizia affettuosa è il valore supremo della nostra esistenza, che l’ignoranza e l’egoismo sono nemici dell’umanità.

 Un giorno pensavo quel 10 giugno, un giorno non lontano, una donna geniale mi amerà ricambiata e insieme faremo qualcosa di bello, di nobile e grande per il genere umano. Allora avevo già conosciuto una ragazza ventenne di buon formato,  un’Elena  studentessa di Praga dove ero andato nel maggio meraviglioso del 1968 grazie uno scambio di collegi universitari.

Noi giovani in quella primavera fatata avevamo fiducia nel futuro.

Avevo dunque già amato un’Elena. Ma il tempo e la distanza me la tolsero. Altre donne del mio stampo però contavo di incontrare. Tale presentimento non era vano. Infatti due anni più tardi incontrai un’altra Helena, finnica questa e più matura. Eravamo circa coetanei: tra i 26 e i 27 anni. I casi della vita mi avrebbero tolto anche questa Helena, una domina Augusta. Poi altre due finlandesi, Kaisa e Päivi, come sa chi mi legge. Poi diverse altre. Diverse italiane tra queste.

 Luciana con il tempo sarebbe diventato un’amica benvoluta e stimata.

 Nel giugno del 1969 dunque - aveva 21 anni- andai a trovarla e le parlai della mia relazione problematica, instabile, spesso angosciosa con la bella collega di Bologna. Disse che non sarebbe durata. “Perché?” domandai. Non era  una domanda retorica. “Perché non ha l’intelligenza né la sensibilità, né l’educazione che tu cerchi, hai sempre cercato in ogni donna. Se avesse queste qualità tu non avresti l’angoscia. Inoltre sai bene che l’amore quando pone dei dubbi non funziona. Me l’hai insegnato tu”.

 

“E tu come stai?” le chiesi. Sapevo che studiava architettura a Venezia ed era brava. Mi disse che faceva di tutto per conseguire la bellezza e la bontà che proponevo alla  classe quando era bambina.

“Anche io non dimenticherò mai quanto ho imparato da te” promisi.

Siamo sempre rimasti in  un contatto di vera amicizia  da allora. La bella copertina del mio libro Tre amori a Debrecen è sua, di Luciana.

 

Quindi andai a trovare un’altra carissima amica: Antonia.

Era ancora la vicepreside della scuola media dove mi aveva aiutato e protetto dalla malevolenza del preside. Per fortuna il factotum della scuola era lei. Ma non fu solo per questo che diventammo amici. Sebbene fosse una donna di una generazione precedente la mia, e fosse sempre vissuta in quella Vandea che era allora il Veneto profondo, e nonostante discordasse dalle mie idèe  politiche, aveva un’intelligenza e una sensibilità tali che le consentivano di  capire e apprezzare le mie qualità ancora solo abbozzate, quindi  mi aiutò a svilupparle, mentre  con i suoi consigli appropriati poneva un freno al mio esibizionismo alle mie intemperanze giovanili. Nei primi tempi mi ribellavo, poi la ascoltai. Questa amica mi ha fatto del bene più di tante amanti.

Su Ifigenia però quel giorno fece un errore. Disse che non dovevo sciupare quell’amore pur difficile con un’avventura estiva di poche settimane a Debrecen perché l’inverno a Bologna sarebbe stato triste e desolato  senza il luminoso calore della ragazza che aveva potenziato il mio tono vitale e migliorato il mio aspetto. Dico che Antonia questa volta sbagliava perché la mia fedeltà mantenuta a Debrecen nel mese di agosto in qualche modo non venne contraccambiata, e l’inverno successivo a Bologna sarebbe stato cupo e desolato proprio per l’assidua presenza al mio fianco di quella giovane donna non più radiosa e ridente come era stata nei momenti migliori, bensì triste, spenta, noiosa deprimente. Tanto che mi sarei innamorato di un’altra

 

Nota

 1 Io ho fermo il disio/ sì a colui che volle viver solo/ e che per salti fu tratto al martiro/ ch’io non conosco  il pescator né Polo” Dante, Paradiso, XVIII, 133-136

 

 

Bologna 14 dicembre 2025 ore 16, 44 giovanni ghiselli.

p. s.

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[1] Io ho fermo il disio/ sì a colui che volle viver solo/ e che per salti fu tratto al martiro/ ch’io non conosco  il pescator né Polo” Dante, Paradiso, XVIII, 133-136


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