sabato 6 dicembre 2025

Ingratitudine di Enea e fuga da Didone.


 

Tra quesi due amanti non può esserci più nulla di buono poiché compiacenza e condiscendenza devono essere reciproche, mentre Enea non vuole saperne di Didone, nemmeno quando questa arriva a dire " Saltem si qua mihi de te suscepta fuisset/ante fugam suboles, si quis mihi parvulus aula/luderet Aeneas, qui te tamen ore referret,/non equidem omnino capta et deserta viderer "(vv. 327-330),  se almeno fosse stato da me concepito un figlio tuo prima della tua fuga e nella mia reggia giocasse un piccolo Enea che per lo meno ti riproducesse nel viso, certo non mi sentirei del tutto ingannata e abbandonata.

 

deserta:"è ancora voce che appartiene al linguaggio erotico-elegiaco: così Catullo  64, v. 57, descriveva Arianna abbandonata da Teseo (desertam in sola miseram…harena) "abbandonata, misera, su una spiaggia deserta"[1]

 

Didone supplica Enea di non partire, di non abbandonarla, ma il Troiano risponde con durezza che l’ordine ricevuto dagli dèi gli ha prescritto un altro destino e lui non può né vuole disobbedire

Egli  è chiamato altrove  e non vuole sentire altra fiamma che quella del fatum.  Se questo lo avesse lasciato vivere secondo i miei desideri sarei rimasto a Troia dove sarebbe rimasto in piedi il palazzo di Priamo: “Priami alta tecta manerent”(340- 343). Ma devo andare in Italia: “Hic amor, haec patria est” (347)

Fatum deriva dalla radice indoeuropea *bha- che dà luogo anche al greco fhmiv e al latino for, dico. Dunque fatum è quanto dicono gli dèi. Dalla stessa radice abbiamo fas, sacro, lecito, che si può dire. Al destino comunque non è possibile sottrarsi.

Un esempio di obbedienza cieca lo dà anche Abramo quando sente la voce di Dio che arriva enigmatica e inopinata da altezze e profondità sconosciute e gli ordina di offrirgli il figlio Isacco in olocausto. Abramo obbedisce come Enea: “Eccomi!” . Genesi, 22.

Seneca scriverà. ducunt volentem fata, nolentem trahunt” (Ep. 107, 2).

 

Alle rivendicazioni dell'amante, Enea risponde che, salvi l'affetto e la gratitudine (ci mancherebbe!), egli ha doveri più forti verso gli dèi, il padre e il figlio. Sono gli argomenti classici degli amanti  e delle che nemmeno ci pensano a lasciare la famiglia.

Apollo attraverso vari oracoli gli ha ordinato di raggiungere l'Italia:"hic amor, haec patria est " (v. 347), questo è l'amore, questa è la patria. Inoltre l'eroe riceve rimproveri dall'immagine turbata del padre morto, ovviamente in somnis,  nei sogni, in tutti: quotiens  umentibus umbris-nox operit terras, vv. 351-352, ogni volta che la notte con umide ombre copre le terre; poi anche il figlio lo ammonisce,  e  pure Mercurio mandato da Giove per quel suo iniquo procrastinare il compimento del destino. Sicché l'eroe in fuga conclude chiedendo a Didone di risparmiargli  sensi di colpa e seccature :"Desine meque tuis incendere teque querellis:/ Italiam non sponte sequor " (vv. 360-61), smetti di infiammare me e te stessa con i lamenti: non cerco l'Italia di mia volontà.

"Querellis  voce che ci porta di nuovo nel mondo dell'elegia erotica (vedi, per esempio, Catullo, c. 64, v. 130 e v. 195, dove querellae sono i "lamenti" di Arianna abbandonata), è un termine che si presta molto bene a un 'riassunto' del contrasto in atto: da un lato le "lamentele" di una donna innamorata, dall'altro la coercizione del fato, che impone il sacrificio dei propri sentimenti privati. Le ultime parole di Enea, racchiuse in un emistichio ( uno dei numerosi versi incompiuti del poema) esprimono appunto il senso dell'invincibile pressione esercitata su di lui: è contro il suo cuore…che Enea porta avanti la sua missione"[2]. 

Sono scuse: il fatto è che l’amante non gli piaceva né gli conveniva abbastanza, come Omero chiarisce a proposito dell’angoscia di Odisseo stanco di Calipso: poiché la ninfa non gli piaceva più “ejpei; oujkevti h{ndane nuvmfh Odissea, V, v. 153)

Inoltre:"Noi insegniamo che Virgilio…è il poeta dei victi tristes: anche insegniamo come egli abbia rappresentato in Enea il dolore che si accompagna alle vittorie "storiche"[3].

Il dolore dei vinti e quello dei vincitori (cfr. le Troiane di Euripide e il poema Pharsalia di Lucano: Et ducibus tantum de funere pugna (VI, 811)  

Noi però sappiamo bene che quella dell'amore, quando c'è, è la forza massima, ineluttabile; lo sa anche Virgilio (omnia vincit Amor, et nos cedamus amori " ecloga X, v. 69, tutto vince Amore e noi all'Amore cediamo), e lo sa pure Didone che si dispera siccome capisce che Enea non la ama.

 

Auerbach trova addirittura grottesco il fatto che Dante nel Convivio interpreti "la separazione di Enea da Didone come allegoria della temperantia"[4].

Sentiamo Dante stesso:"chiamasi quello freno Temperanza…E così infrenato mostra Virgilio, lo maggior nostro poeta, che fosse Enea, ne la parte de lo Eneida ove questa etade si figura; la quale parte comprende lo quarto, lo quinto e lo sesto libro de lo Eneida. E quanto raffrenare fu quello, quando, avendo ricevuto da Dido tanto di piacere…e usando con essa tanto di dilettazione, elli si partio, per seguire onesta e laudabile via e fruttuosa, come nel quarto de l'Eneida scritto è!" (Convivio, IV, 26).

Anche Dante è un dogmatico che non insegna a pensare criticamente bensì a farlo come vuole lui. Entrambi comunque, il maestro latino e l’allievo toscano scrivono magistralmente.

 Il "non sponte " del v. 361, ripreso dall'"invitus regina tuo de litore cessi "[5] del VI canto (v. 460),  rende bene l'idea, anche se non voluta da Virgilio, della vigliaccheria dell'uomo.

Bologna 6 dicembre 2025 ore 10 giovanni ghiselli

p. s

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[1] G. B. Conte, Scriptorium Classicum, 3, p. 271.

[2] G. B. Conte, Scriptorium Classicum, 3, p 274.

[3] M. Barchiesi, I moderni alla ricerca di Enea, p. 37.

[4] Studi su Dante, p. 73.

[5] Contro la mia volontà, regina, mi allontanai dalla tua spiaggia.


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