lunedì 2 febbraio 2026

Seneca Epistola 36 I tempi dell’apprendimento. Consolazione della morte.


 

Hoc est discendi tempus (4), questo è il tempo dell’apprendimento.  Ma ogni tipo di studio ha il suo tempo. turpis et ridicula res est elementarius senex (4) è vergognosa e ridicola cosa per un vecchio studiare l’alfabeto.

In effetti nello studio bisogna scegliere e dosare bene  i tempi, gli argomenti, ogni cosa. Non si può essere tuttologi e non è bene sapere molte cose e saperle tutte male.

Mors nullum habet incommodum (9), la morte non reca alcun danno.

Magari è il danno estremo, finale che pone termine a tutti gli altri.

Docebo omnia quae videntur perire, mutari (11), dimostrerò che tutte le cose che sembrano andare perdute, cambiano.

Già durante la vita in effetti abbiamo assistito a tanti mutamenti fuori e dentro di noi. Abbiamo cambiato compagnie, case, lavori, abitudini, amanti. Mutanda omnia.

Non è escluso che il  perire sia un perdersi per ritrovarci da un’altra parte.

 

Tutto cambia, nulla sparisce: aestas abiit, sed alter illam annus addūcet, l’estate se n’è andata ma un altro anno la ricondurrà.

Così è per l’inverno del nostro scontento: sta già passando.

Solem nox obruit, la notte copre il sole, sed ipsam statim dies abĭget, ma tosto il giorno la porterà via.

Denique finem faciam, finirò la lettera-, si hoc unum adiecero, se avrò aggiunto questo solo pensiero: nec infantes, nec pueros, nec mente lapsos timere mortem  né i bambini né i ragazzi né i mentecatti temono la morte, et esse turpissimum si eam securitatem nobis ratio non praestat ad quam stultitia perducit. Vale  e allora è turpissimo se la ragione non ci procura quella mancanza di turbamento alla quale conduce la debolezza mentale (12).

Io credo che la morte arriva quando non ci interessa più niente e non abbiamo più niente da dare. Questa è una consolazione rispetto alla morte, solo una delle tante

Bologna 2 febbraio 2026 ore 19, 41 giovanni ghiselli

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Proust VII Il tempo ritrovato. Seconda parte. Antologia con qualche commento.

.

 

 In realtà ogni lettore quando legge è solo il lettore di se stesso. Lo scrittore gli offre uno strumento ottico per guardarsi dentro.

Soltanto la percezione grossolana e fallace colloca tutto nell’oggetto, mentre tutto è nello spirito 245.

 

Il fatto che lo spirito è riempito anche dalla visione degli oggetti. Chi non osserva niente, chi non viene mai colpito e commosso da quanto giarda ha uno spirito povero ndr

 

Le cellule morali che compongono le persone sono più durature di loro.

 

Le cellule morali talora sono meno stabili di altre ndr

 

Avevo visto riapparire in Saint Loup  i vizi e il coraggio dei Guermantes. Nell’intera durata del tempo grandi ondate sollevano dal fondo, dalla profondità delle ere, le medesime collere, le medesime tristezze, prodezze, manie, attraverso le generazioni.

 

Le donne non trovavano requie nel loro sforzo per lottare contro l’età  e protendevano verso la bellezza che si allontanava come il sole al tramonto lo specchio del loro volto, bramose di conservarne gli ultimi raggi 282

Lo facciamo anche noi uomini, eccome! Ndr

 

Odette era rifiorita con tutti i suoi belletti. Ma non sembrava viva: aveva l’aspetto di una rosa sterilizzata. I suoi occhi sembravano guardarmi da sponde lontane e la sua voce era triste, quasi supplichevole, come quella dei morti dell’Odissea 286.

 

Questi vengono evocati da Odisseo nell’XI canto del poema . Sono le “teste svigorite dei morti” nekuvwn ajmenhna; kavrhna” (v. 29). Devono bere il sangue degli animali sgozzati da Odisseo per riprendere coscienza.

Queste si accostano "prive di coscienza, o al massimo dotate di una semi-coscienza crepuscolare"[1],  tranne Elpenore, poiché il suo corpo non è ancora stato bruciato, e il vate Tiresia che per grazia di Persefone ha conservato anche il dono profetico. Gli altri vogliono avvicinarsi al sangue degli animali sgozzati e devono berlo per  esprimersi umanamente e veracemente.

Teste svigorite sono anche quelli che oggi ammazzano. Anche loro devono bere il sangue o almeno vederlo sgorgare per sentirsi vivi. ndr

 

 

Tre anni dopo Odette era inebetita. Dopo che si era presa gioco di Swann e di tutti, adesso l’universo

 intero si prendeva gioco di lei.

Ma torniamo alla matinèe della principessa di Guermantes

Bloch lo snob ebreo, l’ex compagno di scuola gli chiede di presentarlo al padrone di casa.

La principessa di Guermantes era morta  e il principe rovinato dalla sconfitta tedesca aveva sposato l’ex signora Verdurin che dopo questo terzo matrimonio godeva di una grande considerazione faubourg-Saint Germain 291

Le molle del meccanismo espulsore non funzionavano più e mille corpi estranei entravano nel faubourg togliendogli omogeneità, compattezza, colore. 293. Il quartiere prima esclusivo ora si limitava a rispondere con timidi sorrisi a domestici insolenti, come una vecchia matrona svanita. Bloch entrava nei salotti dove una volta non avrebbe potuto mettere piede saltellando come una iena. Ma aveva anche vent’anni di più, era più vicino alla morte. A che gli serviva la nuova fortuna mondana? 303 Altri dieci anni e vi sarebbe entrato arrancando sulle stampelle.

 

Quando succede bisogna sostituire le membra svigorite con l’accresciuto vigore dello spirito ndr

 

I Guermantes costituivano una misteriosa stirpe dagli occhi acuti, dal becco di uccello, una stirpe rosea, dorata, inavvicinabile. Ma differivano dalle altre persone del gran mondo soprattutto perché  affondavano le loro radici più addentro in un passato della mia vita nel quale sognavo di più e credevo di più nelle persone 314

 

Questo succede anche con i paesaggi come per me Moena il cielo dell’infanzia solitaria e meditativa per esempio. ndr

 

Una grande cocotte dell’alta società diede l’impressione di mettersi a correre. Correva infatti verso la tomba. 318

 

E’ la corsa macabra che inizia già nell’infanzia. T. Mann la chiama “danza macabra”. Non c’è bisogno di andare nelle discoteche per farla ndr

 

Una signora grossa gli disse: “mi scambiate per la mamma vero? Comincio infatti a somigliarle molto 318. Era Gilbert figlia di Odette e di Swann

 

E’ una delle ultime serate mondane di Proust. Voleva dedicarsi alla Ricerca: “giacché il dovere di compiere la mia opera prevaleva su quello di essere onesto e buono 324. Del resto scrivendo mi occupavo delle persone che descrivevo più a fondo di quanto avrei fatto stando in loro compagnia , “per cercare di rivelarli a loro stessi, per realizzarli”.

 

Il vecchio duca era un rudere, o meglio ancora che un rudere, era quella bella cosa romantica che è una roccia nella tempesta. Flagellato da ogni parte da onde di sofferenza, di rabbia per la propria sofferenza, di saliente avanzata della morte, il suo volto, sgretolato come uno scoglio, conservava però uno stile e una linea ammirevole.

Le arterie, perduta ogni elasticità, avevano dato al suo viso , un tempo così disteso, una durezza scultorea. 358

La vecchiaia, è lo stato più miserando per gli uomini perché li precipita giù dai loro fastigi come i re delle tragedie greche. La via della vita durante la vecchiaia diventa via crucis 359

Odette ingannava il signor di Guermantes  e si prendeva cura di lui senza nobiltà né grandezza. Era mediocre in questa parte come in ogni altra. Non che la vita non le avesse affidato belle parti, ma essa non le sapeva sostenere 361

Alla signorina di Saint Loup facevano capo le due grandi strade dove avevo fatto tante passeggiate e tanti sogni: attraverso suo padre Robert, la strada dei Guermantes; attraverso Gilberte, sua madre, la strada di Swann. 371

La figlia di Saint Loup era un’incantevole sedicenne composta di quegli anni che io avevo perduti: assomigliava alla mia giovinezza.

Era ora di attuare la vita in un libro. Nel mio libro ciascuno avrebbe letto se stesso perché esso porgeva una lente di ingrandimento sul proprio io. 375

Avrei dormito di giorno e lavorato di notte:  forse cento, forse mille.

Il declino della mia volontà, della mia salute risaliva a quella sera in cui mia madre aveva abdicato  387

Aveva ceduto ala sua piagnucolosa preghiera di bambino debole.

 

Bologna 2 febbraio 2026 ore 18, 28

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[1]E. Rohde, op. cit., p. 10


Tutto fa brodo per il Sì al referendum.


Il nuovo “pacchetto sicurezza” che “la Repubblica” di oggi in prima pagina chiama “Stretta sulla sicurezza” necessita di una magistratura che stringa o allarghi il guinzaglio secondo le convenienze del governo.

A pagina 2 del medesimo giornale c’è un altro titolo:

Meloni va dai poliziotti feriti

“I pm non esitino punire

Questi non sono ancora controllabili e, quindi, gli italiani che vogliono ordine e sicurezza dovranno votare Sì al referendum, se vogliono che i pm obbediscano al suggerimento della Meloni.

Oggi  i programmi televisivi hanno mostrato decine di volte la violenza della guerriglia di ieri senza del resto mai cercarne le cause più vere né i probabili mandanti, anzi attribuendo il cui prodest alla sinistra e ai servizi sociali.

 

 Il caso dell’omicidio di Garlasco è stato mostrato e discusso centinaia di volte in questi ultimi mesi. Questa ripetizione ossessiva serve allo stesso scopo: screditare la magistratura attuale che va riformata in modo da restringerne il potere e da subordinarla al governo.

In queste trasmissioni gli innocentisti rispetto al precedente verdetto di condanna non si fanno nessuno scrupolo di offendere due famiglie: quella della vittima Chiara Poggi e quella di Andrea Sempio indicato dalla maggioranza degli invitati come sicuro colpevole addirittura con accenti d’ira. Costoro sputano sentenze correggendo i magistrati di prima e anticipando questi che li hanno sostituiti.

Tutto fa brodo per il sì al referendum.

Personalmente condanno le violenze tutte e le attribuisco a chi le commette con evidenza non a chi mi pare. Il cui prodest lo congetturo secondo logica. Quindi affermo che i pestaggi subiti dagli agenti danneggiano la sinistra e favoriscono la destra che attribuisce alla sinistra  varie forme di complicità con i delinquenti .

Per quanto riguarda il referendum voterò come sempre a sinistra scrivendo NO.

Bologna 2 febbraio 2026 ore 16, 56 giovanni ghiselli

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Proust VII Il tempo ritrovato. Antologia di sentenze utili e belle. Prima parte.


 

La Parigi della guerra mondiale faceva pensare al Direttorio (1795-1799) e la Verdurin erano diventata una delle regine della città 39. Una regina vecchia e brutta. Il dreyfusismo non era più shocking ma era diventato rispettabile e normale 43. Chi aveva fatto della vita interiore il proprio ambiente non teneva più conto degli avvenimenti. 44

La genuina nobiltà della sua natura spingeva Saint Loup a non tenere in alcun conto i suoi grandi mezzi e a farne dono: ricchezze, condizione sociale, la stessa vita. 61 Anche lui come Charlus aveva l’ideale virile degli omosessuali. La menzogna sta nel non rendersi conto che c’è il desiderio fisico alla radice dei sentimenti cui si attribuisce altra origine. Saint Loup aveva i sentimenti del guerriero cavalleresco, un ordine cavalleresco mascolino 64

Charlus era giunto il più lontano possibile da se stesso: lo avevo scambiato per un altro invertito 83

“Detesto la mediocrità-diceva Charlus- la commedia borghese è troppo contegnosa, per me ci vogliono o le principesse della tragedia classica o la farsaccia. Niente via di mezzo. O Fedra o i Saltimbanchi. 157

Era diventato quel Prometeo consenziente che si era fatto incatenare da Kratos alla rupe della nuda materia 155

Nelle persone che amiamo è immanente un nostro sogno che non sappiamo discernere ma perseguiamo. Era stato il mito di Swann a farmi amare Gilberte, il mito di Gilberto il malo a fami amare la duchessa di Guermantes.

 

Elena: il mito della madre bella e irraggiungibile, la mia.

Kaisa il mito della ragazza brava a scuola, Marisa

Päivi il mito della donna intelligente, poco loquace e imperiosa la zia Rina. ndr

 

“Abbiamo bussato a porte che davano tutte nel nulla  e in quella che era predisposta per noi abbiamo urtato inavvertitamente ed essa si è aperta”196

 

Cfr. la porta della legge nel Processo di Kafka. Ndr

 

Urtai una  pietra con un piede e un azzurro profondo mi inebriò la vista come vedendo i campanili di Martinville o assaporando la madeleiene  inzuppata in un infuso. Nel cortile dei Guermantes avevo sentito la stessa disuguaglianza ch’era nel lastricato di San Marco a Venezia 203 Mi sentivo affrancato dall’ordine temporale. Certe resurrezioni del passato sono totali nell’anima nostra. Volevo consacrarmi alla contemplazione dell’essenza delle cose. Dovevo attingere quel reale che era in fondo a me stesso

L’arte è il fatto più reale, la più austera scuola di vita, il vero Giudizio finale.211

Un’opera che contenga teorie è come un oggetto su cui si sia lasciato il cartellino del prezzo 213.

 

Penso all’Eneide di Virgilio e anche alla Commedia di Dante pur scritte molto bene. Anche Sofocle, il più grande di tutti è alquanto ideologico ma ha l’intelligenza di lanciare l’allarme per la crisi della sua ideologia, ne prevede il tramonto,  mentre Virgilio e Dante presentano dei dogmi immutabili. L’inferno di Dante è il luogo della pena dei suoi nemici personali, il purgatorio è il luogo della catarsi dei suoi amici, il paradiso è l’apoteosi della sua amata,  il suicidio di Didone è dovuto al successo del divo Augusto, Enea la fa morire spietatamente eppure è pio.  Ndr

 

La vita vissuta ci fuorvia da noi stessi ammassando sopra le nostre genuine impressioni, per nascondercele, le nomenclature, gli scopi pratici cui diamo erroneamente il nome di vita. Il lavoro dell’artista fa l’operazione contraria. 228

Lo scrittore deve avere il senso dell’universale e fare entrare nell’opera d’arte solo ciò che riguarda tutti. 232

Gli esseri più stupidi, con i loro gesti, i loro discorsi, i loro sentimenti involontariamente espressi, manifestano leggi che essi non scorgono ma che l’artista coglie in loro 233.

Pensare in forma artistica, universale è per lo scrittore una funzione sana e necessaria il cui compimento lo rende felice come, nella vita fisica, il moto, il sudore, il bagno 234

L’opera d’arte ci insegna che l’universale sta accanto al particolare e gli succede.. Così il dissolversi della persona amata in una più vasta realtà ci aiuta a non soffrire per averla perduta 237

Solo la felicità è salutare al corpo, ma è il dolore a sviluppare le energie dello spirito 238

Quello che dobbiamo estrarre, portare alla luce, sono i nostri sentimenti, le nostre passioni, cioè le passioni e i sentimenti di tutti. Una donna che ci fa soffrire trae da noi serie di sentimenti ben più profondi, ben altrimenti vitali di quanto possa fare un uomo superiore che ci interessa. Il tradimento con il quale ci ha fatto soffrire una  donna è poca cosa in confronto alle verità che ci ha rivelate, verità che la donna, paga di aver fatto soffrire non avrebbe potuto comprendere 239. Quei dolori profondi ci obbligano a entrare in più profondo contatto con noi stessi; quei dilemmi dolorosi che l’amore ci pone, ci rivelano via via la materia di cui siamo costituiti 241

Facendomi soffrire Albertine, facendomi perdere tempo, forse mi era stata più utile di un segretario che avesse messo in ordine le mie scartoffie.

Spossante è comunque la vita di chi ha bisogno di soffrire

per imparare 242.

Bologna 2 febbraio 2026 ore 11, 53 giovanni ghiselli

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Viaggio in Grecia aprile 1982. XV parte L’ultima tappa.


 

Alle due partiamo da Atene. Le sponde del canale corinzio sono gialle di fiori. Mi attirano molto queste creature figlie del sole ma quando scendiamo per una sosta le lascio vivere e crescere dove si trovano senza coglierne nemmeno una.

Forse non avrei dovuto farlo neanche con le  amanti impreparate e inadatte a me. Ricordo una bell’avvertimento di Tolstoj: “Se tu cogli la mela quando è verde, rovini il frutto, sciupi l’albero e ti si allegano i denti. Quando sarà matura, ti verrà in mano da sola”[1].

Del resto se non cogli il frutto o l’amante, lo farà qualcun altro.

Ifigenia  non era matura a 25 anni e non lo è diventata nei due anni passati con me. Non ho saputo educarla. Non era facile. Le mie fatiche sono state spese umanamente? Forse no, ma più di così non potevo. Pensieri vani di un cervello stanco.

 

Ripartiamo. Nel tratto Corinto Patrasso in direzione ovest c’è il vento a favore. Come quando, nell’agosto de 1978, lo percorrevo in bicicletta gareggiando con la prua di una nave che filava sul Sinus Corinthiacus.

Questo agone prefigurava la corsa che feci verso Ifigenia quando nel novembre successivo si spogliò la prima volta davanti ai miei occhi umidi di desiderio e di gioia.

Avevo vinto la gara con la nave dalla prora veloce spinto dal vento di poppa e questa ragazza fu il premio, la medaglia che sembrava tutta di oro nei primi tempi. Poi con lo sfregamento e gli urti l’orpello è diventato nero.

 

Nell’estate del 1981 sono tornato sullo stesso percorso su Ifigenia. Ma i venti contrari forieri di indugi funesti, di liti penose, di brutti presagi ci avvertivano che non si doveva procedere sulla medesima strada. Non eravamo più congeniali l’uno all’altra. Quando sentiamo e soffriamo la fatica di fare una cosa, significa che quanto facciamo non ci piace, che non siamo dotati per quella attività. Se insistiamo, subentrano le malattie.

 

Arriviamo a Patrasso. Alcune persone del gruppo ripetono luoghi comuni e mi danno fastidio. Non posso comportarmi con naturalezza quando sento frasi che paiono annunci pubblicitari. Mi libero e cammino da solo per il centro osservando la gente. Varietà delle facce, dei tipi umani. Sorrisi ambigui di prosseneti e pure espressioni di occhi che indagano rivolti all’esterno o anche all’interno.

Ogni volta che una donna mi guarda sono felice. “Salve” –penso- benedetta creatura, tu non immagini quanto bene mi fai!”- Non mi sono mai rifatto completamente dell’oppressione subita per anni da quanti volevano sottomettermi e colonizzarmi.

 Ogni tanto  qualcuno ci prova ancora. Nel lavoro e nell’amore. A trattarmi come il paria privo di aiuti e del tutto sprotetto. Ho dovuto difendermi per tutta la vita, quasi sempre con le mie forze soltanto.

 

Dopo la passeggiata attenta e pensosa torno nel porto. Il cielo sopra Patrasso si è annuvolato e oscurato. I ragazzi giocano a palla.

Penso alla madre e alle zie del re di Tebe nemico di Dioniso, punito dal dio:

“Una portava via un braccio,

un’altra un piede con lo stivaletto calzato: erano  denudate

le costole per le lacerazioni: ognuna coperta di sangue.

pa`sa d j  hJ/matwnevnh                                    

nelle mani giocava a palla con la carne di Penteo cei`ra~ diesfaivrize savrka Penqevw~

 (Euripide, Baccanti, 1133-1136).

 

Ci hanno provato con il mio cuore e pure con la mia testa. Questa  non sono riusciti a staccarla. Nemmeno a Ifigenia l’ho permesso sebbene mi abbia dato per qualche mese il piacere maggiore più grande. Poi però anche tanta noia e parecchi dolori.

Ho fame ma non mangio: prendere peso è perdere potenza:  è u{bri~.

Ci imbarchiamo verso le 22.  Si è fatta l’ora della cena frugale: un’insalata greca senza pane e senza sciupare la linea. Non ho fatto abbastanza moto oggi per potermi permettere altro. Una birra piccola magari sì.

 

La mattina seguente mi sveglio. La nave è davanti a un’isola: Corfù o Leucade. Non vi andrò mai. Nemmeno trascinato da otto balene. La vera Grecia non è quella delle isole affollate di turisti. Da Mykonos scappai a gambe levate. Anche da Santorini che pure è bella. Ma l’ambiente orribilmente vacanziero di tali luoghi è come quello di Riccione.   

La Grecia per me significa il Peloponneso con Olimpia, il Taigeto, Micene Epidauro; oppure Dodona, Delfi, il Parnaso, l’Olimpo; o l’acropoli di Atene; o Efeso e Troia  e perfino il Museo di Pergamo a Berlino o il British Museum con i marmi del Partenone.

Il mare di Grecia è bello ma va bene anche quello di Pesaro. Nell’Ellade cerco altro: pedalando e pensando ripercorro tutta la mia vita di studio e di amore per l’antico.

Non c’è il sole, però la mia faccia ne conserva le vestigia che non si sono dileguate come le mie amanti una dopo l’altra. Meglio per me: erano troppo diverse dal sole benefico e fedele. E pure da me che con il sole ho sempre avuto forti legami.

La nave costeggia una terra desolata. Fiorita da poco ma orbata della luce solare, sembra una ragazza giovane e bella però abbandonata  dall’uomo che amava. Una desolata, infelice. O una moglie ridotta a fare la serva.

Il cielo ferrigno mortifica ogni cosa bella. Quando vado al mare e vedo persone che cercano l’ombra, che pagano per un pezzetto di sabbia aduggiato dall’ombrellone sento l’impulso di biasimare questi profani che rifiutano la grazia di Dio, ma faccio finta di niente.

A me basta il capanno per posarvi le scarpe e cambiarmi il costume bagnato, poi corro o nuoto o passeggio, comunque mi beo nel sole. L’ombra mi avvolgerà da morto. Vorrei che il suburbano avello mio tuttavia fosse colpito dai raggi solari dall’alba al tramonto.

 

Senza il sole perfino i volti delle ragazze e dei ragazzi assumono un aspetto funereo. Il sole porta significazione di Dio e imprime alcunché di divino nei corpi umani che copre di grazia.

I riccioli di una ragazza vivi e rugiadosi come un’erba del paradiso quando  vengono  illuminati, qui sulla nave ansimante sotto un  povero cielo orbato dell’occhio del giorno e tormentato dai cupi ululati del vento che fa schizzare l’acqua agitata sul ponte, sono diventati simili a cordicelle aggrovigliate e incrostate di sale.

Arriviamo a Brindisi. La Puglia ci accoglie con una minaccia di temporale. Nuvole cupe e lampi nel cielo. Ma la terra rosseggia di papaveri freschi. Questo viaggio in Grecia e ritorno è finito. Uno dei tanti nella mia vita mortale.

Avvertenza il blog contiene una nota e il greco non traslitterato

Bologna 2  febbraio  2026 ore 10, 35  giovanni ghiselli.  

Nota


[1] Guerra e pace, trad. it. Garzanti, 1974, p. 1541

 

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Fine del viaggio in Grecia del 1982

 

 

 



Grecia 1982 XIV parte. Il Museo archeologico nazionale di Atene visto e commentato da un dilettante.


Don Lorenzo Milani insegnava che "bisogna sfiorare tutte le materie un po' alla meglio per arricchirsi la parola. Essere dilettanti in tutto e specialisti nell'arte della parola" ( Lettera a una professoressa , p. 95)

 

Il 12 aprile andiamo dentro il museo archeologico nazionale  di Atene. Vedo le maschere dei morti micenei. Sono del 1500 a. C. dice una targa. Le lamine d’oro portano impressi lineamenti di volti ottusi, semiumami-semibestiali. Quello del gran duce miceneo Agamennone  è il più interessante per la celebrità del nome pur se applicato con un’etichetta probabilmente arbitraria. E’ una faccia comunque speciale: scavata, non gonfia al pari di altre ottusamente enfatiche. Il poeta sovrano ha nobilitato questi ceffi e giustificato tanto la vita quanto la morte con la bellezza.

Il vaso dei guerrieri micenei, del 1200, presenta una schiera di uomini armati e barbuti, tutti pressocché uguali tra loro, senza alcuna espressione particolare che li distingua  uno dall’altro. C’è l’identita gregaria sempre  gradita a chi comanda.

Poi vedo la statua bellissima dello Zeus dell’Artemision del 470 a. C. circa. Fu ritrovata nei fondali marini antistanti capo Artemisio, la punta settentrionale dell’ Eubea. Nel signore dell’Universo tutto è motivato dalla sua volontà di cosmizzare il caos, il guazzabuglio che suscita la funerea sapienza silenica dell’ajpoqanei`n qevlw, morire voglio, detto dalla Sibilla del Satyricon.

Il volto di Zeus è proteso a mirare lontano, il collo è eretto nella tensione del lancio indirizzato ad annientare i malvagi fomentatori e attori della confusione, le gambe divaricate, vittoriose in tutte le gare, sono tornite e muscolose, le braccia forti, aperte e tese nell’atto di lanciare forse una folgore contro un malvagio, il petto espanso è capace di ingoiare le tempeste.

 Mi suscita il desiderio di invecchiare in quella maniera. “Devo impiegare la vita opponendomi al male” mi dico.

L’arte mi aiuta a indagare me stesso.

 

Quindi vedo il Diadumeno di Policleto del 430 circa. Il giovane atleta ha un atteggiamento muliebre mentre si aspetta un giudizio dalle persone che vuole sedurre con la sua bellezza. Le due statue rappresentano la gioventù narcisista questa e l’età matura cosciente di sé quella dell’Artemision.

 

 Procedo verso l’uscita fino al gruppo di Afrodite con Pan ed Eros. E’  del 100 a. C. Il mito dei classici è diventato mitologia un poco stucchevole. Venere nuda, con la mano destra che impugna un sandalo scherzosamente, e la sinistra che copre il pube mentre guarda sorridendo il satiro dalle zampe caprine che la fissa voglioso da basso, sembra una escort dalla resistenza mal pertinace alla richiesta delle sue grazie da parte del vecchio bramoso che ha già allungato le mani. Penso a quanto ho dovuto parlare corteggiando la splendida Helena con delicatezza, buon gusto, eleganza, prima di  poterle toccare i capelli.

Con lei poi c’è stato l’amore nel suo significato più alto e pieno, non il sesso digrignante né quello fiacco e svogliato.

Esco perché la mia sensibilità a quanto vedo è calata. Mi manca la luce del sole

 

Bologna 2 febbraio  2026 ore  9, 11 giovanni ghiselli

 

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domenica 1 febbraio 2026

Proust La fuggitiva VI parte della Ricerca. Florilegio delle frasi più significative.


 

Albertine ha lasciato una lettera  che termina, appunto, con queste parole. "Addio, ti lascio la parte migliore di me".

l'intelligenza non è lo strumento più utile per afferrare tutto,  ma può svelare l'inconscio, chiarire l'intuizione e spiegare il presentimento.

L'io narrante aveva sentito la propria noia e aveva potuto discernere la stanchezza di lei "l'orrore suo di vivere da schiava" p. 8

"Ci s'era detti che ci saremmo lasciati in buona armonia", ma questo è davvero raro "perché se si fosse in buona armonia, non ci si lascerebbe" 9

C'è una cosa più forte del piacere ed è "la pietà per il dolore" 13

Il plagio umani cui è più difficile sfuggire è il plagio di se stesso 21 nel senso che ci ripetiamo.

"Se pensavo alla sua camera dove il letto rimaneva vuoto, alla sua pianola, alla sua aut perdevo ogni forza, chiudevo gli occhi, piegavo la testa sulla spalla sinistra come chi sta per svenire" 34.

Per trovare  l'estinzione della sofferenza bisogna perdere il desiderio.

l'uomo non può uscire da sé e conosce gli altri solo trovando in loro delle parti di se stesso 37 Noi non riusciamo a cambiare le cose secondo il nostro desiderio ma è il nostro desiderio che a poco a poco muta.

Albertine gli manda un telegramma con la sua disponibilità a ritornare, ma ora che questo era possibile non bisognava affrettarlo.

Quando finalmente l'io narrante spedisce il telegramma con il quale abbandona ogni fierezza e le chiede di tornare a qualsiasi condizione, riceve un telegramma dalla signora Bontemps  che gli annuncia la morte della ragazza:" Il suo cavallo l'ha scagliata contro un albero. Tutti i nostri sforzi non hanno potuto rianimarla 63

Ma quell'urto non aveva ucciso Albertine in me stesso 65.

 

La bambina  abortita  da Päivi non è stata eliminata da me,   tanto è vero che non  ho mai cercato, e non ho mai più corso il rischio  di metterne al mondo un'altra (ndr)

Al risveglio trovavo un'intera flotta di ricordi che erano venuti a navigare in me

Il dolore, come l'arte, pone incanto e mistero negli oggetti più futili e li mette in rapporto con noi.

Sentivo sulle mie labbra la sua lingua, quella lingua materna, incommestibile, nutrice e santa che veniva  esternata dalla sua carne come una stoffa che mostrasse la sua cucitura interna e anche nei contatti più estrinseci acquistava la misteriosa dolcezza di una penetrazione. 86

 

Pensiero da omosessuale ndr.

Avevo perduto non solo una donna che mi amava, una tenera amante ma anche una sorella e una figlia 87.

 

Le donne che abbiamo amato senza riserve anche solo per un mese non si perdono  mai. Helena una sera mi disse: "tu sarai sempre felice siccome hai la donna che ami: tu hai me". Viceversa dove non c'era l'amore anche una relazione durata venti anni sparisce del tutto  ndr

 

Albertine, grossa e bruna, non somigliava a Gilberte, snella e rossa, tuttavia avevano entrambe il medesimo tessuto di salute e tutt'e due, nelle medesime gote sensuali, uno sguardo di cui difficilmente si afferrava il significato 90

 

Comunque ogni uomo si innamora sempre di un certo genere di donne. probabilmente il modello o il contromodello è la mamma ndr

 

 

In ogni caso non si ha mai presa sulla vita di un'altra persona 96

La mia irrisolutezza, "procrastinazione" come la chiamava Saint Loup si opponeva a ogni attuazione e mi faceva sempre rimandare i chiarimenti  di certi sospetti come il compimento di certi desideri 103.

 

Una germoglio prelevato da una persona e innestato nel cuore di un'altra, seguita a continuarvi la sua vita anche se è morta la persona da cui è stata distaccata 114.

Solo sapere che una donna si chiama Elena mi spinge a considerarla con interesse. Come sapere che è ragazza madre. ndr.

Proprio come l'avvenire, il passato non si assapora tutto insieme, bensì grano per grano. 122

Si guarisce da una sofferenza solo a condizione di sperimentarla pienamente 126

L'abitudine ci abbrutisce, ci nasconde molte cose e sostituisce ai dolori  e alle gioie qualcosa di anodino che non procura delizia alcuna 135- ajnwvduno~  esente dal dolore-ojduvnh-

Donne attraenti per l'io narrante erano quelle che avevano il prestigio di assomigliare ad Albertine, soprattutto le ragazze del popolo  143.

La moda è fatta dell'entusiasmo di un gruppo di persone come i Guermantes.

La duchessa lo invitò all'Opera nella sua barcaccia che tempo prima gli era sembrata inaccessibile come il regno sottomarino delle Nereidi, ma Proust rifiutò accusando un gran dolore per la perdita di un'amica. Da quel momento smise di provare tale dolore. 183

L'abitudine di pensare talvolta impedisce di sperimentare la realtà, la fa apparire solo pensiero, immunizzandoci da essa.

 Non c'è idea che non porti in sé la popria confutazione né parola la parola contraria. 197 cfr. i dissoi; lovgoi.

  Proust seppe poi da Andrée, un'amica di Albertine che questa "differiva pochissimo dalla ragazza orgiastica comparsa e intuita il primo giorno sul molo di Balbec. Tale era davvero, anche se poi aveva innalzato tante linee difensive per essere accettata. il Nostro a questo punto trovava più bello che la realtà si accordasse al proprio istinto piuttosto che al miserabile ottimismo cui vilmente aveva ceduto più tardi.

Il primo giorno sulla spiaggia aveva intuito che quelle ragazze incarnavano la frenesia del piacere, il vizio, e in particolare tale intuizione era chiara la sera in cui aveva visto l'istitutrice far rientrare quella fanciulla appassionata nella villetta come si caccia una belva nella sua gabbia 205-206. Quelle intuizioni delle prime si trovavano verificate.

 

Ci sono differenze di ambiente, di educazione, alle quali non si vuole credere perché vengono tenute nascoste con le parole quando si conversa ma quando siamo soli tali differenze  dirigono gli atti dei due amanti in due sensi opposti 214

Crediamo di amare una fanciulla e amiamo invece appena l'aurora che si riflette sul suo volto 242.

Gilberte mi annunciava il suo matrimonio con Robert de Saint Loup.

Sapevo che la cordialità, il tono alla pari, alla mano, era una commedia

Robert era diventato omosessuale  e gli uomini non gli ispiravan amicizia bensì desideri. Quindi era divenuto freddo ed evasivo con l'ex amico

Nell'appendice Proust scrive che vide a un tavolo due vecchi amanti che sembravano indifferenti l'uno verso l'altro ma in realtà erano curvati dal tempo come due rami che hanno preso la stessa inclinazione e quasi si toccano, e nessuno potrà raddrizzarli né scostarli l'uno dall'altro294

 

Bologna primo febbraio 2026 ore 18, 38 giovanni ghiselli

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In Grecia 1982 Tredicesima parte. Il museo di Delfi. Il messaggio meraviglioso di un’ allieva.


 

Vado verso il museo. Ci entro per dovere, non tanto volentieri, poiché il sole fuori da quel luogo affollato è alto, beneficentissimo, caldo e abbronzante. E l’abbronzatura migliora il mio aspetto, come mi ha insegnato la madre mia, devota sacerdotessa del sole. Sono stato il chierichetto di questo culto quando ero da bambino. Ora ne sono ierofante.

Comunque entro perché so di trovare del nutrimento mentale.

Mi affretto verso la l’auriga  di bronzo, fendendo la folla. Nei musei non guardo ogni cosa ma solo quello che mi riguarda: mi fa pensare o mi commuove. A volte mi lascio distrarre dalle giovani donne vive e mi viene in mente l’ arteria femoralis che batte sulla parte anteriore delle loro cosce, come Hans Castorp nel sanatorio pensava a quella di Claudia Chauchat volendo baciarla.

Leggo la targa sul muro: l’auriga di Delfi è il dono votivo di un tiranno.

L’uomo raffigurato non è bello: ha certe caratteristiche dei tiranni appunto e dei tiranneggiati: quelli che vogliono comandare o essere comandati. Gente lontana dall’umanesimo. Il tiranno secondo Platone è un uomo, per natura, o per le abitudini, "mequstikov".. ejrwtikov", melagcolikov"", ubriacone depresso e libidinoso:  (Repubblica, 573c): incline al bere, al sesso, alla depressione; inoltre è di animo sostanzialmente servile"oJ tw'/ o[nti tuvranno" tw/' o[nti dou'lo""(579e).  

L’auriga è malfatto nel corpo, stordito nel volto. Bassa la fronte, gonfie le gote, strette le spalle, larga e prominente la pancia, troppo grandi i piedi. Edipo tiranno infatti è l’uomo dai piedi gonfi.

Il potere attuale vuole che la gente non pensi e consumi. Plaude alle guerre che distruggono ogni cosa che poi va ricostruita con lucro di pochi, lutti e miseria di molti. Oggi, mentre ricordo fatti lontani, le guerre in corso continuano e si estendono forse fino a un conflitto mondiale che infiniti lutti addurrà al genere umano, eppure i commentatori che ruminano accanto alla greppia plaudono a tale  recrudescenza del male quotidiano.

 

Mi muovo dall’auriga per andare a vedere le statue di Cleobi e Bitone. Sono della prima metà dell VI secolo, l’età dei tiranni. L’artefice non possiede la misura dell’uomo davvero umano: imita le colossali statue egiziane in tali creature ancora avviluppate nella natura ferina. 

Giganti e titani: gli eterni nemici della cultura.

L’Atene colta e democratica saprà superare i gradini precedenti, scagliando l’asta oltre il punto dove l’avevano raccolta da Egiziani, Minoìci, Fenici.

Cleobi e Bitone sono morti prima di giungere a maturità.

"Su loro, che avevano compiuto questo atto devoto ed erano visti dalla folla, sopraggiunse la fine della vita migliore, e mostrò in questi la divinità che è meglio per l'uomo essere morto piuttosto che vivere" racconta Erodoto (I, 31, 2).

La lugubre favola erodotea esemplifica la sapienza silenica: non vale la pena di vivere se la vita non è giustificata dalla bellezza, anzi è inficiata e impedita dalla mostruosità. Così la pensavo anche io quando i malvagi mi trattavano da mostro, poi diverse donne belle e fini mi hanno dimostrato con le parole e con i fatti di ritenermi degno delle loro persone e del loro amore sicché ho capito che mostri erano quelli che mi maltrattavano.

 

Osservo altre figure arcaiche, non ancora formate del tutto umanamente.

Acroterio del tempio degli Alcmeonidi era una Nike alata, più uccello che donna. Sento pronunciare oscenamente “naik”, da italiani.

 Questa è una vittoria non decisiva e malsicura come quelle conseguite con alcune delle mie donne non abbastanza belle né fini, anzi piuttosto rozze, ordinarie e grossolane.

Il classico, il prevalere stabile dell’ordine olimpico sui perturbatori forieri di caos lo vedo accennato nel tesoro degli Ateniesi. Eracle e Teseo l’eroe dorico e quello di Atene, paradigma mitico di Pericle nelle Supplici di Euripide,  sconfiggono i mostri con mano quasi sicura.

Ma di pienamente classico, di esemplarmente umano, non vedo nulla.

Nelle figure successive al V secolo a. C. vedo l’immagine del greco spoliticizzato che un poco alla volte degenera da cittadino a suddito. Tale è un pancratiaste di Lisippo, un posatore di pose non belle. Manierate e manieristiche sono le tre ateniesi che danzano: i loro gesti non sono semplici e belli  come quelli delle figure create da artisti, scultori e poeti, che interpretavano i gusti i sentimenti e i pensieri di un popolo libero e consapevole della sua dignità.

Dopo il terrore dei mostri portatori di caos con la sapienza silenica, dopo i poemi omerici di apollinea chiarezza, dopo la soggezione ai tiranni, poi, in seguito alle guerre persiane che hanno sancito la vittoria del cosmo sul guazzabuglio, gli Ateniesi hanno stabilito la democrazia diretta  e la loro cultura bella con semplicità, un paradigma eterno per tutta l’Europa.

 Finita la guerra del Peloponneso e l’età dell’oro di Atene, i Greci sono caduti nell’indifferenza politica finché hanno trovato i padroni che li hanno sottomessi: i Macedoni, poi i Romani.

La statua di Antinoo naticoso e sfacciato amante dell’imperatore Adriano è un simbolo eloquente pur senza parlare.

 

Esco dal Museo. Ho bisogno di sole. Evito ogni ombra che a me porta pena. La sera terrò la mia lezione su quello che ho visto.

Una ragazza, una ex allieva che non dovrò più valutare, mi lascia un foglio scritto. Ne trascrivo alcune parole: “Lei mi ha arricchito, mi ha stimolato a imparare, mi ha fatto desiderare di leggere più e meglio, di sapere più e meglio. Lei è stato uno stimolo continuo per la mia vita scolastica e pure per la mia vita di sempre. Lei mi ha fatto trovare l’unità tra questa e quella. I miei professori successivi mi hanno fatto detestare Platone, ignorare Cartesio, giocherellare con i logaritmi e con Keplero, o mi hanno costretto a riempire di rancide frasi fatte tanti fogli, senza sentire nulla, né trasmettermi nulla. Io mi considero ancora sua alunna perché lei mi ha aiutato a pensare che si può vivere la scuola in modo diverso, che ognuno deve diventare quello che è,  anche quando  si vive da studenti oppressi come me o da insegnanti circondati da ipocrisia e incomprensione, come lei. Vorrei che la mia gratitudine  fossero per lei uno stimolo a continuare con il suo metodo, la via che non rinuncia allo sviluppo della propria umanità non ordinaria, non banale, non volgare.

Io non ho più paura grazie a lei. Sua allieva

Vittoria”.

Traggo grande conforto da queste parole che santificano le mie fatiche umanamente spese. Sono talmente belle che non ne aggiungo altre per quanto riguarda questa giornata.

 

 

Bologna primo  febbraio 2026 ore 17, 44 giovanni ghiselli

 

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L’inverno è finito: alle 18 non sarà più buio del tutto

 

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Cui prodest?

Piantedosi: squadristi rossi (la Repubblica di oggi, pagina 5)

 

Ribatto secondo logica ponendo una domanda non indiscreta a Vostra Eccellenza: cui prodest tanta orribile violenza?

In verità i delinquenti che hanno picchiato vigliaccamente in branco un agente rimasto isolato e privo tanto do casco quanto di scudo, fanno parte di squadracce tipo quelle di Minneapolis, gli agenti dell’ICE  che verranno inviati  anche qui da noi “per fare intelligence”, magari tenendo dotte conferenze alla Normale di Pisa o alla Sapienza di Roma. I picchiatori di ieri sera a Torino non giovano alla sinistra perché richiamano e autorizzano le “nuove norme” invocate dal signor Ministro dell’Interno secondo quanto leggo a pagina 1 del medesimo giornale citato sopra.

 

Bologna primo febbraio 2026 ore 17, 03 giovanni ghiselli

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Un assaggio di primavera: il sole osservato dal mio studio è tramontato solo adesso

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La violenza è sempre reazionaria.


 

Ho elogiato i poliziotti che ieri sera a Torino, pur aggrediti, non hanno ucciso nessuno. Aggiungo che condanno la violenza da qualsiasi parte venga poiché essa è sempre reazionaria. Leggo che un agente del reparto mobile di Padova, un ragazzo di 29 anni, è stato circondato e pestato da un branco di  delinquenti. Questo loro agire non solo è spregevole e vile ma è anche funzionale ai progetti restrittivi della libertà di tutti. Nella prima pagina del quotidiano “la Repubblica” di oggi leggo e trascrivo: “Piantedosi: ora nuove norme”.

Ben vengano le norme contro la violenza, però va specificato che queste non devono toccare la libertà di parola e nessun altro cardine della democrazia che significa “potere del  popolo”. I poliziotti fanno parte del popolo, precisamente del proletariato come notava Pasolini, e vanno tutelati non meno dei loro coetanei figli  della “buona borghesia” ragazze e ragazzi che hanno la possibilità di frequentare le migliori università delle grandi città e possono alternare gli studi costosi  con vacanze non meno costose.

 

Bologna primo febbraio 2026 giovanni ghiselli

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