Ifigenia LXXVII. La superstizione della partenogenesi. Dedicato alle ragazze madri.
Dopo cena scesi di nuovo sulla sponda dell’Avisio, poi salìi fino alla Malga Panna di Sorte. Quindi tornai per la stessa strada all’incontrario: feci la salita dell’andata in discesa e la discesa in salita; infine andai a letto, pago di questo moto necessario alla salute e alla conservazione della decenza somatica
Ricordai la prima notte passata a Moena una trentina di anni addietro. Allora non mi addormentai fino all’alba siccome mi mancava la mamma . Abbracciavo la suo posto il cuscino, lo accarezzavo, lo baciavo, giuravo che non avrei amato mai altra donna che lei, che mai mi sarei sposato.
Una promessa mantenuta questa delle nozze neglette.
Le chiedevo perché mi avesse allontanato da sé affidandomi alle due sorelle più anziane, le zie Rina e Giulia che durante il viaggio in treno da Pesaro a Bologna, poi con un altro treno fino a Ora, quindi nel trenino che arrivava a Predazzo, e in conclusione nella corriera fino a Moena mi avevano spinto a fare il segno della croce ogni volta che vedevano anche lontani lontani una chiesa o un cimitero di campagna. Almeno cento volte. Per giunta mi avevano rinchiuso in diversi golf dicendo che a Fontanefredde duecento metri sopra Ora iniziava l’inverno con le sue brume tremende. Ero imbozzolato come una crisalide e non ero per niente sicuro che mi sarei trasformato in un’angelica farfalla.
Quella notte lontana del 1948, la prima di Moena dunque, avevo la testa rattristata da mille pensieri.
Non ero sereno nemmeno la notte fra il 13 e il 14 aprile del 1979 a trentaquattro anni suonati. A Bologna mi aspettava una donna giovane, bella e disponibile assai, un risultato atteso, agognato e conseguito, una borsa di studio da studente egregio, meritevole di premi anche cospicui, un successo non da poco. A venti anni nel tempo della depressione che mi aveva reso pazzo e deforme[1] sarebbe stata follia sperare di afferrare un giorno il trofeo costituito da Ifigenia.
Eppure non trovavo il coraggio di gioirne.
Quella sera di aprile dopo quasi tre lustri ero depresso e pazzo di nuovo, sia pure in maniera diversa. Tendevo di nuovo al ribasso.
“Una vergine voglio, per amare senza angoscia!” pensavo, “una che non faccia sesso nemmeno con me”.
Sia chiaro che mi vergogno molto confessando questo demenziale orrore. Cerco di scusarmi e giustificarmi adducendo il lavaggio del cervello subìto in famiglia, in parrocchia, a scuola, perfino giocando per strada con i bambini coetanei, gli “squizzi”, come ci chiamavano i ragazzi più grandi del vicinato. Un monachello volevano fare di me quando avevo appena sei anni.
Mi vergogno ma devo chiarire questo antefatto ai miei lettori perché vedano una delle cause dell’ingiustizia, della prepotenza di tanti maschi verso tutte le femmine umane. La storia della verginità di Maria ha segnato, ha ferito le menti dei giovani della mia generazione e non solo. Il sesso secondo l’ orrenda superstizione della “vergine madre” doveva essere la cosa più sporca del mondo, se fatto da una donna. I maschi invece si vantavano di pagare le prostitute da strada. Tale modo di pensare è stato una peste mentale odiosissima e deleteria.
Vero è che con le tre finlandesi di Debrecen non mi ero posto questo problema ed ero stato felice per tre mesi. Una che era incinta di un altro, e ciò non- ostante venne a letto con me, la amai più di tutte, senza riserve, e la considero ancora la migliore che abbia incontrato nella mia vita mortale.
Come mai? Perché era una donna intelligente, sincera, dotata dello stile più egregio: quello del bello con semplicità. Elena era bella e fine. Era autentica, non era fittizia. Era libera mentalmente e mi ha insegnato a diventarlo.
Per giunta più avanti avrei avuto una relazione triste con una vergine menzognera.
Arrivato intorno ai quaranta anni ho capito che quel pregiudizio odioso inculcatomi da un’educazione cattiva, nefanda, mi faceva spostare sulla mancanza della verginità i difetti reali della donna: quelli della insincerità, dell’egoismo, dell’ignoranza, dell’avidità, del calcolo meschino, insomma della disonestà associata alla maleducazione.
La mattina seguente chiedevo lumi al Piz Meda. Ma la sua roccia in forma di faccia umana taceva. Allora provai a guardare una rupe bicipite del Catinaccio: una la cui forma mi aveva fatto sempre pensare a una madre con il figlio piccino in braccio. Mi tornò in mente il dogma della Vergine madre. Mi avvelenava ancora, non l’avevo già rifiutato.
“Una vergine voglio: per amarla senza riserve” continuavo a pensare, da perfetto imbecille pretificato. A trentaquattro anni suonati non era arrivato a una considerazione razionale dei fatti naturali “naturae species ratioque”.
Lo studio di Lucrezio mi aveva erudito ma non ancora educato: il sapere non era diventato sapienza. Avverrà solo qualche anno più tardi riguardo alla verginità: quando conobbi una vergine mendace, furace, rapace e incapace.
Allora non capivo che i veri difetti di Ifigenia non stavano nel suo imene bensì nell’egoismo, nell’esibizionismo, nella scarsa disciplina mentale.
Vagai inquieto per le vie del paese rimuginando pensieri confusi, cercando una chiarezza e un equilibrio tra questi. Di Ifigenia apprezzavo molto le belle membra e la volontà di imparare. Non era poco pensandoci bene.
Ma la depressione sceglie il male nel miscuglio dei fatti.
Poco prima delle sei, il sole richiamò la mia attenzione aprendosi un ampio varco tra le nuvole. Era già prossimo alla soglia del talamo. Entro qualche minuto vi sarebbe entrato chiudendo l’uscio e lasciandomi fuori, desolato del tutto.
Si trovava molto vicino al dorso del Sass da Ciamp e ne faceva ardere gli abeti come brace che sprizza scintille incandescenti. Quindi, toccata la schiena del monte, sembrava girare vorticosamente come una sega circolare e pareva polverizzare la poca neve rimasta, tagliuzzare le piante, frantumare le rocce sgretolandole in un pulviscolo rosso.
Da Someda osservavo il primo fra tutti gli dei adorandolo, e gli rivolsi una preghiera ad alta voce: “Con il tuo fuoco catartico, Signore, Mente dell’Universo, brucia i bubboni della mia mente schiava, malata, ammorbata dai furfanti bigotti, rapaci profanatori del tuo volto santo. Rendimi puro e capace di amare un’altra donna pura di cuore come era Elena Augusta”.
Un anziano con la moglie passavano vicino a me che pregavo inginocchiato e l’uomo disse alla donna: “che vergogna! così giovane e già ubriaco a quest’ora!”.
Quel “giovane” mi fece bene e anche l’”ubriaco” perché mi sentivo pieno di spirito santo come gli Apostoli nel giorno della Pentecoste: et repleti sunt omnes Spiritu sancto” mentre venivano presi per brilli: “musto pleni sunt isti” (Atti degli Apostoli, 2, 4 e 13).
Mi girai e sorrisi al vecchio uomo con gratitudine per l’ottimo segno vocale che, senza sapere, mi aveva lanciato. Capì tutto e ricambiò il saluto.
Poco dopo passò di lì una capretta. La parte posteriore decenter undabat [2] come quella di certe signorine, magari vergini.
Elena la ragazza incinta non ancheggiava punto, nemmeno Päivi la ragazza madre che non volle parorire, né Kaisa la madre adultera.
A loro saranno perdonati molti peccati poiché hanno amato molto.
Avvertenza: il blog contiene due note.
Bologna 9 dicembre 2025 ore 9, 25, giovanni ghiselli
p. s.
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[1] Vedi il primo capitolo del mio Tre amori a Debrecen disponibile per il prestito nella biblioteca Ginzburg di Bologna. Non compratelo dunque.
[2] Cfr Apuleio, Metamorfosi, decenter undabat (II, 8) ancheggiava in modo appropriato.
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