sabato 28 febbraio 2026

La storia di Päivi. 13 . La fusione dei corpi e la trasfusione reciproca delle due anime.


 

Päivi continuava a spronarmi e incoraggiarmi perché trovassi il mio metodo cioè la mia strada, e diventassi quello che ero secondo lei

 “Tu Gianni mi piaci: sei entusiasta come un adolescente, hai buon gusto e hai del genio. Coltìvati ancora e vedrai che uomo diventi !

Devi solo utilizzare il tempo tuo nella maniera migliore: continua a studiare, fai altre esperienze che ti interessano, poi sarai una persona realizzata e felice perché l’intelligenza, la volontà e l’ottimismo li hai !

Vorrei averlo io il tuo entusiasmo!”

 

“Voglio comunicartelo. Tu sei una donna ricca di spirito e sei molto attraente: io sento il desiderio, anzi il bisogno, di trasfondere la mia anima nella tua e la tua nella mia”, risposi accarezzandole i capelli lunghi fino al seno, all’angelico seno[1]Et Transfudemus hinc et hinc labellis errantes animas [2] aggiunsi. Non ero sicuro che avesse compreso.

 

Quindi le dissi in inglese che la mia anima aveva bisogno di assorbire i sentimenti della sua, di assimilarli per restituirglieli raddoppiati e completati.

Sotto la giacca di velluto rosso aveva una maglietta di colore bianchissimo dove appariva con piena chiarezza, in alto rilievo, la bella forma del petto cospicuo e compatto, molto eccitante in quel contesto di donna intelligente e colta. Arrivai ad accarezzarle l’estremità superiore della mammella sinistra.

Päivi non si scostò, ma io fermai la mano lasciva, temendo che fosse non del tutto opportuna. Non in quel luogo.

Poi, guardandola negli occhi con un sorriso di gioia, dissi: “un giorno vorrei avere una figlia simile a te !”

Quella sera, tornati in collegio, facemmo l’amore.

Non era possibile, non farlo, nemmeno pensabile era.

Mi apparve tutto intero il bel sembiante di Päivi  senza nubi e senza veli, splendido nei suoi colori: la pelle bianca, i capelli rossi, gli occhi glauchi come quelli di Atena.

Le nostre complessioni umane sobbalzarono alzate e trascinate da onde di piacere e di gioia, pungolate dall’attrazione e forse ancora più dall’intesa verificata con il lungo dialogo preparatorio.

Erompeva tutto il fuoco accumulato nel cuore, nelle viscere , e non c’erano freni a trattenerlo né acqua a smorzarlo, né barriere a ostacolarlo.

Nel momento supremo nemmeno il tempo ebbe più confini né fratture: tutta la mia vita trascorsa compendiata in quell’istante mi venne davanti in un’immagine sola e anche il futuro cercava di venire alla luce. Ma non trovò un’apertura più ampia  del poco tempo che avevamo a disposizione davanti a noi.

I corpi non erano estranei allo squadernarsi  dei sentimenti : dalle bocche ansimanti uscivano la schiuma di Eros e mormorìi amorosi vicendevolmente soffiati

Fu come se la bellezza del cosmo mi spalancasse le porte.

Io non so quanto senza volere, fatto sta che senza averlo deciso coscientemente quella sera, o poco più avanti, la misi incinta. Lo saprò con certezza quando tutto sarà finito.

Forse il vino bevuto aveva contribuito a farci obliare, nel culmine, ogni freno al piacere  di quel momento sublime.

Non era mai accaduto prima in una quindicina di relazioni.

Non è successo mai più nel resto della mia vita. L’ho sempre evitato con cura estrema. Non ho più stimato nessuna donna quanto Päivi, né volevo diventare un funzionario della specie con una che non mi avesse convinto del tutto. Magari mi eccitavano le flessuosità dei corpi, ma non si è più ripetuta la trasfusione delle anime che ho raccontato .

Non ho messo al mondo figlioli di carne perché i rapporti umani, fra stragi, guerre e crimini vari, sono diventati sempre più gravidi di ostilità. Anche quelli personali. Credo che il calo demografico dipenda dal fatto che molte persone di questo  mondo occidentale, giunto davvero al tramonto,  si siano astenute dal procreare per paura di un buio senza più ritorno di luce .

Per tale terrore si estinse già la classe colta dell’impero romano.

Avvertenza: il blog contiene 2 note.

 

Note

 

[1] Cfr. Francesco Petrarca, Canzone XIV, Chiare fresche e dolci acque, v. 9.

 

[2] Cfr. Satyricon, 79, 8. Il nostro, però, fu un amore eterosessuale.

p. s

Contrappongo questa storia d’amore all’orrore delle notizie sul bombardamento di Teheran con l’uccisione di tante persone inermi.

 

Bologna 28 febbraio 2026 ore 18, 48  giovanni ghiselli.

 

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La storia di Päivi. 12. Le tre coppie. Gli Inconditi ioci e la mia supponenza pretenziosa.


 

Intanto Bruno e Silvano facevano lazzi e frizzi con le due tedesche: sembravano allegri e senza pensiero; a noi non badavano più.

Credo che considerassero noiosi i nostri discorsi, e soprattutto inutili ai fini erotici con le loro compagne. Invece per noi due, persone eccentriche e stravaganti, le parole sia pure libresche erano erotizzanti. Per me e Päivi sarebbe stato del tutto antierotico il comportamento assunto dai nostri compagni di tavolo.

“Guardate qua” diceva Silvano sventolando un tovagliolo.

Una delle ragazze leggeva ad alta voce le lettere ricamate in rosso, poi siccome su quel tessuto c’era anche la figura di un toro scarlatto, l’altra fanciulla faceva un muggito lungo. Quindi ridevano tutti a crepapelle, con le lacrime agli occhi.

Io e Päivi li guardavamo con meraviglia cupa.

“Neanche avessero davanti agli occhi la mantiglia rosa della toreadora di Manet”, bisbigliai con sarcasmo pretenzioso ricordando Nabokov.

Bruno si accorse di essere osservato con supponenza maligna, e disse con un forte accento romanesco: “A Gia’, non fare tanti discorsi seri con quella finnica, ché non ne vale la pena. Le donne vogliono stare allegre e afferrare quanto è concreto. L’omo ha da esse omo, lo sai bene anche tu: non siamo dei pupi nato l’altro ieri”.

“Può essere, Bruno. Anche io sono un devoto di Priapo: tutte le mattine quando mi sveglio, e tutte le sere prima di andare a dormire, gli rivolgo ringraziamenti per i suoi lauti favori, ma questa ragazza finnica  non sa e non vuole comunicare a muggiti”.

Confesso che usai un tono volgare e anche acido, da professorino pedante, mentre nel richiamo del povero Bruno non c’era alcuna avversione per me, anzi, voleva comunicare, scuotermi dalla mia presuntuosa saccenteria, invitarmi a giocare con loro.

La mors immatura di quel ragazzo con cui ebbi qualche attrito, pur piccolo, mi dà ancora un vago senso di colpa.

Devo confessare che quando mi trovavo da solo con loro, con i maschi italiani, mi lasciavo andare io pure ad atti goliardici, a giochi insensati, infantilmente, e qualche volta lo faccio ancora nonostante l’età.

Ma quando c’erano donne come Helena, o Kaisa di cui ho già raccontatato o come Päivi di cui ti sto raccontando, lettore, allora facevo come un onesto uccello in amore: riassettavo tutte le mie piume e mettevo in mostra gli atti, i versi e le parole migliori tra quelle che avevo a disposizione.

Insomma, con le donne che mi piacevano assai e mi intimidivano, mettevo la maschera cui volevo uniformare il mio volto: quella del giovanotto riflessivo, riservato, buono, studioso, sportivo e pure, o se preferisci eppure, geniale. Mi pregiavo anche di essere un comunista colto, aristocratico:  consideravo elegante oltre che morale appartenere a tale confraternita di electi ex optimis. In questo mi era stato maestro Luchino Visconti. Volevo apparire, per poi diventarlo, uno studioso, un atleta e soprattutto un artista.

Prima di identificarmi in questo ruolo e di recitarlo bene, potevo assumerne altri. All’epoca ero abbastanza camaleontico e nel personaggio che mi costruivo cercando di capire come fosse davvero la mia persona potevano entrare aspetti di Alcibiade [2], o di Andrea Sperelli [3]. Non voglio dire che mi prendevo gioco delle mie donne migliori: ero davvero innamorato di loro, o piuttosto lo ero del progresso e del raffinamento identitario che ricavavo dalle pose assunte, dal ruolo che dovevo recitare molto bene, se volevo piacere a queste Beatificatrici che mi rendevano felice siccome erano attraenti molto, intelligenti assai e poco caste per fortuna mia e loro. Ma per ora basta di questo.

 

Dopo la mia risposta per niente amichevole, si ruppero i contatti verbali tra noi due e gli altri quattro.

Non ne fui contento, poiché quando esco in compagnia mi piace scambiare impressioni, idee, sguardi di intesa e gesti cordiali con tutti i compagni.

Tra me e Päivi del resto niente mancava.

Mi domandò chi fosse Priapo.

“E’ uno dei miei protettori, il dio dell’erezione. Un altro è Giovanni Battista, il santo delinquente [4] politico, il provdromo", precursore del Nazareno crocifisso, il decollato che “per salti fu tratto al martiro” [5] , il grande profeta di cui Gesù disse: “Non surrexit inter natos mulierum maior Ioanne Baptista” [6].

Päivi mi fece una carezza sul volto e disse: “Hai un bel naso romano”. “Magari piuttosto da ebreo”, risposi. “Può essere” fece lei.

Mi venne in mente un complimento analogo che mi aveva già fatto Helena nel 1971. Da allora il mio naso, sebbene piuttosto pronunciato e un poco ricurvo, da uccello rapace, piace molto anche a me.

Una donna ci dà la vita, diverse donne ce la fanno amare, una donna pulirà il nostro corpo e piangerà nell’ora estrema. Dopo però le ritroverò tutte, ridenti.

Il più tardi possibile, per carità.

 

 

 

1 Priàpo è il dio dell’erezione.

 

2 Plutarco aveva scritto di Alcibiade che era capace di imporsi trasformazioni più rapide e radicali del camaleonte ("ojxutevra" (...) tropa;" tou' camailevonto""), il quale infatti non è creatura altrettanto versatile in quanto non in grado di assumere il colore bianco, mentre per quest'uomo, che passava con uguale disinvoltura attraverso il bene e il male, non c'era niente di inimitabile né di non provato:" jAlkibiavdh/ de; dia; crhstw'n ijovnti kai; ponhrw'n oJmoivw" oujde;n h'jn ajmivmhton oujd  j ajnepithvdeuton": a Sparta faceva sport (gumnastikov"), viveva sobriamente (eujtelhv"), teneva un' espressione austera (skuqrwpov"); in Ionia faceva il raffinato (clidanov"), il gaudente (ejpiterphv"), l'indolente (rJav/qumo"); in Tracia si ubriacava (mequstikov") e andava a cavallo ( iJppastikov"); e quando frequentava il satrapo Tissaferne superava nel fasto e nel lusso la magnificenza persiana("uJperevballen o[gkw/ kai; poluteleiva/ th;n Persikh;n megaloprevpeian" Plutarco, Vita di Alcibiade., 23, 5.). Insomma assumeva di volta in volta le forme e gli atteggiamenti più consoni a quelli cui voleva piacere, o per dirla con Cornelio Nepote era "temporibus callidissime serviens ( Vite, 7, 4.) abilissimo nell'adattarsi alle circostanze.

 

3 Quanto al personaggio di D’Annunzio,  Andrea Sperelli  pensa di sè:"Io sono camaleontico , chimerico, incoerente, inconsistente. Qualunque mio sforzo verso l'unità riuscirà sempre vano. Bisogna omai ch'io mi rassegni. La mia legge è in una parola: NUNC . Sia fatta la volontà della legge" - D'Annunzio, Il Piacere , p. 278.

 

4 Ossimoro simile si trova nell’Antigone dove l’eroina di Sofocle dice alla sorella Ismene a proposito della sepoltura del loro fratello Polinice: “io amata, giacerò con lui, con l'amato,/dopo avere compiuto un'illegalità santa (o{sia panourghvsa"j) poiché è più lungo il tempo/nel quale bisogna che piaccia a quelli di sotto che a questi qua sopra" (vv.73 – 75)

 

5 Dante, Paradiso, XVIII, 135

 

NT, Matteo, 11, 11

 

Bologna 28  febbraio  2026 ore 18, 22 giovanni ghiselli

p. s.

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La storia di Päivi. 11 Il latino quale lingua del pudore.



Päivi
mi osservò per qualche secondo in silenzio, poi disse: “Italian alsways arrange, e tu sei il principe degli arrangiamenti attraverso la retorica. Io apprezzo i tuoi racconti, mi piacciono molto il tuo greco e il tuo latino, ma non ho bisogno di tante lusinghe, né di altrettanta cultura esibita per risponderti che mi piaci e che farò l’amore con te, Gianni. Probabilmente questa sera stessa”.

Feci un segno di approvazione entusiastica, con gli occhi  spalancati, le mani che si stringevano a vicenda in segno di congratulazione e le braccia inarcate sulle spalle come un arco trionfale.

Päivi continuò: “Sempre che non arrivi qualche segno contrario, un uccellaccio di malaugurio, malamente ominoso diresti tu, oppure, che so io, addirittura una cornacchia decrepita, guercia, grassa, zoppa e ributtante”. 

“Non ci saranno cornacchie, ma passeri agili e bene auguranti con il frullare veloce delle loro ali. Ci saranno anche Venere, Cupido e Priapo. Venerem iungemus per mille figuras[1] e la più ovvia di queste renderemo bella come un’opera d’arte, come sei tu, al punto che i sacerdoti santi benediranno l’ardore della nostra lussuria”

“Vedo che ti piace molto usare il latino oltre il greco. Ogni tanto utilizzi anche Shakespeare.”

“Sì quel bardo geniale è uno dei miei autori - accrescitori. Il latino lo uso non solo per piacere mio, ma anche per evitare le parolacce: infatti questa madre della mia lingua madre, la mia lingua nonna potrei dire assai banalmente, mi aiuta a rispettare il pudore: non potrei mai parlati di fellare in inglese o in italiano. Tanto meno proportelo con la parola volgare. Mi vergognerei come un impudico  rozzo e bestiale”.

“Non c’è bisogno che tu lo traduca. Fellatio è un termine invalso in psicologia”.

 “Anche io credo che faremo l’amore oggi, Päivi mia. Lo stiamo già facendo con le parole e con gli occhi. Mi sembra che ci specchiamo l’uno nell’altro. Noi siamo uno l’ego dell’altera o l’altera dell’ego, come preferisci.

“Scegli tu”

“E’ lo stesso: nam et tu es Ioannes , et ego Päivi sum [2].

In noi due che ci amiamo  c’è anche del narcisismo in quanto siamo simili. Non seì narcisista tu sola”.

“Lo vedo”.

“Nel nostro caso del resto, essere tanto compiaciuti reciprocamente e ciascuno di sé non è male. Abbiamo motivi seri per scambiarci ammirazione e piacere che diventerà gioia, conoscenza preziosa, e virtù”

“Che cosa è la virtù, secondo te?”

“ E’ una delle cose diritte: et haec recta est, flexuram non recipit” secondo Seneca[3]. E’ una capacità ascetica. Non intendo l’ascesi della rinuncia ma quella del rafforzamento della propria persona. E’ anche potenza amorosa.

Diventare se stessi, realizzarsi completamente e aiutare gli altri, questa è virtù. Virtù non senza morale. Noi due ci aiutiamo a vicenda, e questo non è un sofisma. La felicità che provo nel comunicare con te tutto il bene che sento solo a guardarti, è un aiuto grande per me, per la mia crescita, e per la tua. Tu sei mia accrescitrice quanto e più degli auctores. Ne ho la certezza già ora. Fra quaranta o cinquanta anni magari ne riparleremo”.

“Ci tieni a vivere tanto a lungo?”

“Io sì, anche più a lungo, finché posso imparare”.

 “Come Solone[4], vero? Ti capisco: anche per me imparare è lo scopo più grande della vita”.

“Il mio è fare l’amore con te”.

“Sei carino, davvero. Io però non ho da raccontarti storie tanto interessanti quanto quella dell’avvertimento malinteso da Crasso.”

“ Tu hai di meglio. Tu hai molto di più di quei fichi. Tu incarni uno stile esemplare per me. Con te posso essere me stesso al livello più alto, poiché ti piace quanto è bello e fine, come sei tu”.

 

Avvertenza: il blog contiene 4 note.

 

 

 

[1] Ovidio, Ars amatoria II, 679

 

[2] Cfr. “non errasti - inquit - mater nam et hic Alexander est” in Curzio Rufo, Historiae Alexandri Magni 3 12, 17 - Non hai sbagliato, madre, disse, infatti anche questo è Alessandro. Lo disse Alessandro Magno di Efestione quando, dopo la battaglia di Isso, la madre di Dario, fatta prigioniera, aveva creduto che Efestione, più prestante, fosse il re vincitore, ossia Alessandro.

 

[3] Ep. 71, 20.

 

[4] Päivi qui allude a ghravskw d’ aijei; polla; didaskovmeno~, invecchio imparando sempre molte cose.

 

Bologna 28 febbraio 2026 ore 17, 46 giovanni ghiselli

 

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Päivi. 10 Il corteggiamento pretenzioso, saccente e pure un poco pedante nella csárda di Hortobágyi.


 

“Un pedante mezz'orbo, non vedea a legger  la lezione agli scolari” (Pietro Aretino) .

 

 

Oggi sono più bravo e, quindi, più semplice, diretto e meno arricchito intellettuale rispetto ad allora.  

 

Mi domandò: “Tu sei un uomo in cerca di segni?”

“No, Päivi, non li cerco, sono loro che trovano me, nel senso che attirano la mia attenzione”.

“Quali sono i segni che ti colpiscono?”

Da persona educata e ben disposta nei miei confronti, tendeva a rilanciare i miei argomenti facendomi  domande su quanto davo a vedere di provare interesse.

Questo comportamento nel dialogo è, in generale, un ottimo segno, quasi un richiamo erotico.

“Il sole prima di tutti, il sole, che è l’immagine della mente divina e dà indicazioni di cui tengo conto. Quando compare tra le nuvole mi conforta e mi sprona. It is the best omen, aggiunsi.

Very nice. You are nice “, fece.

And you are wonderful, qaumasto;n ti crh'ma” risposi.

 

E continuai: “Le belle facce intelligenti, come la tua, mi spingono a dare il meglio di me, ad aprire l’anima. Tu sei il “rimedio dal bel volto” che, ricordando l’Edipo re di Sofocle, chiedo ad Atena, figlia di Zeus nei momenti difficili della mia vita: eujw`pa pevmyon ajlkavn[1] . Come vedi, ce la sto mettendo tutta con te: voglio piacerti”.

“Ci stai riuscendo”, mi incoraggiò.

Poi domandò: “e io cosa devo fare per piacere a te?”

“Essere te stessa. Di te mi piace il fatto che non assumi pose, non ripeti luoghi comuni, non hai pregiudizi, anche se hai gusti precisi e, grazie al cielo, simili ai miei. Continua a essere così  come sei: priva di affettazione: sei elegante con semplicità”.

“Quello che faccio e dico con te non mi costa fatica. Parlami ancora dei segni”

“I segni possono venire dagli uccelli. Non che i volatili conoscano il futuro, ma il loro volo è diretto da dio, volatus avium dirigit deus [2], scrive Ammiano Marcellino, uno storiografo del paganesimo morente, lo storico di Giuliano Augusto calunniato quale “Apostata” da Gregorio Nazianzeno, suo compagno di scuola ad Atene.

Poi ci sono i segni vocali che si possono cogliere al volo dalle parole dei vicini, come ho fatto poco fa udendo quasi senza volere Bruno e Silvano. 

 

Ti racconto una storia per farti capire meglio:

Crasso, un duce romano del tempo di Giulio Cesare, non riuscì a comprendere che un venditore di fichi Cari, il quale gridava ripetutamente “Cauneas!” sulla banchina del porto di Brindisi, non stava solo cercando di vendere la propria merce, dicendo “fichi di Cauno!”, ma, nel suo grido c’è un secondo senso più profondo che diffidava quel proconsole dal prendere il mare verso la morte. Le parole urlate dal fruttivendolo infatti, interpretate nel senso giusto per Crasso dovevano significargli cau’ n(e) eas! “non andare!”, secondo la pronunzia apocopata dell’imperativo caue (cave) che si usava nel latino parlato[3].

Ma Crasso, in preda alla smania di combattere, uccidere, vincere, acquistare potere, non se ne accorse. Il fatto era che non faceva attenzione ai segni. Quindi quel romano comandante militare Assyrias Latio maculavit sanguine Carrhas [4], macchiò di sangue latino Carre di Assiria.

 Costui, come la generazione malvagia e adultera biasimata da Cristo[5], notava cose insignificanti ed era cieco e sordo ai moniti che lo riguardavano e lo mettevano in guardia.

Crasso si stava imbarcando per portare guerra ai Parti, in Oriente: si metteva in movimento per conquistare terre, per massacrare popoli interi e un dio cercò di trattenerlo. Anche per il suo bene.

Il Romano che non lo capì fu sconfitto e ucciso.

Gli tagliarono la testa, e un attore, Giasone di Tralle, si avvalse di quel trofeo macabro per recitare realisticamente i versi delle Baccanti di Euripide nei quali Agave impazzita palleggia la testa del proprio figliolo Penteo, ucciso e decapitato da lei stessa e dalle sorelle sue.

Tutto questo tra gli applausi feroci dei Parti, nel 53 a. C.  Che cosa ne dici?”

 

“Che dobbiamo fare grande attenzione ai segni vocali”, rispose Päivi con un sorriso forse ironico rivolto al mio sfoggio piuttosto pretenzioso, lungo e pure un po’ pedante.

“C’è poco da scherzare, proseguìi” - stando al gioco - il segno che abbiamo sentito noi due poco fa equivale a hodie amet qui numquam amavit, quique amavit hodie amet [6].

 Voglio andare presto a Delfi per interrogare l’oracolo. Mi piacerebbe che tu venissi con me. Ci sei mai stata?”

“No, ma ho letto che i Greci lo consideravano nientemeno che l’ombelico del mondo”.

“Infatti. Senti questa di Eraclito, un presocratico”.

“Grazie, so chi è Eraclito. Lo conosco attraverso Nietzsche. Ma citami il frammento che riguarda i segni”

“Il signore, di cui c’è l’oracolo a Delfi, non dice e non nasconde ma significa,  dà segni”

“Dimmelo in greco, se ce la fai”, mi chiese, credo per compiacermi. “Altrimenti, posso vincere la curiosità” aggiunse, con altra ironia e anche per giustificarmi nel caso che non ce l’avessi fatta a ricordare le parole greche.

Ou[te levgei ou[te kruvptei ajlla; shmaivnei”.

“Suona bene. Dunque?”

“Dunque torniamo all’ottimo segno colto qui, poco fa. I miei amici hanno notato un’intesa grande e profonda tra noi, e non lo hanno fatto per assumere il ruolo di paraninfi: nemmeno sapevano che avrei sentito le loro parole. Ma un dio me le ha fatte ascoltare, e io, assecondandolo, le ho riferite a te. Ora ti puoi immaginare, non c’è bisogno che te lo dica, a quale azione meravigliosa  ci incoraggiano gli dèi buoni e giusti. Dante era completamente pazzo quando  squalificava i numi grecu come falsi e bugiardi[7]”, non sapeva di esserlo ma lo era del tutto.

 

Avvertenza: il blog contiene 7 note e il greco non traslitterato

 

 

Note

 

[1] Edipo re, v. 189. Manda un rimedio dal bel volto.

 

[2] Storie, XXI, 1, 9. Questa nota è per te, lettore.

 

[3] Questo celebre caso di omen è riportato da Cicerone, De divinatione, 2, 84. Anche questa nota è per il lettore cui possa interessare.

 

[4] Lucano, Pharsalia, I, 105

 

[5] " Generatio mala et adultera signum requirit, et signum non dabitur ei nisi signum Ionae prophetae " ( Vangelo di Matteo, 12, 39), la generazione malvagia e adultera reclama un segno, e non le sarà dato un segno se non quello di Giona profeta. Così nel Gerontion di Eliot leggiamo:"Signs are taken for wonders. 'We would see a sign!'/The word within a word, unable to speak a word,/Swaddled with darkness. In the juvescence of the year/Came Christ the Tiger " (vv. 17 - 20), i segni sono presi per miracoli. 'Vogliamo vedere un segno!'/La parola dentro una parola, incapace di dire una parola,/fasciata di tenebre. Nella giovinezza dell'anno/ venne Cristo la tigre.

Ma gli uomini non lo riconobbero.

 

[6] Cfr. Pervigilium Veneris

 

[7] In Inferno, I, 72. Né è rinsavito quando arrivò a scrivere il Paradiso dove si legge un’altra bestemmia:

“Solea creder lo mondo in suo periclo

che la bella Ciprigna il folle amore

raggiasse, volta nel terzo epiciclo;

per che non pur a lei facevano onore

di sacrificio e di votivo grido

le genti antiche nell’antico errore,

ma Dione onoravano e Cupido,

questa per madre sua, questo per figlio;

e dicean ch’ei sedette in grembo a Dido” (VIII, I, 9).

 

Bologna 28 febbraio 2026 ore 17, 08 giovanni ghiselli

p. s.

Cave ne eas andrebbe ripetuto a Trump. Se qualcuno dei miei lettori lo conosce, glielo dica e gli racconti come finì Crasso a Carre, oggi in Turchia, non lontano dall’Iran.

Bologna 28 febbraio 2026 ore 17, 27 giovanni ghiselli

 

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