giovedì 5 marzo 2026

La storia di Päivi 27 . L’ultima lettera dalla Finlandia. Ritorno a scuola: l’Istituto professionale poi il Liceo classico.


 

La lettera di addio. Un’anticipazione:  lo studio matto e speranzosissimo. Il metodo comparativo

 

In aereo pensavo che Päivi, se avesse davvero voluto il mio aiuto, mi avrebbe chiesto di seguirla a Oulu dove invece volle andare senza di me, appoggiandosi al suo ex compagno.

In realtà la mia presenza non serviva più a niente, né aveva alcun peso il mio parere su quanto la donna aveva già deciso di fare. Le sue ultime parole d’amore erano del tutto dissonanti dai fatti.

Anche le mie erano oramai mortificate. Coltivavo però la speranza di farle rinascere scrivendo in un’altra stagione.

Intanto avevo imparato  a diffidare delle persone dall’agire discrepante rispetto al parlare. E avevo capito che nel dubbio amoroso la risposta è sempre “NO”. Il comportamento di una persona che ama non lascia spazio a sospetti e inquietudini.

La soluzione del dilemma “m’ama, non m’ama” è comunque negativa.

 Da Scilla e Cariddi possiamo salvarci soltanto cercando un altro passaggio. Certo è che ora, ed è un vecchio che scrive, rimpiango quella bambina non nata. Adesso avrebbe cinquanta anni e una decina di mesi.

A volte la immagino bella, intelligente e invento dei dialoghi con lei, la figlia mancata, che mi manca.

 Da allora ho sempre cercato una figlia e anche per questo ho trovato, o mi hanno trovato,  compagne più giovani di me, sempre più giovani, sempre più figlie adottate per  educarle con amore e rispetto.

 Compensazione, malattia mentale, mania educativa o che altro? Il fatto è che una parte di me stesso era rimasta dentro Päivi e avrei voluto recuperarla.

 

Arrivato in Italia, aspettavo notizie. Dopo un mese di attesa penosa e angosciosa, una pena aggravata dal cambiamento di città e da quello di lavoro, le Simplegadi che potevano schiacciarmi se non mi avessero aiutato le zie Rina e Giulia comprandomi casa a Bologna, e mio padre mandandomi i mobili, il venticinque ottobre dunque, ricevetti una lunga lettera nella quale Päivi diceva di trovarsi sempre più rinchiusa nella barriera dell’Io, di essere senza fede nelle persone, siccome non credeva in se stessa, di sentirsi talmente vuota da non volere frequentare né vedere nessuno. In compenso voleva studiare  per imparare e sapere di più.

Qualche volta - scriveva anche - sento la tua mancanza, ma poi ci penso con totale realismo e capisco che tu sei troppo lontano da qui”.

Concludeva la lettera, l’ultima, con queste parole definitive:

 “Ora la cosa più importante della mia vita è il lavoro. Io voglio sapere di più. Può darsi che mi inganni quando voglio dimostrare a me stessa che la gente non conta. Spero davvero che nessun altro la pensi così. Spero che tu scriva qualcosa. Ciao.

 Päivi.

Da allora all’estate seguente le scrissi una ventina di lettere esortandola a credere nel nostro amore. Non ebbi alcuna risposta.

Io comunque dovevo crederci per coltivare l’identità di studioso serio che avevo trovato in me grazie all’amore di lei. Studiai tutto l’anno, soprattutto per Päivi, e per prepararmi a scrivere la nostra storia.  Avevo avuto una modesta scuola tecnica, un professionale dove non insegnavo greco né latino e non mi stimolava abbastanza. Volevo sentirmi vicino all’ultima amata, simile a lei. Quando seguitiamo ad amare una donna che ci ha rifiutato, ci comportiamo come le madri o le mogli dei soldati dispersi: sappiamo che non c’è niente da sperare, ma nulla ci vieta di continuare ad attendere.

 

Un’anticipazione con suggerimenti didattici e la fine della necessità di Päivi come ebbi recuperato la parte di me che avevo lasciato a lei.

 

Nel settembre del 1975  ebbi l’incarico di insegnare greco e latino nel liceo classico Rambaldi di Imola e dovetti studiare molto per farmi ascoltare dagli studenti, per prepararli all’esame di maturità: tutti i giorni, dal ritorno a casa dopo la scuola, alle 9 di sera, mi preparavo. Nei giorni di “riposo” sgobbavo sui libri dalle 9 di mattina alle nove di sera con un intervallo di tre ore per nutrirmi e fare un  giro in bicicletta poco impegnativo. Dovevo riservare e dedicare allo studio gran parte del tempo e delle mie forze .

 Durante i primi mesi gli alunni leggevano il giornale, dopo Natale prendevano appunti. Mi avevano fatto capire che tradurre, snocciolare paradigmi, regole ed eccezioni di morfologia e sintassi, quindi ripetere quanto c’era scritto nel manuale di  letteratura non bastava, se volevo la loro attenzione. La volevo con tutte le forze, e volevo piacere. Raggiunsi lo scopo grazie alle mie capacità, alla mia volontà, ai miei sacrifici. Passavo molte  ore ogni giorno studiando . Avevo dato retta agli allievi più bravi mettendomi nei loro panni e nelle loro scarpe.

 Nel commento alle parole tradotte dovevo mettere la storia, la filosofia, la comparazione tra i testi, un metodo che all’epoca non era ancora punto di moda, anzi era un’eresia secondo molti colleghi, ma agli studenti desiderosi di imparare già piaceva e piaceva anche a me. L’avevo trovato e ammirato in T. S. Eliot.

Mi sentivo autorizzato da questo poeta a seguire il “metodo mitico”, di fatto comparativo, e ne ero motivato dagli allievi che me lo avevano chiesto , con garbo e pure non senza fermezza.

Sono ancora grato a quei ragazzi. Portavano all’esame l’Edipo re di Sofocle e mi chiesero di raccontare La nascita della tragedia di Nietzsche dopo la Poetica di Aristotele, poi l’Estetica di Hegel e così via. Mi fecero capire che senza la filosofia e la storia il greco e il latino a loro non davano abbastanza.  Allora compresi quanto poco avessi ricevuto dai miei insegnanti e non volevo essere come loro.

Alla fine dell’anno i giovani, più giovani di me di una decina d’anni, mi consideravano bravo e mi ascoltavano con attenzione. E pure con amicizia.

 Verso la fine di maggio, una sera, guardando  nell’aria serena il tramonto  pieno di voli e di gridi di rondini che giravano a gara nel cielo, stremato da quei mesi di studio continuo, ma non senza gioia, gridai: “Dio, ce l’ho fatta!”.

A queso punto, arrivato al maggio del 1976,  amare Päivi per accrescere la mia identità imitando l’immagine che mi ero creato di lei, non era più necessario.

Il mio amore non contraccambiato non aveva più alcuna funzione positiva, poteva solo farmi del male.

Päivi cessava di essere l’Augusta, l’accrescitrice indispensabile.

Se dovessi risponderle adesso, le scriverei che isolarsi con i libri escludendo le persone non è la sapienza vera, quella che potenzia la vita. Le parole e le idee tratte dagli autori – accrescitori- infatti vanno discusse, e confrontate con l’esperienza, insomma vanno verificate e inverate, o confutate, vivendole, altrimenti rimangono frasi fatte da altri, luoghi comuni letterari, battute da talpe erudite, con la pancia e il cervello gonfi di radici verbali e, se va un poco meglio, diventano salaci battute che non cambiano niente, non aggiungono forza alla vita,  non la comprendono.

Insomma quello che imparavo doveva potenziarmi nel pensiero e nell’azione.

Avevo cominciato a intuirlo quando attirai l’attenzione di Helena con una frase intelligente, come ho già raccontato. L’Augusta era diventata lei poiché era buona oltre che bella.

 

A Päivi, che è rimasta comunque una donna  importante e per certi versi decisiva nella mia vita mortale, oggi, nel marzo del 2026,  citerei cinque parole delle Baccanti che dicono molto: “to; sofo;n  d  j  ouj sofiva[1], il sapere non è sapienza.

Poi glielo spiegherei ricordando le lezioni ricevute dalla vita, e da lei,  come faccio ora con voi cari lettori.

To; sofovn, il sapere, in greco è di genere neutro, non ha una matrice, mentre hJ sofiva , la sapienzaè femminile, il che consente di attribuirle una natura feconda.

Ma in quei giorni dell’autunno del 1974, cui faccio ritorno,   menzionare la fecondità sarebbe stato inopportuno e di pessimo gusto.

Avvertenza: il blog contiene una nota e il greco non traslitterato

 

 

Nota

 

[1] Euripide, Baccanti, 395. Dodds traduce “cleverness is not wisdom’Euripides Bacchae, p. 121


Bologna 5 marzo 2026 ore 9, 50  giovanni ghiselli

p. s

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