domenica 14 dicembre 2025

Ifigenia XCIX. L’innamorato aspetta chi lo fa aspettare che non lo ama.


 

Ifigenia è un nome circondato da un alone letterario;  quello di Helena,  la finlandese amata nel 1971, è anche sacro.

Mi accingo a procedere nel racconto della storia con la bella italiana. Cercherò di rendere interessante quanto di personale scrivo, in modo che nei miei amori ogni lettore esperto di eros possa riconoscere qualche cosa dei propri.

La sera del 30 giugno Ifigenia con una coppia di amici suoi e con il suo bambolotto più caro, chiamato giannettino, partì per Misano dove avrebbe passato il mese di luglio in una casetta presa in affitto, e sulla spiaggia gremita.

Rammento bene quella piccola casa perché ci sono stato un paio di volte, poi mi tornava in mente quando ero a Debrecen dove non cercavo l’amore come negli anni passati, bensì affaticavo il cervello chiedendomi perché Ifigenia non mi scrivesse, o per quale altra ragione non arrivasse l’espresso promesso.

Ora so che l’innamorato aspetta sempre con ansia chi lo fa aspettare perché non è innamorato. “Fare aspettare: prerogativa costante di qualsiasi potere”[1]. Ho imparato a non aspettare più quanto non dipende da me.

Allora pensavo  all’amante nella sua stanza, o nella cucina a bere il caffè dopo il riposo nel letto, non agitato, speravo, e scosso da chissà quali e quanti tangheri.

A quella casetta prossima al mare indirizzavo la posta ogni giorno  senza ricevere mai l’agognata risposta. Come succedeva con la mamma bella e bruna negli anni Cinquanta quando ero a Moena con la zia Giulia, e la madre mia si trovava a Pesaro dove spedivo lettere e cartoline senza ricevere mai nulla da lei. Accadrà di nuovo con Päivi dopo la mia visita in Finlandia nel settembre del 1974 e l’aborto mai comunicato.

“La fatale identità dell’innamorato non è altro che: io sono quello che aspetta[2]. Dopo Päivi e la figlia mancata non mi sono più innamorato.

Helena Augusta invece mi scrisse presto  e mi rese conto di quanto aveva deciso.  Lasciandomi solo, libero e con buoni ricordi del nostro amore.

 Ecco perché è diventata la suprema, la sublime tra le donne amanti incontrate in questa vita mortale. Non mi ha mai ingannato. Un’eccezione.

 

A mano a mano che i giorni passavano e la posta promessa non arrivava, si ripeteva l’antico dolore del bambino che si sentiva abbandonato, sicché  il silenzio ostinato  riapriva la ferita, e l’amore per Ifigenia diveniva ogni giorno più brutto, ulcerato con un’infezione che generava  dolore, risentimento, rancore. Sapevo già, ma non volevo ancora ammetterlo con tutto me stesso, che non rispondere  significa non amare la persona in attesa, siccome ci sono altri piaceri da ricevere e dare.  Avrei dovuto approfittarne per fare altre esperienze anche io, se fossi stato meno demente. C’era una tedesca di Berlino est che mi corteggiava assiduamente e mi piaceva, ma la frequentavo solo da amico. Tra l’altro questa ragazza aveva un eloquio, pur in inglese, più ricco di contenuti interessanti, ossia politici, dello sciocchezzaio sentimentale, falso oltretutto, cui mi ero assuefatto negli ultimi mesi.

Le donne che ci piacciono solo o soprattutto per motivi carnali, dobbiamo prenderle come sono, senza soffrire se non sono colte né intelligenti né oneste come la ragazza madre di Cristo, o Maria Goretti da Corinaldo l’idolo dell’amico evaso dal seminario di Cesena.

Le femmine non sante sono incarnazioni della carne. Volerle diverse da come sono è u[bri~, è dismisura mentale e morale. Al ritorno Ifigenia voleva continuare con me: se avessi avuto una relazione con la germanica, la bionda Silvia,  avrei ripreso a fare l’amore con Ifigenia senza rimuginare troppo. Ma ero mezzo pazzo. E scemo del tutto: in quel mese caddi in balìa del mio côté deficiente evidenziato dalla zia Rina. Sono ancora pentito di non avere trescato con quella ragazzona tedesca che anche solo parlando mi insegnava tanto.

Del resto nei due anni seguenti con Ifigenia ho imparato molto altro sul male da tale maestra esperta di molti accorgimenti e di tutte le coperte vie.

 

Bologna 14 dicembre 2025 ore 18, 22. giovanni ghiselli-

p. s

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[1] Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, L’attesa

[2] Roland Barthes, Op. cit. ibidem


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