domenica 22 febbraio 2026

Kaisa 3. La cena all’Arany Bika. Il corteggiamento semiserio ma appassionato funziona.


 

Il sorriso leonardesco di Kaisa sembrava esprimere compiacimento.

Conosceva discretamente il latino e disse che non aveva bisogno della traduzione, che le piaceva sentirlo inserito nel mio inglese pieno di sinonimi neolatini usati spesso invece dei termini germanici, e pronunciati con un forte accento italiano.

“Anzi, pesarese”, corressi con la dovuta sorridente modestia.

 

Sorrise anche lei con aria inquisitoria, da Sfinge questa volta, poi aggiunse, da linguista seria qual era: “chi non conosce il latino non può avere piena coscienza delle lingue collegate a questa, compreso l’inglese che è una neolatina ad honorem, siccome ha il 75 per cento di termini derivati dalla lingua madre dell’italiano”.

Ora alzava arditamente, ora abbassava lo sguardo, timida o pudibonda, non so. Certo era che questo mio corteggiamento non le spiaceva. Sicché continuai spinto dalla potenza demoniaca della sensualità.

 

Non credere che simulassi, lettore. Desideravo quella donna con tutta la forza e le parole scaturivano dalla sorgente ricca e vivace della libidine1Cupidinem tene, verba sequentur 1bis  

Il desiderio di Kaisa mi rendeva eloquente, o per lo meno loquace.

Per giunta la sposina a un tratto disse: “quando mi maritai, due anni fa, mi sembrò di avere fatto la scelta migliore possibile, ma ora non ne sono più tanto sicura”.

Melius est nubere quam uri, suggerisce l’apostolo; secondo me invece,  optimum est amare; e pure Kaisa a questo punto forse l’ha capito” pensai. Poi dissi a me stesso: “Si vis amari, ama”.

Quindi  ripresi a parlare: “Che tu sia benedetta, creatura e ti possa portare ogni bene per sempre il fatto che hai teso la mano a me, un  supplice che Dio ti ha mandato, uno bisognoso di te! Io ti amo anche perché hai avuto compassione di me rispondendo al mio invito”.

Kaisa sorrise di nuovo e disse: “non è pietà questa mia, non per te” e mi toccò un’altra volta, delicatamente, la mano destra. Poi aggiunse “la mano che ti porgo è un munus: donum est quod officii causa do”.

 Un dono che ti faccio per dovere di contraccambio intendeva.

 Le feci i complimenti per questa sua frase allusiva, che di sicuro riferiva  qualche testo studiato, anche se non sapevo a quale. Glielo domandai

Rispose che si trattava di Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee il cui autore, Benveniste, cita Festo, un epitomatore del II-III secolo il quale aveva riassunto un’opera lessicale di Valerio Flacco, grammatico antiquario dell’età di Augusto.

Tanta scienza in una ragazza così giovane e bella mi eccitò dalla punta dei piedi a quella dei capelli che si rizzarono quasi .

Allora azzardai i novissima verba, le parole conclusive e risolutive: “Omnia vincit amor et nos cedamus amori”.

Capì benissimo e non disse di no. Abbassò il capo probabilmente per significare: sia fatta la tua volontà che è anche la mia.

“Magnifica, sorridente e delicata provocazione-pensai- Questa ragazza reclama tutto il mio ardore e così sia”.

 

Il suono dei violini sembrava accompagnare un coro festoso che cantava evoè piuttosto che osanna.  

Bevemmo mezza bottiglia di sangue di toro di Eger a testa. Ne diventammo allegramente inebriati. Capisco che la vicenda amorosa che sto raccontando dà  segni di tendere alla dismisura rasentando il comico. Ma non è il momento. Siamo ancora al prologo della seconda storia di una trilogia non priva  di note  tristi e perfino tragiche. Anche questa deliziosa donna, dopo un mese tutto intero di amore, salirà su un treno celeste alla stazione orientale di Budapest e sparirà per sempre dalla mia vita lasciandomi solo. L’aspettava l’eterno marito.

 Intanto però era seduta accanto a me e mi guardava intensamente commossa mentre la osservavo, commota mente anche io, cercando di fissare nella memoria  oculos numquam ad visus redituros meos una volta finita la borsa di studio. Dopo Elena avevo capito che queste storie vanno  così: devono avviarsi gioiosamente, e concludersi dopo un mese con una dipartita definitiva. Non tanto bene, ma se continuassero andrebbero a finire molto peggio: nella noia.

Dal dolore invece, se non  uccide, scaturiscono la comprensione e la bellezza.  

 Il dramma satiresco che chiuderà la tetralogia drammatica sarà la storia  con Ifigenia che verrà dopo la terza  parte, la più dolorosa: quella con Päivi. Ma ogni cosa a suo tempo.

Tieni conto lettore, mentre leggi le citazioni e le iperboli, che eravamo parecchio giovani all’epoca e che il tempo di allora era tanto diverso da questo. Io per giunta avevo un braccio ingessato e, se tutto fosse andato come speravo, avrei dovuto contorcermi parecchio per abbracciarla da monco qual ero e come mi chiamavano alcuni sinistri rompiscatole dandomi la baia con strafottenza.

Ma torniamo a noi due quella sera.

Tutto lì intorno era allegro: gli zigani suonavano bene e ci sorridevano, o perché eravamo carini e anche noi e sorridenti, oppure perché speravano in qualche fiorino di mancia, o per entrambi i motivi. Musica e sorrisi suscitavano onde concentriche di  riconoscenza. Io la trasmettevo immediatamente alla donna già sintonizzata con me e ringraziavo  il destino buono che me l’aveva fatta incontrare.

 

Avevamo bevuto il sangue di toro di Eger mangiando poco per non prendere peso e pure perché eravamo riempiti dalla piacevolezza dell’evento che aveva scacciato la tetra noia di tanti giorni invernali rabbuiati e scontenti. Giornate cupe che spingono all’obesità molti infelici.

 Le sedie erano rivestite di velluto amaranto, i tavoli erano adorni e variopinti di fiori, veri nei vasi, ricamati nelle tovaglie. Poi Kaisa era proprio attraente e per niente stupida, anzi. “Sarà poco bellina!”, mi veniva in mente ogni tanto. Parlava di linguistica con buona competenza e io l’ascoltavo imparando in certi momenti, in altri simulavo un’ attenzione, assoluta, devota, mentre, contornato com’ero da tanti colori, pensavo: “anche la vita mia dovrà essere variopinta. Un poco lo è già. Grazie a te Elena e anche a te Kaisa spero. Nemmeno l’oblio che dovrò sorseggiare con l’acqua del Lete, una volta compiuta la vita, potrà farmi scordare di voi. Siate benedette voi due tra tutte le donne e benedetti i frutti dei ventri vostri anche li avete concepiti prima di conoscere me”.

 


Note

 

 1 Cfr. “fac tantum cupias, sponte disertus eris " (Ovidio, Ars amatoria, I, 608), pensa solo a desiderarla, e sarai facondo senza sforzo.

1bis questa massima è attribuita a Catone: impadronisciti dell’argomento, le parole seguiranno.

2  Paolo, Ai Corinzi I 7. 9

 

Bologna 22 febbraio 2026 ore 19, 37 giovanni ghiselli

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La storia di Kaisa 2. Continua il corteggiamento decisamente letterario e pure fortemente appassionato.


 

 La ragazza si accendeva, si illuminava tutta, diventando ancora più bella. Io la volevo, l’amavo addirittura. Perché non avrei dovuto? Forse per il fatto che era sposata? Non è mai stato un fattore deterrente per me, anzi tutto il contrario. Con Elena promessa sposa e pure pregnante avevo vissuto l’amore più bello, più grande della mia vita. Perché non replicare? Potevo diventare un violatore astuto delle leggi coniugali delle quali non riconoscevo il valore. Volevo confermarmi in quel ruolo, specializzarmi, diventare un professionista.

Iuppiter esse pium statuit quodcumque iuvaret” ricordai 1

“Devo rinnovare la conquista-pensai- rinverdire l’alloro perché la fortuna, volubile nell’attribuire i successi, non scivoli via da queste  mani mie.

 La donna adultera mi si addice. Basta non sposarsi mai con nessuna, per nessuna ragione. Del resto il matrimonio è un’istituzione contro natura, di sicuro contro la mia”.

Quindi mi dissi: “Nam si violandum est ius, amandi gratia/violandum est; aliis rebus pietatem  colas " 2

 

Dopo tali trasognati pensieri ripresi a parlare convinto più che mai: “La tua immagine senza difetti fa risorgere in me sentimenti antichi e buoni. E mentre ti guardo, ti ammiro stupito, mi sento diventato migliore: più bello, più intelligente, più sano. I tuoi occhi adunano tutte le luci del cielo in una mattina di primavera. Però non devo pensare che sei legata a un altro, se no divento  infelice: infatti so bene che questo mio amore è disperato, lo so, purtroppo lo so. Tu così bella, fine, dignitosa, tu rendi  felice il tuo uomo, il tuo fortunato marito lo onori, e rispetti il vostro bambino innocente. Ho già detto fin troppo: sono andato oltre il limite di quanto è consentito pregando  una giovane donna sposata. Ma tu mi pari una dea. So di metterti in imbarazzo, lo so pure troppo, lo so. Il corteggiamento non mi è consentito , eppure noi due siamo seduti vicini e parliamo e ci guardiamo con simpatia che oserei chiamare reciproca, se ne avessi l’ardire. Però non posso: sarebbe un’ipotesi non abbastanza riguardosa per te. Io comunque non riesco proprio a dissimulare questo mio amore senza speranza: ti amo, ti amo come non ho mai amato nessuna, mai, nemmeno lontanamente, ho amato una donna quanto ora amo e desidero te! Temo che il destino voglia infliggermi un amore non contraccambiato per mortificarmi attraverso una consunzione  lunga e crudele. Ma dal momento che presto o tardi dovrò morire dì faciànt letì causa sit ista meì 3.”

Glielo citai con dizione metrica che agevola la memoria e suona bene.

Poi continuai: “ O, viceversa, lasciami la speranza che il fato voglia rendere molto più viva e piena di significato questa mia vita, povera di tutto, se priva di te.

Non credo che senza la volontà degli dèi, sine numine divom, noi due saremmo qui questa sera con gli occhi e le anime aperte, reciprocamente mi pare. Da dextram amanti”. Kaisa sfiorò, pudicamente ma non troppo, la mia mano sinistra con la sua destra.

Cònvenit illa mihì, convenit ista tibì 4, risposi al suo gesto guardando prima la mano sua, poi la mia.

La giovane, bella studiosa mi osservava compiaciuta.

 

Note

[1] Sono parole che Fedra scrive a Ippolito nella IV delle Heroides di Ovidio (v. 133) Giove stabilì che è pi tutto quanto possa piacere.

 

2 Cfr. Cicerone, De Officiis , III, 82. Nel testo latino che ho adattato a questa storia si legge regnandi gratia. Ho sostituito regnandi con amandi siccome amare mi si addice ben più del regnare,

Sono parole che Cicerone attribuisce a Giulio Cesare il quale si compiaceva di citare questi due versi che Euripide fa dire al personaggio Eteocle delle Fenicie: :" ei[per ga;r ajdikei'n crhv, turannivdo" pevri-kavlliston ajdikei'n, ta[lla d eujsebei'n crewvn", vv. 524-525, se davvero è necessario commettere ingiustizia, è bellissimo farlo per il potere assoluto, altrimenti bisogna essere pio.  

 3Ovidio, Amores II, 11, 30, gli dèi facciano che sia questa la causa della mia morte.

4 Cfr. Ovidio, Heroides, XV, 185. Quella si addice a me, questa si addice a te. Insomma a me si addiceva la mano di Kaisa, a lei la mano mia 

 

Bologna 22 febbraio  2026  ore 18, 52 giovanni ghiselli

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Un altro amore di Debrecen. Il secondo della trilogia finnica: La storia di Kaisa. Capitolo primo: la conoscenza e il corteggiamento.


 

Nell’anno successivo al mese di amore con Helena vissi in Italia una relazione infelice con una donna insulsa: Esmeralda che non sapeva di niente e non sapeva niente tuttavia si reputava sapida e sapiente, quindi  parlava spesso a vanvera e con petulanza.

Non poteva piacermi a lungo. Era mulier non mei generis. Né io potevo andarle a genio. 

Se tu guardi a lungo nell’abisso, questo entra in te. Lo sapevo e desideravo scappare. Ma viveva a Bologna dove volevo tornare da Padova e quella donna mi teneva in contatto con l’ambiente. L’occasione per cambiare aria e amante fu il rinnovo della borsa di studio estiva.

 Sicché nel luglio del 1972  tornai a Debrecen affamato di esperienze umane, e sessuali, ricche di significati forti e belli. Avevo il braccio destro ingessato dal polso al confine con la spalla dopo una frattura esposta, brutta assai, buscata in seguito a una precipitosa caduta dalla bicicletta mentre scendevo giù per i tornanti finali della “Panoramica” di Pesaro, tornando dal faro.

 Tuttavia, già un mese dopo la lunga operazione necessaria a rimettermi in sesto l’arto spezzato, portavo con una certa disinvoltura l’ingombro duro e pesante del gesso; cercavo perfino di farne un mezzo di seduzione collegandolo a una presunta virtus del vir che non si lascia fermare da nessuna difficoltà  e non cede mai. Magari si spezza  ma non si piega, come suol dirsi.

Arrivato nell’Università estiva, volevo confermare il successo avuto con Elena: l’ambiente di Debrecen con le studentesse provenienti da tutto il mondo, massime dalla Finlandia per quanto mi riguardava, era il più funzionale al conseguimento dei miei scopi .

Probabilmente per lo stesso motivo, appena ho potuto, nell’autunno del 1974, dopo la terza finnica e l’abilitazione all’insegnamento del greco, sono tornato a vivere da Padova a Bologna: questa infatti è una polis vivacizzata non da turisti più o meno beceri, come altre pur belle città,  ma da centomila studenti universitari, e non tutti maschi ovviamente.

Il bravo storico dell’arte Eugenio Riccomini, donnaiolo non meno di me, sebbene assai più attempato, disse parole veraci: che Bologna è un luogo di godimenti, siccome la vicinanza di tanti docenti e discenti è un terreno fertile per una grande, rigogliosa, fioritura erotica. Non posso negare che sia così. Lo stesso preside veneto della mia prima scuola in provincia di Padova mi suggeriva di tornare presto a Bologna: la città davvero adatta alla mia natura di comunista e dissoluto. Là potevo rimanere impunito.

Lo rassicuravo che l’avrei fatto appena possibile. L’ambiente veneto invero mi era diventato simpatico ma Bologna mi offriva di più, anche perché vi ero vissuto  negli anni universitari e mi ci ero ambientato bene.

Anche nell’Università di Debrecen mi ero sentito bene nei 5 mesi estivi passati là tra il 1966 e il 1971.

 

Nel mese del corso estivo dell’anno di mia salvazione 1972, dunque amai riamato un’altra finnica: Kaisa bellina assai, colta e fine. Sapeva di greco e di latino oltre conoscere un paio di lingue europèe ancora parlate oltre la sua lingua madre ovviamente.

Come la vidi, pensai: “la finnica Elena, e ora questa qui. Nella mia vita ogni esperienza nuova è una ripresa della precedente e un suo proseguimento. Procedendo su  questa via maestra non ho trovato  passi invalicabili. Del resto ho scalato lo Stelvio, l’Olimpo, il Parnaso e il Taigeto in bicicletta”.

 

Kaisa era una ragazza piccola, ben fatta, piena di significato, con occhi dal taglio orientale, blu e profondi. I capelli li aveva nerissimi, lisci e lunghi.

Quasi una fata turchina.

Come persona era una seria studiosa di glottologia, specializzata nella linguistica generativa. Con il volgere delle stagioni avrebbe fatto carriera  fino a diventare preside di facoltà nell’Università più antica e prestigiosa della Finlandia. Aveva solo ventuno anni e qualche mese, ma era già sposata e con un bambino: un maschio dagli occhi azzurri mi disse, mostrandomene la fotografia e alzando un muro davanti al mio eros con questo atto non certo incoraggiante. Questo credevo ma poi mi ricredetti. “Ecco un problema – pensai- devo scavalcare l’ostacolo  frapposto al mio scopo: fare un salto da atleta dell’amore per portarmi al di là”.

Di Kaisa mi piaceva l’aspetto e stimavo la sua serietà di studiosa. Le ragazze brave a scuola mi piacevano fin dalla scuola media Lucio Accio di Pesaro. Allora mi innamorai dell’allieva più brava  nella sezione femminile, la bruna  Marisa. Eravamo in competizione e facevamo  il confronto delle traduzioni dal latino e dei voti. Era brava e bella ma non osavo corteggiarla: a tredici anni non sapevo ancora come si fa. La scuola fatta con Helena aveva fatto di me un professionista del corteggiamento. Con Kaisa ne divenni un maestro. Così bravo che Päivi non avrò nemmeno bisogno di corteggiarla.

 

La finlandese studiosa dunque, paragonata ai tanti dissipatori del bene più prezioso, il tempo, mi sembrava una dea o la creatura mandata dalla provvidenza per redimermi dall’essere stato talora uno sperperatore di tante ore, mentre avrei voluto progredire verso una vita più interessante, più piena e più confacente ai miei desideri.

  Con Kaisa dunque volevo ripetere la tattica e la strategia adoperate con Elena, magari rinnovate per renderle adatte a questa nuova conquista necessaria al progresso.

“Dai successi passati devi tracciare la strada per i prossimi, e percorrerla metodicamente fino a raggiungere tutte le mete”, mi dissi.

Dovevo indurre questa seconda ragazza fatale ad accogliere le ragioni seminali da me presentate, gli spermatikoi; lovgoi che avrebbero consolidato la mia crescita umana e dato a lei un dono prezioso di liete e memorabili gioie. Da Elena bella e fine ho imparato ad amare, da questa avrei ricevuto lo stimolo a studiare metodicamente e seriamente. Lo capivo.

Mi innamorai di questa donna sposata e la feci venire a letto con me, in spregio del suo vincolo matrimoniale, adulandola sfacciatamente. Ma non stupidamente come vedrai, lettore.

La conobbi e cominciammo a parlare da compagni di scuola nel bar dell’Università durante gli intervalli tra le prime ore di lezione. Ebbi la sensazione di non dispiacerle fin dall’inizio. Mi riempivo di speranza, un cibo energetico che, digerito e assimilato  diventava un agire adeguato allo scopo.

Dopo un paio di giorni, una sera, mentre il primo fra tutti gli dèi con le sue fiamme ormai tiepide calava sull’orizzonte,  mi avvicinai guardingo, a piccoli passi felpati, e le proposi di camminare con me verso il sole al tramonto per metterlo a letto con  parole nostre.  Considerato quanto benevolmente accolse questo mio approccio, dopo avere accompagnato a dormire il dio che illumina il mondo e favorisce la vita, la invitai sulla terrazza dell’Aranybika dove si poteva cenare e pure ballare.

Percorremmo il tragitto dicendo solo poche frasi brevi ma piene   di significato, in sintonia con il sussurrare del bosco, ricco  di buone promesse nel principiare della breve notte estiva. Quando fummo seduti nel ristorante continuavamo a parlare poco ascoltando le Danze ungheresi di Brahms suonate dai violini zigani. Kaisa esibiva il colore eccezionale degli occhi turchineggianti muovendo le palpebre a tempo; io nelle pause di quelle sonate, le dicevo frasi gradevoli e forse gradite con un tono pieno di pathos.

 Dissi che mentre si camminava nel bosco, avevo riflettuto sui significati seri e profondi del nostro incontro cui non potevano confacersi chiacchiere ordinarie fatte di luoghi comuni rancidi.

“Per te voglio trovare parole ornate, belle, adeguate al tuo stile e al tuo aspetto”   .

 Quindi la corteggiavo caldamente  dicendole che le sue meravigliose luci mi facevano venire in mente il blu dei mari di Grecia, i petali delle viole nei prati di marzo appena spruzzati dalla pioggia della primavera nascente, il cielo turchino sopra le Dolomiti della valle di Fassa ancora innevate e scintillanti al sole di aprile.

Conclusi l’encomio con una citazione , siccome mi ero ricordato che avevo acceso l’attenzione di Elena citando Pavese.

“Da quando la notte nera ha tolto i colori1, tu me li restituisci tutti e li rendi più vivi” le dissi ricordando alcune parole di Virgilio, servile panegirista di Augusto e pure molto bravo a scrivere.

Continuai a  parlare limitando il polisindeto , l’uso di molte congiunzioni la cui frequenza ottunde l’acutezza e lo slancio del pathos. Tendevo piuttosto all’asindeto che fa vedere dritta la forza del sentimento e della voglia amorosa. Non potevo fallire e calcolavo ogni sillaba, il tono della voce, ogni movimento delle mani, del collo, e l’espressione degli occhi “in amore duces2

Una donna siffatta avrebbe rifiutato il perfetto imbecille che si muove e parla a caso, senza significare né avere coscienza di quanto è  dovuto a una femmina umana della sua levatura non comune. Chiacchiere ordinarie, per non dire triviali, potevo farle parlando con donnicciole e con omuncoli senza spessore alcuno, non certo con quella ragazza bella, fine, studiosa. Meritava un eloquio elegante, originale, geniale: frasi plastiche, dense e raffinate nello stesso tempo. Come già Elena nel 71, Kaisa nel 1972 era un suvmbolon  della mia mente, l’altra metà di me stesso, il segno di riconoscimento dell’intero che saremmo stati noi due una volta congiunti.

 Se fossi arrivato a fare il massimo con quella ragazza, sarei entrato profondamente in me stesso. Poi avrei proceduto. Oramai sapevo che questi amori di Debrecen non potevano avere un seguito una volta finita la borsa di studio. Già allora avevo compreso che la vera borsa di studio   è la donna bella e fine che diventa mia amante. Finita la borsa di studio esteriore, il mese nell’Università di Debrecen, addio all’amante:  il premio più sostanzioso meritato dal mio impegno e dovuto al mio genio.

 

Note

 1“… et rebus nox abstulit atra colorem” (Virgilio, Eneide VI, 272.

 

2:"si nescis, oculi sunt in amore duces " (Properzio, II, 15, 12).

Bologna 22 febbraio 2026 giovanni ghiselli.

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La signora e il suo portavoce che “si proclama volto televisivo del melonismo” ("la Repubblica" di oggi)


 

Sentiamo dunque l’impagabile ma  largamente remunerato Italo Bocchino:

L’ultima di Bocchino

in lode di Giorgia

“E’ figlia del popolo” (titolo di “la Repubblica” odierna, pagina 20).

 

Non è certo una figlia come Antigone e Ismene che nell’ultima tragedia di Sofocle sostengono Edipo decaduto da re di Tebe a vagabondo vecchio mendicante e cieco arrivato faticosamente a Colono.

Questa signora diversamente dalle due fanciulle figlie di Edipo ha rinnegato il padre attribuitogli da Bocchino cioè il popolo dei poveri, lo ha immiserito e distratto con le sue sceneggiate trasteverine, e, se non è arrivata al parricidio come Scilla che uccise il padre Niso per favorire Minosse, ha comunque posposto più di una volta gli interessi del popolo non abbiente a quelli  dei ricchi e del talassocrate di turno che oggi è Trump.

 

Bologna 22 febbraio 2026 ore 17, 01 giovanni ghiselli.

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Espressioni ingannevoli.


Nella prima pagina del quotidiano “la Repubblica” di oggi leggo questo sottotitolo:

“Non ce l’ha fatta il bambino trapiantato con un cuore bruciato al Monaldi di Napoli”.

Intanto non è stato trapiantato il bambino ma un cuore guasto nel petto di questo bambino: Domenico. Sicché non ce l’hanno fatta gli incompetenti che gli hanno messo dentro il torace tale flagello mortale. E’ come quando si dice o scrive che uno ammazzato da una revolverata o da un’automobile “è morto”, o che un genocidio di persone inermi è una guerra. Fate caso alle parole, voi che mi leggete. Fa del male chi parla e scrive male. Va per lo meno criticato e messo in condizione di non fare altro male, magari rimandandolo a scuola. Anche i sanitari che non ce l’hanno fatta dovrebbero tornare a scuola e per diversi anni.

Bologna 22 febbraio 2026 ore 13, 50

giovanni ghiselli

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Seneca Epistola 45. Letture. Il bene prezioso del tempo. Vivere secondo natura.


 

 Non refert quam multos sed quam bonos habeas: lectio certa prodest, varia delectat (1), non importa la quantità dei libri bensì la buona qualità: la lettura affidabile giova, quella che prova la varietà intrattiene.

 

La sera quando vado a letto verso verso la mezzanotte provo ad assaggire autori mai studiati. Capita che contemporanei molto celebrati si rivelino dei bluff. In Umberto Eco per esempio non c’era niente di bello, di profondo, di originale in un suo libro che ho chiuso presto.

 

Insomma ci vuole un metodo, una via da seguire anche nella scelta dei libri siccome non possiamo leggerli tutti data la brevità della nostra vita da effimeri quali siamo.

  Leggere libri che non ti rendono migliore,  non ire istuc sed errare est , questo non è andare avanti ma andare errando.

 

 Verborum cavillatio, i sofismi verbali, captiosae disputationes, le discussioni artificiose hanno fatto perdere molto tempo a chi le pratica (5).

 

Aggiungo: e sono costate molto più a chi le ascolta.

 

Alcuni creano difficoltà con parole ambigue, poi rivelano l’arcano per mettere in mostra la loro bravura e ci portano via del tempo che è il nostro bene più prezioso.

Adulatio eo ipso gratiosa est quo laedit (7) l’adulazione  è gradita proprio per il danno che reca.

Captiones  nec ignoranti nocent, nec scientem iuvant ( 8), i cavilli non nuocciono a chi li ignora e non giovano a chi li conosce.

Ceterum qui interrogatur an cornua habeat non est tam stultus ut frontem suam temptet, del resto quello cui si domanda se abbia le corna, non è così stupido da toccarsi la fronte. Chi ci sottrae del tempo non se ne fa accorgere.

L’uomo che sia uomo vivit quomodo natura praescripsit (9), segue la guida della natura. L’ uomo che vive secondo natura mala in bonum vertit, volge il male verso il bene.

Se la fortuna lo prende di mira scagliando  telum nocentissimum vi maxima, pungit, non vulnerat, un dardo assai nocivo con la massima violenza, lo punge non lo ferisce.

 

Volgere al bene il male è la massima intelligenza e moralità che esista: è amore della vita, del fato e di sé stesso.

Ho sempre cercato di farlo: la rottura del femore dell’estate scorsa mi è costata un mese e mezzo di cure tra l’operazione e la riabilitazione però mi ha obbligato a

riflettere, a leggere a scrivere e a migliorarmi dal punto di vista umano.

 

Ciò che è necessario non è sempre un bene. Seneca fa l’esempio del pane e della pollenta. Forse aveva il problema dell’appesantimento.

 

Quod bonum est utĭque necessarium est; quod necessarium est non utique bonum (11), ciò che è bene è comunque necessario; ciò che è necessario non è sempre un bene.

 

 Faccio un esempio che mi sta a cuore e ne ho esperienza: la donna è necessaria ed è anche un bene se è buona. Se è cattiva è un male.

 

Quelli sempre rivolti al domani non vivunt sed victuri sunt: omnia differunt (13), non vivono ma aspettano di vivere: rimandano tutto.

 

Credo che rimandare talora sia utile a raggiungere lo scopo.

 

Bologna 22 febbraio 2026 ore 11, 42 giovanni ghiselli

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Conclusione della storia di Elena. Capitoli 23 e 24

 Elena 23 Io non sono materia.

 

Elena dunque mi stava lasciando. Allora finalmente compresi. Capii di essere stato stupido, volgare e crudele; capii che quella creatura in attesa di un’altra creatura, non doveva subire ingiustizia, umiliazioni e dolori. Non da me. Avevo compreso e sentivo che non vi è felicità grande senza morale profonda1.

L’azione cattiva è pessima per chi l’ha progettata e la compie 2.

Chi prepara il male a un altro, lo apparecchia a se stesso 3.

Ne avrei avuto rimorso per tutta la vita, forse anche oltre. E non solo per questo: io l’amavo, lei mi aveva reso migliore, e siccome in sua presenza mi vergognavo di essere ingiusto, mi avrebbe reso ancora migliore. La terra è in mezzo alle stelle, e sulla terra ci sei tu amore mio. Già il tuo nome è circondato da un alone sacro.

Mi alzai, le afferrai la mano sinistra e dissi: “Scusa, Elena, aspetta. Ora devo parlare io a te. Ne ho bisogno. Ti prego”. Si fermò, mi guardò, poi sedette di nuovo. Questa volta sul mio, sul nostro letto, sul talamo sacro dove Eros ci aveva uniti in tanti, tantissimi eppure mai troppi tripudi gioiosi. Sospirai profondamente, le accarezzai i capelli neri, folti, lucenti. Mettevano in risalto il bianco vivo della pelle.

 La guardai con simpatia autentica. Elena era come me quando venivo vessato dai prepotenti: chiedeva giustizia a uno che aveva provato l’iniquo impulso del tradimento e dell’oppressione.

“Scusami, amore, hai ragione. - dissi - Prima stupidamente ho bevuto due o tre palinke e ho perso la lucidità mentale. Poi ho ballato e ho sorriso sfacciatamente con quella ragazza francese. E’ vero, le ho fatto la corte, ma niente di più. Ho detto poche parole vuote”. Mi fermai un momento.

Poi le citai quanto dice Hans Castorp a madame Chauchat, la donna dagli occhi da Chirghisa: “Parler français, c’est parler sans parler, en quelque manière… sans responsabilité, ou comme nous parlon en rêve

Helena mi guardò perplessa.

“Ora ti metti anche a parlare francese?”, mi domandò.

“No, je ne parle guère le français: ho solo imparato a memoria alcune parole di Thomas Mann”4, risposi.

Poi continuai: “L’ho abbracciata, come si fa quando si balla, le ho fatto qualche complimento, ma non l’ho baciata. Comunque mi dispiace, ora me ne vergogno. Io voglio te, ne sono sicuro, voglio stare con te, soltanto con te, finché tu mi vorrai. Voglio rispettarti come rispetto me stesso, perché tu sei la mia compagna e ancora di più perché ti amo. Tu devi essere sempre felice, almeno per quanto dipende da me. Ne sento la responsabilità”.

Mi osservava, prima con sguardo dubbioso, poi capì e sentì che parlavo sul serio, con la testa e con il cuore, con tutto me stesso insomma. Infine mi sorrise convinta e mi accarezzò. Allora io, spingendole in basso le spalle, la stesi sul letto, quindi cominciai ad accarezzarle una coscia, sotto la gonna, con l’intento evidente di fare l’amore subito. Ma lei scostò la mano intempestiva e tutta la mia persona importuna, tornò a stare seduta come su un trono, e disse perentoria: “Aspetta”.

“Perché aspetta? ” le domandai, fingendo di non capire o senza capire davvero. Non ricordo.

“Perché voglio parlare ancora. Io non sono…” Disse  una parola inglese che non compresi. Le chiesi di ripeterla. “In latin is “materia” spiegò. Io non sono materia.  

 

 

 

Note

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1 Cfr. R. Musil, L’uomo senza qualità. Verso il regno millenario. “E sostengo che non vi è profonda felicità senza morale profonda”.

2 Cfr. Esiodo, Opere e giorni, v. 266.

3 Cfr. Esiodo, Opere e giorni, v. 265. Seneca ribadisce tale legge-quella del contrappasso- nell’ Hercules furens: " quod quisque fecit, patitur: auctorem scelus repetit " (vv. 735-736) , ciò che ciascuno ha fatto lo patisce: il delitto ricade sull'autore.

4 La montagna incantata. V Notte di Valpurga. Parlare francese è parlare senza parlare… senza responsabilità, oppure come parlare in sogno… quasi non parlo il francese.

Bologna 22 febbraio 2026 ore 9, 45

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Elena 24. L’alba nell’orto botanico. Summertime. Tu infatti mi hai salvato la vita ragazza, madre, signora.

 

“Magnifica” pensai. La stimai e l’amai ancora di più per questa bella affermazione della sua dignità di donna e di persona; quindi vidi con chiarezza maggiore quanto fossi stato volgare, crudele e immorale civettando con la ragazza francese.

“Non tutte le femmine dunque”, pensai, “sono creature contraffatte, sagaci segugi a caccia di matrimonio, maschere prive di interiorità: leziose e smancerose, o tetre e arrabbiate, parassitarie o prepotenti, istrioni tragiche o guitte comiche, volgari mime arcisfrontate o ipocrite perbeniste pudibonde, quali le considerano, e spesso le condizionano a essere, i maschi frustrati nell’amore e nel lavoro. Se ci sono nemiche, siamo noi uomini che spesso le rendiamo tali 1

Guarda questa finlandese: una donna autentica, una creatura spirituale che ti mette addosso la vergogna di essere rozzo e sozzo, egoista, immaturo e ti fa crescere con l’esempio di un comportamento, di uno stile elevato”.

 

Quindi le dissi: “Elena, oltre all’amore e al rispetto, io per te provo ammirazione poiché tu sei capace di aprirmi ogni giorno nuovi spiragli sull’anima mia. Davvero tu non sei soltanto né soprattutto materia, anche se bella. Prima di tutto sei spirito: mente, cuore e stile. Tu sei tutto questo.

La tua parte materiale è spiritualizzata, sicché lo spirito traspare nelle tue forme, tesoro.

 Ti prego, non andare via, non lasciarmi troppo per tempo, ante diem, amore mio! Da te ho imparato più che dai libri. Quello che tu mi hai insegnato, lo insegnerò. Quod a te didici, docebo”.

 Così, con l’amore, le contraccambiai pure il latino.

Rispose con un sorriso di gratitudine e gioia. Qualche giorno più tardi mi rese felice dicendo che mi amava anche perché, quando ne avevo avuto l’occasione e la possibilità, non le avevo fatto del male. Come fa la canaglia di tutte le classi sociali, le caste, le religioni, i partiti.

Così la sera del 4 di agosto del 1971 io le chiesi perdono e facemmo la pace, poi parlammo a lungo e facemmo l’amore; quindi tornammo a ballare sulla terrazza, a festa quasi finita. Eravamo felici. Prima di andare a dormire, ciascuno nel suo edificio del grande collegio immerso nella grande foresta di Debrecen, passeggiammo in mezzo alle piante strane dell’orto botanico. Volevamo ancora stare insieme, sebbene oramai l’alba cedesse all’aurora.

Elena cantava: “Summertime and the living is easy, fishes are jumping and the cotton is high”, con voce calma e calda; e bruna com’era, vestita della tunica bianca, calzata di sandali neri con fibbia, sembrava un’antica poetessa greca che recita una sua lirica in lode della bella stagione, dell’amore e della vita.

“La terra è in mezzo alle stelle che ora si spengono nel bianco rosa del cielo, mentre il tuo volto si illumina”, pensai.

“Il ricordo di te durerà per sempre in me, e il nostro amore sarà l’eredità delle nostre vite. Lasceremo questo nostro tesoro all’umanità”, le dissi.


Quel momento, verso le tre del mattino, è stato uno dei più chiari e luminosi della mia vita mortale.

Mentre la donna, rischiarandosi alle rosee carezze di quell’aurora lontana, celebrava l’estate e la nostra felicità con limpido canto, la luce crescendo e propagandosi ovunque, mostrava la bellezza ordinata della vita terrena e io me la sentivo fluire dentro, nei polmoni e nel sangue pulsato dal cuore pieno di gioia. Avvertivo il richiamo dell’arte che è fusione di bellezza, bontà e verità.

Tutte le piante, i fiori e le erbe dell’orto botanico si vivacizzavano: i campanellini dell’Heuchera sanguinea trillavano di felicità, la Campanula carpatica brillava di luce azzurra, e la Tunica saxifraga dal carneo colore danzava nella brezza mattutina al canto della donna amabile e amata.

Sentivo l’ordine del cosmo e sapevo che il nostro amore ne faceva parte, contribuiva a formarlo. Respiravo con il mondo: ero entrato in quella unità, che è secondo natura, della mia persona con l’universo. Credo che sia questa la quintessenza della felicità.

“L’amore è la vita, l’amore è Dio”, pensai. “Un dio tanto umano da rendere divine le sue creature più buone e più belle, più simili a lui.”

Ancora oggi, dopo cinquantaquattro anni e sei mesi, se per caso sento una voce femminile cantare quell’aria di Gershwin, rivedo l’estate di Debrecen con la grande foresta di alberi sacri, le querce dodonee che accarezzano le stelle del cielo, rivedo i salici che, piegati sul lago, vellicano le schiene purpuree dei pesci, rivedo le farfalle variopinte che danzano, la vegetazione strana dell’orto botanico, rivedo le membra di un bianco luminoso, i neri capelli, il volto dolce e intelligente, lo sguardo bello e buono di Helena Sarjantola che quell’estate remota, con parole piene di significato, con lo sguardo espressivo e penetrante, con la figura ben modellata da quel sommo artista che è Dio, mi mostrò l’idea eterna della bellezza corporea armonizzata con la nobiltà dello spirito.

 

Domenica 22 agosto 1971, quando partì dalla Keleti Pályaudvar, la stazione orientale di Budapest, lasciandomi l’immortale memoria di sé, prima di salire sul treno celeste chiaro, come i laghi e il cielo un poco sbiaditi della sua terra, Elena mi ringraziò di non essere stato cattivo, né volgare, né stupido con lei. Le promisi che non lo sarei stato mai più con nessuno, perché con lei mi ero sentito bene, ero stato, finalmente, me stesso. Le ripetei le parole dette da Odisseo a Nausicaa al momento del congedo: tu di fatto mi hai salvato la vita, ragazza 2.

Non ho sofferto per la sua sparizione, forse perché il desiderio ardente di quella donna, oltre che brama carnale del suo corpo era un bisogno struggente di identità da definire e completare grazie a lei.

Quel 22 agosto Elena aveva già compiuto la sua funzione “storica”.

 Dopo la partenza del treno non l’ho più vista, nemmeno quando, nel settembre del 1974 andai a Yväskylä a trovare Päivi che aspettava una bambina da me. Eppure l’ho sempre pensata come la creatura preziosa che, contraccambiando il mio amore, per prima mi ha insegnato ad amare la vita, a credere nel Bello e nel Bene, ad avere fiducia in me stesso, a diventare quello che sono, qualunque piccola, poca e povera cosa io sia.

Comunque corrispondente alle mie aspirazioni commisurate alle mie qualità.

Nei momenti più tristi e desolati di questa mia vita terrena, quando altre persone mi hanno deluso o tradito, da Päivi che incinta di me, e forse, ancor più gravida di dubbi che del bambino, dopo l’ultimo incontro in Finlandia non mi mandava notizie, a Ifigenia, la figlia spirituale che durante una notte atroce  volle gettò nella spazzatura la nostra intesa, sempre mi sono rifugiato nel ricordo della notte felice in cui Helena mi insegnò ad aborrire dall’ingiustizia; poi, mentre il sole spuntava sul giardino di quel paradiso e versava le prime luci della sua bellezza inesausta, lei con angelica voce cantava che la vita è bella, serena, meritevole di riconoscenza al Creatore, degna di essere vissuta in pieno, con gioia3.

Se 4 dopo questa mirabile vita terrena, potremo viverne un’altra in mezzo alle stelle del cielo, o se avremo una seconda possibilità qui, su questa meravigliosa  terra illuminata dal sole, io spero di incontrarti ancora, Elena, amore mio, e di amarti di nuovo.


Note

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1. Cfr. Seneca, non habemus illos hostes sed facimus (Lettere a Lucilio, 47, 5), non abbiamo quelli (gli schiavi) quali nemici, ma li rendiamo tali.

2. Odissea, VIII, 468 Suv ga;r  m j ejbiwvsao, kouvrh, tu infatti mi hai salvato la vita, ragazza.

3. Come ha raccomandato di recente papa Francesco: "non abbiate paura della gioia!". Parole sante.

 Le aveva già scritte Strabone il quale nella sua Geografia- redatta nei primi anni del regno redatta nei primi anni del regno di Tiberio- afferma che gli uomini imitano benissimo gli dèi quando fanno del bene ma, si potrebbe dire anche meglio, quando sono felici, (" a[meinon d& a[n levgoi ti", oJvtan eujdaimonw'si", X, 3, 9) .

4. Non sono d’accordo con gli estremisti del laicismo i quali che escludono questo “se” cruciale. La penso come il buffone di corte Touchstone, “Pietra di paragone”, che nella commedia pastorale As you like it di Shakespeare sentenzia: " 'If' is the only peace-maker: much virtue in 'If' " (V, 4) , "Se" è l'unico paciere: c'è molta virtù nel "Se".

 

Bologna 22  febbraio 2026 ore 10, 02 giovanni ghiselli

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