Nei due giorni seguenti, Päivi mi fece da guida indicandomi gli aspetti tipici della sua terra: i laghi, i boschi, le saune. Non c’era molto di più. Mancava la storia, difettava la nobiltà dell’antico.
Alla luce del giorno distinguevo gli abeti dalle betulle e potevo vedere qualche uccello palmipede pedalare nell’acqua. Però i colori delle foglie vizze non erano vivi, la bianca cintura delle betulle non era una pelle sugosa come favoleggia il Kalevala, e il movimento delle zampe palmate e fangose di quei pennuti acquatici era poco vivace, quasi meccanico.
Il volto di Päivi era convesso e inespresivo. Il destino segnato invece si appressava con tutti i tristi annunzi della fine dolorosa. Per me sarebbe stata la chiusura di una prospettiva che mi faceva sognare fin da fanciullo. Ne sarebbe seguito un disincanto totale riguardo all’amore grande, fedele, eterno. L’ amore sicuro sarebbe diventato quello dell’ educazione dei figli altrui. I rimanenti incontri con donne e ragazze sarebbero stati solo avventure di brevi, sporadiche e poco significative. Diversi del resto: alcuni carnevaleschi, altri ironici, altri scettici. Non ci ho creduto mai più. Ho pensato che non avrei trovato mai più un’intesa come quelle avute con Helena e con Pävi. In compenso in Italia e in Grecia però avrei ritrovato un forte rapporto con la natura ricca di colore e di caldo per buona parte dell’anno.
I fiori ombrosi e ingobbiti dal freddo di quel paese mi facevano rimpiangere i papaveri ardenti e le spighe itifalliche della nostra terra benedetta variopinta e vivificata dal primo fra tutti gli dèi.
Anche i colori del cielo rischiarato da un sole sfuocato[1] erano smorti: piccole nuvole bianche, spinte da un vento gelido, passavano velocemente tra quella landa improduttiva di cibo per noi umani, una terra senza ricordi, e l’etere, pallido come le facce e le teste decolorate delle poche persone che giravano per le strade semi - deserte di quel luogo dove vedevo riverberata la mia disperazione.
La Finlandia delle donne più amate da me, non era la terra promessa.
Ovunque mancava il colore, mancava il calore, mancava la forza della vita. Insomma passai due giorni penosi e tre notti tristi.
Cominciavo a pensare che l’amore con Päivi fosse una sorte di mésalliance, l’unione provvisoria e precaria tra due persone di stato, carattere e costumi disuguali, se non addirittura di specie diversa.
La creatura concepita in luglio, poteva riuscire ibrida come certe figure mitologiche acri e bimembri, quali erano, per esempio, i Centauri nati da una nube e da Issione. Pensando a un maschio, mi spinsi alla negatività radicale ricordando
“ Pasiphaë mixtumque genus prolesque biformis
Minotaurus inest, Veneris movimenta nefandae”2
La donna che si apprestava ad abortire il figlio di cui si incinse facendo l’amore con me era quella cui avevo dato maggior credito tra le 15 che avevo conosciuto fino ad allora: se quella bambina o bambino non poteva nascere, nessun ‘altra creatura, pensai, sarebbe mai venuta al mondo da me, pure se il numero delle amanti si fosse quadruplicato. Non mi sbagliavo. Anche perché confermai la prassi amatoria a questa nuova prospettiva: mi diedi a cercare donne che per una ragione o per un’altra non erano plausibili né come mogli né come madri. Sul tipo insomma delle finlandesi che avevo amato e mi avevano reso felice per un mese ciascuna. Con le altre mi ero annoiato fin dal primo giorno.
Infine, il 23 pomeriggio, quando quel sole obnubilato, si stava già spengendo del tutto tra le foglie moribonde degli alberi, Päivi e io ci salutammo con un triste brindisi a base di birra. Poi lei partì, diretta a nord, ancora più a nord, con la bianca Volkswagen, e non l’ho vista mai più. Se non in fotografia, dove, anzi, l’ho contemplata più volte, a lungo. La spinta a studiare infatti potevo prenderla ancora dal ricordo di lei. Solo una retroprospettiva oramai era possibile sul volto di Päivi
Rimasi un altro giorno a Yväskylä, poiché l’aereo prenotato per il ritorno partiva solo il 26 pomeriggio.
Note
[1] Mi perdoni la blasfemia la santa fiamma che nutre la vita, il primo fra tutti gli dèi, ma in Grecia e anche in Italia, il suo nume è del tutto diverso.
2 Virgilio Eneide, VI, 25-26
Pasife e la razza mista e la prole bimembre
il Minotauro c'è, ricordo di una Venere infame.
Bologna 4 marzo 2026 ore 11, 28 giovanni ghiselli.
p. s.
Statistiche del blog
All time1867838
Today507
Yesterday1387
This month25175
Last month24466
Nessun commento:
Posta un commento