lunedì 5 novembre 2018

La Medea di Seneca. 1027 versi. PARTE 3

Maria Callas / Medea di Pasolini


Medea 741-851
Medea torna in scena e rinnova la preghiera nera alle forze del male: il Chaos coecum , i criminali del Tartaro, Ecate pessimos induta vultus (752) Il mondo deve cadere nella confusione: pariterque mundus lege confusa aetheris/et solem et astra vidit (vv. 757-758), e il mondo, confusa ogni legge del firmamento, ha visto contemporaneamente il sole e le stelle.
La confusione dell' incesto di Edipo è stata portata a livello cosmico: di nuovo Mutatus ordo est, sed nil propria iacet;/ sed acta retro cuncta ( Oedipus, vv. 366-367), è mutato l'ordine naturale e nulla si trova al suo posto; ma tutto è invertito.
Cfr. Timone d'Atene: "All's obliquy;/there's nothing level in our cursed natures/but direct villainy" (IV, 3), tutto è distorto; nulla è in sesto nella nostra natura maledetta, se non la diretta scelleratezza.
 Medea, al pari di Erichto della Pharsalia di Luvano è congiurata con il Caos "innumeros avidum confundere mundos" (VI 696), avido di confondere innumerevoli mondi. La confusione è il male universale voluto dai malvagi.
Cfr. Paflagone nelle Rane e Cicikov nelle Anime morte di Gogol.

Ecate, la dea infernale prediletta da Medea, ompare anche tra le streghe del Macbeth quale signora dei loro incantesimi
p. 98 del percorso Ecate si rivolge alle streghe (the weird women, the weird sisters, le donne, le sorelle fatali) rimproverandole di non averla consultata, dato il suo ruolo:"And I, the mistress of your charms,/the close contriver of all harms,/was never called to bear my part,/or show the glory of our art?" (III, 5), e io, la signora dei vostri incantesimi, la segreta progettatrice di tutti i mali, non sono mai stata chiamata a fare la mia parte, o a mostrare la gloria dell'arte nostra?

La maga ferisce se stessa per prefigurare l'assassinio dei propri figli. Si taglia la carne delle braccia e versa il sangue: “manet noster sanguis ad aras” (v. 807), scorra il nostro sangue sugli altyari!
 Il veleno della veste e il fuoco prometeico dei monili. La sfrontata Hecate accoglie la preghiera con tre latrati:"ter latratus/audax Hecate dedit" (vv. 843-844). Quindi Medea invia con i doni funesti i figli, nati da madre maledetta: :"Ite, ite, nati, matris infaustae genus " (v. 845) p. 99 percorso
 La parola "madre" si capovolge: da rassicurante diviene la più inquietante. Le Coefore di Eschilo e il Faust di Goethe. Joyce[1], Shakespeare, Seneca, e l'annientamento dei rapporti familiari. Noverca è la Fedra di Seneca, e pure Livia, l'ultima moglie di Augusto.

Il coro (852-867) deplora l'ira di Medea il cui volto si trascolora (vv. 856-859), come la fiamma-arcobaleno nell'Oedipus (vv. 314 sgg.). Ira e amore hanno sconvolto l'anima di Medea.
Cfr. la dira cuppedo del De rerum natura con la voluptas admixta dolore (IV, 1084-1090) mescolata di dolore p. 101 percorso

Quinto atto (880-1027).
Il Nunzio, il Coro, la Nutrice, Medea 
La morte del re e della figlia:"Gnata atque genitor cinere permixto iacent". (v. 869). ). Il crimine come la peste sconcia le persone e confonde le identità.
Sono stati presi dalla consueta frode "qua solent reges capi: donis" (v. 870, risponde il Nunzio al coro che aveva domandato quā fraude capti?). p. 103 percorso
Come Policrate di Samo che venne attirato in un tranello da Orete satrapo di Sardi: iJmeivreto ga;r crhmavtwn megavlw" ( Erodoto III, 123).
Euripide attribuisce l'errore piuttosto alla vanità femminile di Creusa la quale provava ribrezzo per i figli di Medea ma vedendo i doni non si trattenne : wJ" ejsei'de kovsmon, oujk hjnevsceto, Medea, v. 1156.
Medea non vuole fuggire ma assistere a nozze inaudite: nuptias specto novas! (v. 883).
Cfr.Le incognitae libidines di Messalina: iam facilitate adulteriorum in fastidium versa, ad incognitas libidines profluebat ( Annales, XI, 26) p. 105 percorso.
 Medea vuole abolire ogni fas e pudor.
I delitti compiuti fino a quel momento sono stati atti di pietas in confronto alle azioni che Medea sta per compiere:"quidquid admissum est adhuc pietas vocetur! " (v.905). Medea raggiunge la pienezza della propria identità attraverso i delitti: Medea nunc sum; crevit ingenium malis (v. 910).
Deianira nell' Hercules Oetaeus la prende come modello per superarla. Cfr. gevnoio oi|oς ejssiv di Pindaro (Pitica II, 72)
Medea si vanta di essere una professionista del crimine:"Ad omne facinus non rudem dextram affĕres "( v.915) ad ogni delitto spingerai una destra non inesperta, dice a se stessa.
La mano dell'assassino: le Coefore, la Fedra e l'Hercules furens di Seneca, il Macbeth. Pp. 107-108 del percorso
Il Giasone di Euripide che fa quanto ritiene più conveniente (Medea v. 876: dra'/ ta; sumforwvtata) è confrontabile con i personaggi di Ibsen che obbediscono alla logica del mercato secondo Alonge. Nella Donna del mare Hilde è una adolescente ma ragiona già in base al computo dei soldi. La sorella le chiede all'improvviso se accetterebbe una eventuale proposta di matrimonio di Lyngstrand, e Hilde è prontissima a ribattere:"Per carità! Non ha un soldo. Non ha da vivere nemmeno per se solo"[2].
In ogni caso: quod quisque fecit patitur auctorem scelus/repetit ( Hercules furens, (vv. 735-736) ciò che ciascuno ha fatto lo patisce: il delitto ricade sull'autore E' Teseo che parla.
Questi versi contengono la legge del contrappasso espressa anche da Esiodo e da Eschilo.
Nelle Opere leggiamo :" a se stesso apparecchia il male l'uomo che lo prepara per un altro oi| g& aujtw'/ kaka; teuvcei ajnh;r a[llw/ kaka; teuvcwn" (v.265), e il pensiero cattivo è pessimo per chi l'ha pensato.
Nel doloroso canto (Commòs ) che precede l'epilogo dell'Agamennone di Eschilo il Coro dice queste parole:"paga chi uccide (ejktivnei d j oJ kaivnwn)./Rimane saldo, finché Zeus rimane nel trono/che chi ha fatto subisca: infatti è legge divina"( mivmnei de; mivmnonto~ jen qrovnw/ Diov~-paqei`n to;n e[rxanta: qevsmion gavr”, vv. 1562-1565).
Tommaso d’Aquino: “ut secundum quod aliquid fecit patiatur” (S. Theol. II, II, 61, 4)
Nell’Inferno di Dante (cerchio VIII, nona bolgia) Bertram del Bornio (XII secolo) è punito con Maometto tra i seminatori di discordia. Ha spinto il figlio (Enrico III d’Inghilterra) a odiare il padre (Enrico II) e regge con una mano la testa staccata dal busto: “Così osserva in me lo contrappasso” (Inferno, XXVIII, 142).

La reputazione p. 111 percorso. Le due vie della rinomanza: quella di Medea, violenta con i nemici (Medea di Euripide: barei'an ejcqroi'", 807) e quella di Alcesti, ottima sposa: gunh; t j ajrivsth tw'n uJf j hJlivw/, makrw'/ ( Alcesti, v. 151), la migliore sotto la luce del sole, di gran lunga.
La Fama (p. 112) dea foeda nella Civiltà di vergogna. Nella Civiltà di vergogna (Dodds I greci e l’irrazuionale) il bene supremo sta nel possesso della timhv, della pubblica stima.
 Socrate nel Critone e il dottor Stockmann di Un nemico del popolo di Ibsen non si curano dell'opinione dei più.
Medea non gode di buona fama: nell'Epodo 16 di Orazio è l'impudica Colchis. P. 113 percorso
 p. 115 del percorso Medea è combattuta (cor fluctuatur, v. 932 con metafora marina) ma la parte emotiva prevale su quella razionale. Il dolor l'odium e l'ira prevalgono, la pietas soccombe: ira, quā ducis sequor, v. 942. Vorrebbe essere la Tantalide Niobe per avere 14 figli e ammazzarli tutti.
Kai; manqavnw me;n oi|a dra'n mevllw kakav,-qumo;" de; kreivsswn tw'n ejmw'n bouleumavtwn,-oJvsper megivstwn ai[tio" kakw'n brotoi'"" ( vv. 1078-1080), capisco quale abominio sto per compiere, ma più forte dei miei ragionamenti è la passione che è causa dei mali più grandi per i mortali", dice la Medea di Euripide nel quinto episodio dopo avere preso la decisione folle di uccidere i figli.
p. 116 Appare la turba Furiarum impotens (v. 947), la folla scatenata delle Furie. Poi l'ombra del fratello chiede vendetta, e Medea risponde ammazzando il primo figlio: victima manes tuos placamus ista (v. 960). P. 117 percorso
Medea sente un fragore e sale sul tetto del palazzo.
Quindi arriva Giasone (v. 967), e la madre assassina dice di avere recuperato il regno e la verginità: rediēre regna! rapta virginitas redit! (v. 973). Poi la donna pregusta una voluptas magna: il marito si è aggiunto quale spectator : deerat hoc unum mihi/, spectator iste (vv. 981-982 cfr. la vita come teatro). Giasone, che prima non ha avuto la dignità prometeica di rivendicare la sua scelta, soltanto ora, per salvare un figlio, supplica la donna abbandonata dichiarandosi colpevole lui solo: si quod est crimen, meum est (v. 993). Medea affonda le armi nella ferita dell'uomo. Se c'è ancora qualche residuo di figlio in me, afferma "scrutabor ense viscera, et ferro extraham" (v. 1002). Cfr. l’urlo isterico di Lady Macbeth, I, 7: ho dato il latte ma se avessi giurato come te, avrei fatto schizzare viail cervello al bambino dopo avere strappato il capezzolo dalle gengive.
Quindi Medea uccide il secondo bambino, ma adagio, per accrescere il dolore di Giasone: perfruere lento scelere; ne propĕra, dolor! (1005). Ora la missione è compiuta: bene est: peractum est (v. 1008). Medea è diventata quello che è: coniugem agnoscis tuam? (1010). Il suum esse del De brevitate vitae[3] è rivendicato da Medea in tutta la tragedia:" In questa rapina rerum omnium (Marc . 10, 4), che ingigantisce su scala cosmica l'instabilità della condizione politica, resta come unico punto fermo, come unico bene inalienabile il possesso della propria anima" afferma Traina[4].
Poi Medea sparisce su un carro sollevato da draghi alati.
Sentiamo le sue ultime parole :"Misereri iubes./ Bene est: peractum est. Plura non habui, dolor,/quae tibi litarem. Lumina huc tumida adleva,/ingrate Iason! Coniugem agnoscis tuam?/Sic fugere soleo. Patuit in coelum via:/squamosa gemini colla serpentes iugo/summissa praebent. Recipe iam gnatos, parens;/Ego inter auras aliti curru vehar" (vv. 1018-1025), mi chiedi di avere pietà. Va bene: la missione è compiuta. Non avevo altre vittime da sacrificarti, tormento. Solleva qua gli occhi gonfi, ingrato Giasone. Riconosci tua moglie? Di solito fuggo così: La via è aperta verso il cielo: due draghi sottomettono i colli squamosi al giogo. Ora riprenditi i figli, padre; io andrò per l'aria con il carro alato.

Il padre privato dei figli chiude la tragedia gridando all'assassina di attestare che per dove passa non esistono gli dèi: "per alta vade spatia sublimi aetheris,/ testare, nullos esse, qua veheris, Deos" (v.1026-1027), va' per gli alti dell'etere sconfinato, attesta che dove tu passi non ci sono gli dèi.
"E' l'antiapoteosi finale"[5].
 La Fedra di Seneca riprende dall'Ippolito di Euripide la coscienza della dicotomia tra il sapere e il fare:"Quae memoras, scio/vera esse, nutrix; sed furor cogit sequi peiora. Vadit animus in praeceps sciens,/remeatque frustra sana consilia adpetens" (vv. 178-181), so che quanto mi rammenti è vero, nutrice; ma il furore mi costringe a seguire il peggio. Il mio animo si avvia al precipizio e lo sa, poi torna a cercare invano sani propositi.
Il furor è più forte della ratio: è un dio: Quid ratio possit? Vicit ac regnat furor” (Fedra, 184).


FINE


[1] Ulisse, Scilla e Cariddi, la biblioteca (IX)
[2] III.
[3] "Ille illius cultor est, hic illius: suus nemo est ", 2, 4, , quello è dedito al culto di quello, questo di quello, nessuno appartiene a se stesso.
[4]Lo stile "drammatico" del filosofo Seneca , p. 13.
[5] G. G. Biondi, Seneca Medea Fedra, p. 165.

venerdì 2 novembre 2018

Seneca, "Lettere a Lucilio", da 1 a 54. PARTE 3

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20 L’incostanza umana
Facere docet philosophia, non dicere . Maximum hoc est et officium sapientiae et indicium, ut verbis opera concordent, ut ipse ubīque par sibi idemque sit. Est difficile, nec hoc dico , sapientem uno semper iturum gradu, sed unā viā (2)
Quid est sapientia? Semper idem velle atque idem nolle (5)
Plerisque agitur vita per lusum (6), i più non prendono la vita sul serio.
Magnificentior sermo tuus in grabatto videbitur et in panno (9), in un lettuccio e tra i cenci
Magnus ille qui in divitiis pauper est (11)
Nemo nascitur dives; quisquis exit in lucem iussus est et lacte et panno esse contentus: ab his initiis nos regna non capiunt”, dopo invece non ci bastano i regni (13)

21 La vera gloria del filosofo
Tu tibi molestus es. Quid velis, nescis” (21, 1)
Il custode del giardino di Epicuro offre polenta e aqua e dirà in hac voluptate consenui (10). Sui desideri sregolati che bisogna raffrenare e reprimere ti dico: ista voluptas naturalis est, non necessaria.
Venter non est molestus creditor: parvo dimittitur, si modo das illi quod debes, non quod potes. Vale.

22 l’occasione
Impedire te noli (4) non crearti ostacoli. Seneca consiglia a Lucilio quanto scrisse Epicuro a Idomeneo: non bisogna tentare nulla se non in modo conveniente ed opportuno, sed cum illud tempus captatum diu venerit, exiliendum ait (6) quando l’occasione tentata di prendere a lungo, sia giunta, dice che bisogna saltarle addosso. Cfr. il kairov".

23 Nella filosofia si trovano i veri piaceri
Mihi crede, verum gaudium res severa est (23, 4)
Quodcumque invecticium gaudium est, fundamento caret (5) ogni gioia che viene da fuori è priva di fondamento.
Dissīce et conculca , fai a pezzi e calpesta, ista quae extrinsecus splendent, quae tibi promittuntur ab alio vel ex alio; ad verum bonum specta et de tuo gaude (6)
Ita dico: in praecipiti voluptas stat , ad dolorem vergit nisi modum tenuit, il piacere si trova sull’orlo dell’abisso, è orientata verso il dolore (6)
Il vero bene proviene ex bona conscientia, ex honestis consiliis, ex rectis actionibus, ex contemptu fortuitorum, ex placido vitae et continuo tenore unam prementis viam(7). Cfr. il fuoco artista che procede metodicamente alla creazione. I più casu quodam transmittuntur e sono suspensi et vagi (7) sono trasportati da un evento e sono incerti e instabili.
Pochi seguono un loro corso (cfr. gli uomini-uomini che sono come le stelle fisse di H. Hesse in Siddharta), ceteri eorum more quae fluminibus innătant, non eunt sed feruntur (8) come le cose leggere che galleggiano.
Segue una massima di Epicuro: possum tibi vocem Epicuri tui reddere et hanc epistulam liberare (dall’obbligo della sentenza finale): male vivunt qui semper vivere incipiunt. Seneca poi la spiega così
Quidam ante vivere desiērunt quam inciperent (23, 11)

24 Il timore dell’avvenire e quello della morte.
Catone poco prima di uccidersi si mise a leggere il Fedone di Platone sull’immortalità dell’anima. Poi sguainò la spada e disse: “nihil egisti, fortuna, omnibus conatibus meis obstando” (7).
Scipione Metello, suocero di Pompeo, sconfitto a Tapso (46) si trafisse con la spada, poi disse “imperator se bene habet”, il generale sta bene. Ereditò la gloria conquistata in Africa dai suoi antenati
Non hominibus tantum sed rebus persona demenda est et reddenda facies sua (24, 13).

Cfr. Lucrezio: “ Quo magis in dubiis hominem spectare periclis/convenit adversisque in rebus noscere qui sit;/nam verae voces tum demum pectore ab imo/eliciuntur <et> eripitur persona, manet res" (De rerum natura, III, 55-58), tanto più è necessario provare la persona nei pericoli rischiosi e conoscerne la qualità nelle situazioni sfavorevoli; infatti le parole autentiche allora finalmente escono dal fondo del cuore e si strappa la maschera, rimane la sostanza.

Non è necessario, non sono così sciocco non sum tam ineptus da ripetere Epicuream cantilenam , il ritornello di Epicuro ut dicam vanos esse inferorum metus : nec Ixiŏnem rotā volvi, nec saxum umeris Sisyphi trudi in adversum, è spinto in direzioni opposte, nec ullius viscera et rinasci posse cotidie et carpi (Tizio e cfr. Lucrezio), nemo tam puer est ut Cerberum timeat. Ci voleva il Medioevo e Dante per questa regressione.
Mors nos aut consumit aut exuit, ci distrugge o ci spoglia, meliora restant, onere detracto (18)
Cotidie morimur, cotidie enim demitur aliqua pars vitae, et tunc quoque cum crescimus, vita decrescit (24, 20) Hunc ipsum quem agimus diem cum morte dividimus.
Nullius rei finis est, sed in orbem nexa sunt omnia, fugiunt ac sequuntur: diem nox premit, dies noctem, aestas in autumnum desinit, autumno hiemps instat, quae vere compescitur viene represso dalla primavera , omnia sic transeunt ut revertantur (cfr. Orazio, Carmina IV, 7, 9)

Carmen, IV, 7.
Le nevi si sono sciolte, tornano già le erbe sui campi
e le chiome sugli alberi;
la terra cambia il turno e decrescendo i fiumi
scorrono lungo le rive;

La Grazia con le Ninfe e le due sorelle ardisce
guidare nuda le danze.
Di non sperare l'immortalità ti suggerisce l'anno e l'ora
che porta via il giorno vitale.

I freddi si addolciscono agli Zefiri, la primavera la trebbia l'estate
pronta a morire, appena
l'autunno ferace avrà versato i suoi frutti, e subito dopo
torna di corsa la bruma che paralizza.
Et mox bruma recurrit iners (12)

Cfr. l' ajnakuvklwsi" di Polibio1, l'orbis di Tacito2, il "cerchio" di Machiavelli 3, il "circuito" di Leopardi 4 mutuato dal circuitus di Cicerone5. Si potrebbe tradurre con "ritorno ciclico" o perfino con "l'eterno ritorno"6. “Poiché il circolo non consiste che di punti di ritorno estesi all’infinito, la curva è incommensurabile, non v’è durata di direzione e l’eternità non è un “avanti diritto” sebbene una “giostra eterna”7.
I danni del cielo però li riparano veloci le lune:
noi quando siamo caduti
dove il padre Enea, dove il ricco Tullo e Anco
polvere e ombra siamo.
Nos ubi decidimus-quo pius Aeneas, quo dives Tullus et Ancus,-Pulvis et umbra sumus

Chi sa se aggiungono alla somma di oggi le ore
di domani gli dèi del cielo?
Tutti i beni che avrai concesso all'animo tuo
sfuggiranno alle mani avide dell'erede.
Cuncta manus avidas fugient heredis, amico-quae dederis animo (19-20)

Una volta che sarai morto e Minosse avrà dato sul tuo conto
chiare sentenze ,
non la stirpe, Torquato, non la facondia, non la devozione
ti restituerà:

infatti dalle tenebre sotterranee Diana non libera
Ippolito casto,
né Teseo ha la forza di spezzare le catene del Lete
al caro Piritoo.

25 I pericoli della solitudine. I vantaggi della povertà.
Tu nobis te fortem praesta et sarcinas contrahe; nihil ex his quae habemus necessarium est. Ad legem naturae revertamur (…) panem et aquam natura desiderat (25, 4). Tu fammiti vedere coraggioso
Epicuro consiglia: “tunc precipue in te ipse secede cum esse cogĕris in turba” (25). Quando sei costretto a stare nella folla

26 Elogio della vecchiezza
Inter decrepitos me numera et extrema tangentis (1)
Il corpo è indebolito ma viget animus et gaudet non multum sibi esse cum corpore : magnam partem oneris sui posuit. Exultat et mihi facit controversiam de senectute: hunc ait esse florem suum. Discute con me della vecchiaia
Quod incommodum, si quidquid debebat desinere deficit?
Remŏve existimationem hominum: dubia semper est et in partem utramque dividitur (7) , è incerta e ambigua, cfr. segno di contraddizione: ogni persona speciale lo è. Cristo lo è stato, Socrate pure

Gesù bambino a otto giorni venne portato dai genitori nel tempio perché venisse circonciso. A Gerusalemme c’era un uomo giusto, Simeone, et Spiritus Sanctus erat supra eum. Et venit in Spiritu in templum. E quando portarono il bambino nel tempio, egli lo prese in braccio e bemedisse Dio e disse a Maria sua madre
Nunc dimittis servum tuum, nu'n ajpoluvei" to;n dou'lon sou, devspota- Domine secundum verbum tuum in pace, poi disse a Maria “Ecce positus est hic in ruinam et resurrectionem multorum in Israel et in signum cui contradicetur-et tuam ipsius animam pertransiet gladius-ut revelentur ex multis cordibus cogitationes (N. T. Luca, 2, 25-35) – kai; eij" shmei'on ajntilegovmenon-
Qui mori didicit servire dedidicit (…) liberum ostium habet (26, 10) che deve morire ha una porta aperta.


CONTINUA

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1 Storie, VI, 9, 10. Ho sviluppato il tema del ritorno ciclico delle costituzioni nel mio Storiografi Greci (pp. 387 sgg).
2 E’ l’idea del ciclo che Tacito applica ai costumi :"Nisi forte rebus cunctis inest quidam velut orbis, ut quem ad modum temporum vices ita morum vertantur "(Annales , III, 55), a meno che per caso in tutte le cose ci sia una specie di ciclo, in modo che, come le stagioni, così si volgono le vicende alterne dei costumi.
3 Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio , I, 2.
4 Zibaldone 3518.
5 De republica (del 51 a. C.) , I, 45.
6 Cfr. F. Nietzsche, Crepuscolo degli idoli (del 1888), p. 128.

7 T. Mann, La montagna incantata, II, p. 34.