sabato 31 gennaio 2026

In Grecia aprile 1982. Nona parte. L’attenzione dei ragazzi. Pasque passate. Capo Sunio. Mangiare quale problema.


 

Ero grato agli dèi della Grecia che mi avevano esaudito: ascoltato e miracolato. Ero felice. Quando c’è la salute… “Il resto nol dico: già ognuno lo sa”.

Sono andato a lavarmi, cantando  liete canzoni, sono sceso nel bar a bere un caffè poi sono salito sulla terrazza dell’albergo per prendere il sole, la santa faccia di luce che nutre bellezza e salute, per leggere Guerra e pace e per riflettere sui casi della vita. Mi sono domandato quali sono i motivi per cui i ragazzi migliori mi ascoltano con attenzione quando parlo.

Da   tredici  anni e un mese centinaia di persone mi leggono ogni giorno. Credo  di rendermi interessante perché quanti mi ascoltano parlare, o mi leggono, notano che parlo e scrivo per loro, mettendomi nei loro panni. Provano interesse per me in quanto sentono che  lavoro per loro, che ce la metto tutta per aiutarli. Se sono presenti li osservo, li ascolto, accolgo le  obiezioni. Se sono degli ascoltatori lontani o dei lettori,  immagino la loro umanità avendo riflettuto molto sulla mia. Gli allievi comprendono che dietro le mie lezioni ci sono anni di studio  e di esperienze vissute con gioia e con dolore, senza risparmio di tempo, impegno, fatica. E capiscono che cerco di educarli a diventare più forti e più buoni.

  Ho acquisito la capacità di parlare con parole chiare, talora perfino belle, con anni di studio continuo, prolungato fino alla spietatezza verso me stesso, una spietatezza piena di pietas verso i miei allievi, il contrario della pietas spietata di Enea sbandierata servilmente e fallacemente da Virgilio: il suo Enea di fatto è un farabutto che maltratta una regina, una donna sua ospite, amante e salvatrice peggio di come un lenone potrebbe trattare una sgualdrina. Quando si denuncia il maschilismo, mai si risale  alle cause.  Ho indagato i miei autori per indagare me stesso e l’umanità.

Se avessi al mio fianco una compagna della mia levatura diffonderemmo il bene nel mondo. Ma in quelle conosciute dopo Helena augusta ho trovato vecchiaia sentimentale, infantilismo intellettuale e inerzia, a parte i momenti di rabbia e furia che comunque non compiono alcun un passo avanti in quanto sono sfoghi violenti, mai progressivi: parecchi uomini e tante donne non si muovono perché credono o sanno che ogni movimento li farebbe uscire dalle false sicurezze nelle quali si sono arroccati, li farebbe precipitare nell’ignoto di cui hanno orrore. Solo chi è capace di stare solo può permettersi di rifiutare quanto non gli si addice e non gli va.

Concluso questo catechismo, procedo con il racconto

Alle due saliamo nella corriera. Fa caldo grazie al buon Dio. Solo ai  30 gradi mi sento sicuro ma dai 25 in su sto già bene. I 30 mi rassicurano dall’antico rigore pieno di brividi.

Mi ristorano e riempiono di salute, di gioia la lunga luce e il forte fervore estivo. Nell’acqua del golfo Saronico  i raggi del Sole danzano muovendo le belle membra luminose come un coro di ragazze bionde dai corpi armoniosi. Sono felice di sentire e comprendere  dentro di me la bellezza del mondo. Sono fioriti, di rosso, di giallo, di viola, anche gli scogli pallidi e scabri. Ho scritto ragazze bionde ma voglio ribadire che mi piacciono più le brune per il  loro colore più forte e intenso. Poi a mamma e le zie erano more.

  Il sole mi abbronza pure attraverso il vetro della corriera: niente può impedirmi di assimilarlo se non ci sono le nuvole in cielo.

 

Mi vengono in mente un paio di Pasque passate. Il mio metodo è sempre stato  comparativo.  Quella del 1967 quando andai a Cracovia grazie a uno scambio con il  collegio Irnerio di Bologna, e una vecchia signora distinta che poteva essermi nonna mi sorrise in un negozio dell’areoporto e mi disse in francese che ero carinamente abbronzato. Durante il volo avevo tenuto tutta la faccia accostata al finestrino, schiacciandomi il naso e chiedendo al Dio di perdonare quanti opponevano una tendina ai suoi raggi, benefici, santi. Fui felice per quel complimento perché a ventidue anni stavo cercando di uscire dall’abisso dove mi avevano gettato dei malvagi, nemici miei e dell’umanità. D’estate sul mar nero avrei conosciuto Helena di Praga: un bel passo avanti.  

L’anno seguente ero già salvo e contento di me. In primavera andai a Praga con un altro scambio di ospitalità tra le Università. Allora noi studenti si stava bene. Eravamo aiutati durante gli anni di studio e appena laureati si trovava lavoro. Era la primavera di Praga e la mia e della mia generazione fortunata.

Nel 1972 per Pasqua andai a Parigi con alcuni bottegai vicentini conosciuti per caso. Gente di razza mentale e spirituale diversa dalla mia. Erano monoftalmi e l’unico occhio che avevano fissava sempre il denaro, e in più chiacchieravano con  lingua instancabile, implacabile, monotematica: riguardava solo gli affari. Non  dicevo verbo, e spesso abbassavo lo sguardo per il disgusto. Una sera, a cena, la donna del capobanda mi disse: “stai allegro professore, non sei mica in castigo!”.

 Invece lo ero durante quelle cene forzate. Mi rifugiavo nel ricordo di Luciana  un’allieva intelligente, capace di pensare e parlare con personalità spiccata, proprio il contrario, l’antitesi di quei burattini tirati su e giù dai fili del profitto o della perdita. Ho incoraggiato Luciana a studiare all’Università e con il volgere delle stagioni siamo diventati amici: lo siamo ancora.

Da questo viaggio cruciale ho imparato a non imbarcarmi più con ciurme dai mozzi sconosciuti, ignoranti e ciarlieri.

 

La corriera è arrivata a capo Sunio, la punta meridionale dell’Attica nobilitata da un tempio dorico il cui lucore marmoreo fa pensare a un inno dalle braccia levate al cielo. Unisco alle colonne il cuore, poi la mente con la favella e prego: “Febo Apollo, splendidissimo Sole, tu che scacci il buio  e stenebri le angosce con la tua luce eroica, infondimi la forza di parlare e di scrivere in modo egregio. E tu Poseidone dall’aureo tridente, dio del Sunio che regni sui delfini[1] , ti ho già pregato arrivando qui in bicicletta nel 1978 da solo e tu mi esaudisti. Ascoltami e aiutami ancora. Dammi la capacità di assimilare alla mia vita quella meravigliosa  che ammiro da quando ero bambino nel mare popolato da Nereidi, Ninfe e Sirene meravigliose oltre che da pesci iridescenti, e ammiro  nell’aria solcata dai voli degli uccelli contenti, nella terra  coperta come oggi di fiori accarezzati dalle danze delicate, eleganti delle farfalle variopinte”.

Compiuta la preghiera con il rito dovuto, scendo sulla spiaggia dalla sabbia ancora calda. Passa un ragazzo già alquanto ingrassato nei fianchi. Mi torna in mente il mio sciaguratissimo ventesimo anno di vita quando presi 20 chili mangiando come un maiale.

Mi vengono in mente ricordi e pensieri

A Pesaro porco si dice baghino e a chi non è buono a nulla si dice: “vai a sculacciare i baghini!”  Quando ero grasso andavo in un podere di mia nonna a colpire i maiali con un bastone perché vedevo in loro altrettanti me stesso. Dovevo diventare il prima possibile un eJautontimorouvmeno~, Totò Merùmeni: digiuni e fatiche per buttare via da me quell’orribile carne non mia.

Intanto mi punivano le donne che mi schifavano. Mi diedero la lezione che meritavo e mi servì. Mi corressi fino alla vita da torero, quello che ci voleva per piacere a Elena Augusta. E l’abbronzatura: “minim!” si dice a Pesaro

 Chiedo al  dio di darmi tutta forza necessaria a conservarmi la snellezza da sportivo agonista e da asceta.

La prossima estate voglio scalare lo Stelvio in bicicletta da una parte e dall’altra: 45 chilometri di salita in meno di quattro ore. Disciplina in tutto ci vuole. Mangiare  quale problema.  Mangiare troppo è un ostacolo-provblhma- alla salute e alla bellezza. Al vivere umanamente.

Siedo in un bar-trattoria sulla riva: da dentro viene odore di pesce fritto. Ho saltato il rancio del tocco e ho fame, ma chiedo soltanto un caffè.

Il tocco per le 13 è un toscanismo simpatico e colto. Usava in casa mia e l’ho riscontrato nel Boccaccio.

 Il semidigiuno è un esercizio spirituale, una rinuncia pulsionale che dà soddisfazione. La mente va allenata a dominare le brame del corpo, quelle deleterie dico, non quella esecrata dai preti come la cosa più sporca del mondo, ipocritamente per giunta.

Oltretutto calunniano le ragazze madri, compresa Maria.

 Il desiderio di amore è santo, perché. Questo perché posposto  invece è un pesaresismo. Si usa molto nelle domande: “Non hai mangiato, perché?”

E’ una risposta a chi dice di avere fame.

 Ho caro il bilinguismo della mia infanzia: lo tengo da conto, lo coltivo quasi fosse una rosa o una spiga.

Sono quasi le cinque e alle otto ci fanno cenare, un’ora anticipata rispetto all’uso greco. Orrenda è l’abitudine di cenare presto. Una volta arrivai a Bressanone verso le dieci sera: ebbene in quel paese dall’apparenza civile, dopo le nove non trovi più da mangiare: è già tutto chiuso, roba da caserma o da ospedale. Da militare e da ospedalizzato si doveva cenare alle 17 e 30. Per  reazione, dopo queste due esperienze non tocco cibo prima delle 21: mi dà un senso di libertà, di volontà e di salute.

Sono quasi le 17 e pranzare tre ore prima della cena sarebbe u{bri~.

Mangiare senza misura e disciplina significa invecchiare male e morire peggio: obeso e ante diem. Potersi inibire qualcosa che depotenzia e danneggia è la prova della forza vitale. Sicché bevo un bicchiere di  acqua che è ottima, umile eppure preziosa, come Maria come Elena mia, le ragazze madri, poi risalgo la china del promontorio accarezzato da flutti leggeri-

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Bologna 31 gennaio  2026 ore 19, 29  giovanni ghiselli

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[1] Cfr. Aristofane,  Cavalieri, 560.


Seneca Epistola 35. Seconda parte Seneca e l’ondeggiamento degli immaturi.

.

H. Hesse,  gli uomini bambini e la compassione che suscitano; Pirandello e la commiserazione suscitata dall’umorismo

 

Cogita te mortalem esse, me senem (35, 3), pensa che tu sei mortale e che io sono vecchio.

 Propera ad me, sed ad te prius (4), affrettati verso di me, ma prima verso di te.

 Mutatio voluntatis indicat animum natare, aliubi atque aliubi apparire, prout tulit ventus, il cambiamento di volontà mostra che l’animo ondeggia, ora si mostra in un luogo, ora in un altro,  secondo dove lo ha portato il vento. Non vagatur quod fixum atque fundatum est, non va di qua e di là ciò che è fisso e ben piantato.

 

Gli uomini bambini di Hermann Hesse

“La maggior parte degli uomini, Kamala, sono come una foglia secca che si libra e si rigira nell’aria e scende ondeggiando nel suolo. Ma altri pochi, sono come stelle fisse, che vanno per un loro corso preciso, e non c’è vento che li tocchi, hanno in se stessi la loro legge e il loro cammino.

Migliaia di giovani ascoltano ogni giorno la dottrina del Gotama, il Sublime, il predicatore della nuova scienza, e seguono le sue prescrizioni. Eppure sono tutte foglie secche, non hanno in se stesse la dottrina e la legge” ( Siddharta, p. 89)

“Tu non puoi amare” gli aveva detto Kamala nei giorni lontani della giovinezza, ed egli le aveva dato ragione e aveva paragonato se stesso ad una stella fissa e gli uomini-bambini a foglie cadenti, e ciò nonostante aveva percepito in quelle parole anche un suono di rimprovero. Infatti egli non aveva mai potuto perdersi e consacrarsi interamente a un’altra creatura, commettere pazzie per l’amore di qualcuno; mai aveva potuto far qualcosa di simile, e questo era stato- così gli era parso allora-  la gran differenza tra lui e gli uomini –bambini. Ma ora, dacché suo figlio era con lui, ora anche lui, Siddharta, era diventato un perfetto uomo-bambino, e soffriva a causa di una creatura umana, amava una creatura, si perdeva per amore, per amore diventava un povero stolto (p. 131)

Quando traghettava i soliti viandanti, uomini-bambini, mercanti, soldati, donnette del popolo, questa gente non gli riusciva più così estranea come un tempo: li comprendeva, comprendeva la loro vita guidata non da pensieri e intuizioni ma unicamente da impulsi e desideri, e si sentiva simile a loro (…) gli sembrava che questi uomini bambini fossero suoi fratelli; le loro vanità, le loro cupidigie, le loro piccolezze, perdevano il ridicolo, diventavano comprensibili, diventavano degne di compassione, perfino di rispetto” (137).

 

Cfr. L’umorismo di Pirandello (1908) e la compassione che nasce dall’umorismo

Parte seconda II

Vediamo il don Chisciotte: “Noi vorremmo ridere di tutto quanto c’è di comico nella rappresentazione di questo povero alienato che maschera della sua follia se stesso e gli altri e tutte le cose, vorremmo ridere, ma il riso non ci viene sulle labbra schietto e facile; sentiamo che qualcosa ce lo turba e ce l’ostacola; è un  senso di commiserazione, di pena e anche

d’ ammirazione, sì, perché se le eroiche avventure di questo povero hidalgo sono ridicolissime, pure non v’ha dubbio che egli nella sua ridicolaggine è veramente eroico. Noi abbiamo una rappresentazione comica, ma spira da questa un sentimento che ci impedisce di ridere o ci turba il riso della comicità rappresentata; ce lo rende amaro. Attraverso il comico stesso anche qui il sentimento del contrario” (p. 176).

 

 Bologna 31 gennaio 2026 ore 18, 24

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Il viaggio in Grecia dell’aprile 1982. Ottava parte “La notte ch’i’ passai con tanta pièta”.


Le preghiere e la guarigione miracolosa. Excursus sulla famglia materna. Contentezza e fierezza della mia povertà.

 

Appena mi sono disteso ho pregato il signore di Olimpia e di Delfi: “Dio della bellezza che giustifica questa nostra vita mortale e la emancipa dal triste orrore della sapienza silenica, Dio del principium individuationis che mi hai distinto dalla gente priva di stile e di morale, ti prego, fammi guarire.

Non chiedo denaro né  successo. Solo camminare voglio.

Una preghiera tornata attuale l’agosto scorso.

 

Procedetti citando Catullo e rivolgendomi a tutti gli dèi per aumentare le probabilità di essere sentito ed esaudito.

me miserum aspicite  et, si vitam puriter egi,
eripite hanc pestem perniciemque mihi,
quae mihi subrepens imos ut torpor in artus
expulit ex omni pectore laetitias.
Non iam illud quaero, contra me ut diligat illa,
aut, quod non potis est, esse pudica velit:
ipse valere opto et taetrum hunc deponere morbum.
O di , reddite mihi hoc pro pietate mea
[1]

Lo sforzo di ricordare ogni parola e il dovere compiuto conciliò il sonno. Alle sei tuttavia, verso l’alba, mi svegliai con un male grande e con tanto spavento. Tornai nel bagno per osservare la gamba dell’osso offeso: la ferita sembrava palpitare.  “Ogni occhiata la fa palpitar”

Fui quasi certo della sciagura. In assenza della madre mia, mi diedi del bischero da solo. Poi dell’imprudente, quindi del deficiente per assecondare le zie nutrici.

Subirò la giusta lezione pensai: “ dovrò andare in un tetro ospedale, poi forse mi metteranno in un manicomio per autolesionismo: perderò il sole con tutte le bellezze della Grecia e i sorrisi di  donne generose. Ben mi sta”. Tornai nel letto strisciando come un serpente o un cane sciancato. Restava una sola speranza; un miracolo. Aggiunsi altre preghiere a Zeus, a Dioniso, all’onesto Giovanni Battista, a  Ipazia, a Santo Francesco. Dei e santi pagani e post pagani, con l’aggiunta di una donna studiosa come Marisa pur rimasta alla scuola media di Pesaro e  Kaisa diventata invece preside di facoltà a Turku. Anche Cristo per tanti versi era pagano ma la pretaglia  eretica, sua nemica, ha calunniato per secoli il Redentore e sua madre: la bella ragazza del parto.

Chiesi a tutti i miei protettori vivi e morti di farmi guarire. Se no, sarei diventato un inutile peso alla terra, penoso per i miei cari e per me. Mi rivolsi alla crescente luce del giorno: la pregai di ricordarsi quanto l’avevo onorata con i miei studi, con l’educazione dei giovani, con le corse serali quando inseguivo e adoravo il sole che al tramonto brillava come un tesoro, poi elencai i monti sacri scalati con la bicicletta, promettendo che a quelli italiani avrei aggiunto il Parnaso, l’Olimpo e il Taigeto nei miei pellegrinaggi annuali e non mi sarei fermato prima dei novanta anni se fossi guarito”.

Infine  feci una promessa ripetendo il do ut des della religione romana “Numi della mia speranza desiderosa e bisognosa di grazia, fate che io possa narrare la guarigione di  giovanni, il peccatore miracolato, nel grande epos che scriverò in vostro onore”

La mattina mi svegliai soltanto alle dieci. Quel giorno non si doveva partire prima di avere desinato dal tocco  alle due. Poi si andava a Capo Sunio distante solo una quarantina di chilometri. Scostai la coperta leggera e guardai la gamba che non mi doleva. Né si vedeva più niente di brutto. Possibile? Era proprio quella battuta? Ma sì, proprio la destra. Me la sono toccata. Non faceva punto male.  Forse sognavo la guarigione. Mi pizzicai una guancia. Ma no, ero sveglio. Feci subito altre prove: mi alzai, camminai infine saltai su tutte due le gambe. Funzionavano entrambe. Quindi feci un balzo di gioia e gridai. “Grazie Apollo peana, dio dall’arco d’argento e dalle frecce d’oro che  scagli lontano colpendo i mali e i mascalzoni. Tu sei un dio grande, uno di quelli che non tramontano mai, non invecchiano e io ti sarò sempre devoto. Ringraziai anche le ragazze madri celesti e terrene”.

 

Excursus sulla mia famiglia materna

Ringraziai anche la mamma da cui avevo preso la grande salute e la zia Rina chiamata badessa da sua madre e sbirra da suo padre.

Ci voleva: era imperiosa e metteva ordine nelle cose di casa. Quando andava in campagna disciplinava i mezzadri della madre che le obbedivano come si fa con un generale, pur chiamandola “signureina”, siccome romagnoli. La zia comandante mi intimava di non parlare mai come loro bensì, di usare la lingua parlata in casa nostra: quella di Dante, Petrarca, Boccaccio, Machiavelli. Le due lingue che avevo imparato: il pesarese per strada e l’aretino di Borgo Sansepolcro in casa mi avevano arricchito entrambe e non escludevo l’una né l’altra tanto nella pronuncia quanto nella scelta delle parole. Potevo scegliere appunto.

Quando, arrivato al ginnasio, trovavo nei padri della lingua di Arezzo e di Firenze espressioni di uso comune in casa nostra ne ero fiero.

In questo capitolo ho usato il tocco per l’una ad esempio.

Del resto mi piaceva anche la musica della parlata pesarese che allunga le vocali: la praticavo molto giocando per strada o litigando a scuola e ne rivendicavo l’uso biasimato e schernito invece dai miei parenti toscani: tutti tranne la nonna pesarese, derisa dagli altri per come pronunciava le vocali: non distingueva vénti da vènti o pèsca da pèsca. Io invece pronunciavo le vocali come il nonno, la mamma e le zie. Prendevo quello che mi piaceva da ciascuno di loro.

Sono arrivato perfino a rivendicare la mia mancanza di spirito pratico- affaristico ed esserne fiero.

Autorizzo ancora tale presunta  deficienza con queste parole del Vangelo secondo Matteo:"Et de vestimento quid solliciti estis? Considerate lilia agri quomodo crescunt: non laborant neque nent. Dico autem vobis quoniam nec Salomon in omni gloria sua coopertus est sicut unum ex istis" (N. T. 6, 28), e quanto al vestire perché vi affannate? Considerate come crescono i gigli dei campi: non si affaticano e non filano. Eppure vi dico che neppure Salomone in tutta la sua gloria è stato coperto come uno di loro.

La mancanza di senso pratico  l’ho presa dal nonno Carlo Martelli che vendette ai Buitoni  il quattrocentesco palazzo avito di Sansepolcro per 100 mila lire alla fine della seconda guerra mondiale prima di trasferirsi a Pesaro che. Poi non le ha investite e non gli è rimasto niente. Il palazzo però porta ancora il suo nome e a me ha lasciato il suo talento ciclistico, la sua educazione e la sua bontà.

La nonna pesarese Margherita Scattolari che aveva ereditato settanta ettari dal padre romagnolo e altro dalla madre di Recanati invece non ha venduto mai niente e tale attitudine l’ho presa da lei: dei miei 18 ettari non ho voluto venderne nemmeno uno a un avido costruttore di Montegridolfo che voleva cementificare la terra degli avi miei Scattolari che sono sepolti là .

Mi prometteva molto denaro il palazzinaro che –diceva- avrebbe cambiato la mia vita rendendomi beato di ozi, cibo e bevande in locali degni di me. Figuratevi! A me piacciono più le bettole dove posso ingaglioffarmi come mi ha insegnato Machiavelli, fiorentino  come la mamma del nonno.

Sono certo che la terra valga più dei miseri quattrini. Potevo uscire dalla mia povertà vilipesa e negletta dagli altri, tuttavia a me non discara.

Vivo da povero però non mi manca niente di quanto mi serve e mi piace: vado spesso al cinema qui a Bologna, talora anche in un simpatico, non esoso, ristorante greco  dove mi permetto perfino “il lusso” di invitare qualcuna o qualcuno; d’estate volo a Siracusa per i drammi del teatro greco, poi mi imbarco sul traghetto per Patrasso e, sbarcato, mi sobbarco lo zaino, quindi pedalo almeno fino  a Epidauro  per le tragedie e le commedie greche che rappresentano là, quindi proseguo pernottando negli ostelli fiero di essere accolto, pure così vecchio da tanti ragazzi vagabondi quanto me, infine  torno a Pesaro in tempo per seguire tutti i melodrammi di Rossini.

Tutto questo  senza indebitarmi. Né rubare. Nemmeno rubacchiare.

 

 

Concludo questo excursus sulla famiglia citando Thomas Mann, uno dei miei maestri preferiti tra i moderni: “Figli e nipoti guardano padri e nonni per ammirare e ammirano per imparare  e perfezionare quello che è già predisposto dall’ereditarietà”. (La montagna incantata, secondo capitolo. p.36)

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 Bologna  31  gennaio  2026 giovanni ghiselli ore 16, 54 giovanni ghiselli

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[1] Carme 76, vv. 19- 26.


Lo svilimento della scuola eccellente.


 

A proposito del prossimo esame di maturità, leggo nel quotidiano “la Repubblica” di oggi che la disciplina caratterizzante il liceo classico non sarà presente come prova scritta né orale nel liceo che una volta formava la classe dirigente. Ora gran parte di questa non conosce il greco e si adopera per snaturare il liceo classico. Del resto tutta la scuola viene svilita da decenni. Togliere o anche solo  lo studio della lingua e della cultura greca  significa impoverire ulteriormente la lingua italiana già parlata a vanvera e scritta a casaccio dai più. Tale impoverimento avrà una ricaduta sull’economia e su ogni altra attività. Tranne il crimine e il malaffare che ne trarrà vantaggio.

 

Bologna 31 gennaio 2026 ore 13, 55 giovanni ghiselli.

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Seneca Epistola 35 . Prima parte Amore e amicizia


 

 Qui amicus est amat; qui amat non utĭque amicus est, itaque amicitia

semper prodest, amor aliquando nocet (35, 1), chi è amico ama; chi ama non sempre è amico, pertanto l’amicizia giova sempre; l’amore talvolta nuoce. Faccio un paio di esempi per chi mi mi legge da tempo: Antonia e Fulvio quali amici di grande aiuto reciproco; tra le amanti irreprensibili con me cinque o 6. Un 10%.

 Nocive una decina più del 5% 

 

Cfr. amare e bene velle di Catullo 72

Nunc te cognovi; quare etsi impensius uror

Multo mi tamen es vilior et levior,

“Qui potis est?” inqus. Quod amantem iniuria talis

Cogit amare magis, sed bene velle minus (5-8), ora ho imparato a conoscerti, perciò anche se brucio con maggiore intensità, tuttavia per me sei più spregevole e inaffidabile. Come può essere? Siccome un’offesa del genere costringe ad amare di più ma a voler bene di meno.

 

Credo che questa sia una grande verità. L’ho verificata più volte sia vivendo, sia leggendo gli ottimi autori. Ora penso a Proust, in particolare alla storia di Swann e Odette. Chi mi legge sa che al mio rosario tali grani non mancano.

 

 

Dunque Catullo, Seneca Proust e il sottoscritto. Presenterò Proust il 16 febbraio prossimo nella biblioteca Ginzburg. A chi vuole seguire da lontano invierò il link.

 

 

Bologna 31 gennaio 2026 ore 11, 39 giovanni ghiselli.

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Grecia aprile 1982. Settima parte. La serata nella piazzetta di Atene. La botta tremenda.


Diverse ore di viaggio. Sul canale di Corinto  cala la notte mentre sale rossa la luna. Alle nove arriviamo nella città di Pericle, la scuola dell’Ellade e mia. Dopo cena un gruppo di ragazze e ragazzi mi chiede se voglio accompagnarli in centro. Possiamo sederci in un locale e scambiarci delle impressioni sul viaggio, se voglio.

“Come no? Anzi, speravo in un’occasione del genere”.

Ci troviamo nell’atrio dell’albergo: siamo tredici. C’è anche una collega intelligente e simpatica. Tuttavia non la corteggio.

 Non me ne dà occasione purtroppo.

 Prendiamo tre taxi. Il centro dista quattro chilometri. In gita scolastica generalmente ci fanno dormire in periferia. A me piace il centro perché di solito faccio una vita da anacoreta: passo gran parte delle mie giornate studiando, pensando, scrivendo, da solo se non va e viene di corsa un’amante parlandomi magari di quanto le spiace il marito, e quando esco voglio osservare la gente che va e viene. Solitario in casa, se non mi allieta o mi disturba una donna, ma studioso delle persone quando esco sulle vie e le piazze. La vita politica, per la polis e nella polis è necessaria all’ animale politico che sono. Anche il mio personale è politico: perciò lo racconto.

Ci ritroviamo tutti nella piazzetta concordata e sediamo in un locale non rumoroso, Chiediamo da bere. Ottima è l’acqua, buona è la birra greca Mythos dal nome attraente,  mentre la Coca Cola è bandita.

Fa ingrassare e fa schifo. Mi stupisco che non sia proibita.

Propongo l’argomento della conversazione: analogie e differenze tra gli adolescenti e gli adulti.

L’analogia evidente è che tutti cerchiamo l’amore, compresi i vecchi. Oggi ne so qualcosa: ho superato gli ottanta ma non ho mai smesso di civettare, di vezzeggiare, di motteggiare alludendo all’amore.  

Parlano i ragazzi per primi. Uno dice che spera di non diventare come la maggior parte degli adulti ordinari e usuali: sono svuotati di entusiasmo, di sentimenti forti, della capacità di stupirsi.

Una ragazza aggiunge che li vede con le facce sempre coperte da maschere che non si lasciano togliere nemmeno dal dolore che dovrebbe eripere personam ut maneat res. Le dico brava per  la citazione di stampo lucreziano.

Quando vengo invitato a parlare dico che nemmeno la gioventù è ineccepibile: si presenta esibendo  tante  pose diverse siccome cerca l’identità da assumere  e simula la sicurezza che non ha, ripetendo spesso quanto ha sentito dire da personaggi considerati autorevoli. Del resto siamo stati tutti siffatti alla loro età.

“Come se ne esce?” mi domandano. “Un poco alla volta-rispondo- osservando, pensando, leggendo libri buoni, vedendo ottimi film, parlando e scambiandosi idèe. Insomma vivendo umanamente e umanisticamente, come ci insegnano i classici con i loro nobili loci, i tovpoi   gli argumenta quae transferri in multas causas possunt. Guardandosi dal condividere quanto si dice da parte dei media se non ci piace né ci convince. Coltivando lo spirito critico verso ogni pubblicità e propaganda utile a chi le diffonde, spesso dannosa per chi se ne lascia inquinare il cervello.

“Voi giovani avete il vantaggio di essere meno sclerotizzati e irrigiditi nel corpo e nella mente: tenetevi sempre in forma agile e snella praticando ogni giorno ore di studio e di sport. Vi ho osservato durante questo viaggio e ho notato che avete le anime aperte al bello e al buono che la kalokajgaqiva dei Greci, intendentissimi della bellezza, non separa l’uno dall’altro.

Davanti alle sculture del maestro di Olimpia vi ho visti attenti e commossi e questa sera avete voluto confrontarvi con noi due ex ragazzi”.

Gli studenti hanno annuito e la collega li ha approvati. Ha parlato pochissimo invero. Peccato: l’avrei ascoltata. Magari avrei trovato uno spiraglio per vezzeggiarla. In quel tempo ero ancora un  ejrasth;ς uJpokorizovmenoς [1]  con le  donne piacenti, quasi con tutte.

 Ma quella sera mi interessavano di più gli studenti.

“Dunque ho seguitato: “ A Olimpia vi ho visti attenti al bello e al sacro. Questo significa che siete sensibili e predisposti a tali valori  e pure che il vostro senso estetico è stato educato poiché la commozione davanti all’Apollo del maestro di Olimpia non si improvvisa. Io so pochissimo di arti figurative, però la prima volta che vidi le statue di quel frontone sublime mi venne in mente la lotta tra il  caos perdente e il cosmo vincente, anche grazie alle letture di Esiodo, delle tragedie, della storiografia, insomma del sapere e della sapienza ricevuta dai maestri della parola. Un’educazione partita dalla scuola. Quando questa non c’è, o funziona male, i ragazzi vengono condizionati a considerare i miseri quattrini misura di tutte le cose”.

 

Dopo tale lezioncina siamo tornati a piedi camminando a lungo per il piacere di passare altro tempo insieme.

Ero così lieto delle parole buone scambiate con loro che poco prima di entrare nell’albergo alzai gli occhi al cielo stellato per ringraziare l’artista creatore. Ebbene il buon Dio, forse per mettere a dura prova la mia salute corporea con la forza morale, mi ha indotto a indirizzare lo sguardo verso la volta suprema senza che avessi prima gettato un’occhiata davanti a me dove c’era un vaso grande, pietroso o forse di coccio, un ostacolo-provblhma- da schivare.

Il vaso come problema dunque, la distrazione come problema, quindi la salute come problema.

Insomma ho sbattuto con forza contro quel vaso l’osso della gamba  destra sotto il ginocchio. Ho sentito un dolore acuto, tremendo. A stento non sono caduto urlando dal male. Non volevo dare uno spettacolo tragicomico di stupidità e debolezza. I ragazzi però hanno visto a capito tutto. Dovevo essere livido in volto. Mi hanno domandato se mi ero fatto male. “Non tanto-ho risposto- ho dato una botta ma spero che sia solo un graffio. Dopo ci guardo”. In realtà la gamba ferita non reggeva il mio peso sebbene leggero. Sono arrivato all’ascensore appoggiandomi sulla gamba sinistra e sulle braccia tese alle pareti con le mani aperte, una specie di preghiera pagana. Ero quasi sicuro di essermi rotto la tibia. “Dio fai che non”,

 Sono entrato nel bagno per esaminare la ferita alla luce da ospedale del neon. La gamba era livida e gonfia sotto il ginocchio. Doloroso era toccarla, spaventoso guardarla. Di fratture me ne intendevo già allora purtroppo. L’osso doveva essere per lo meno incrinato sotto quel tumore bluastro. “Questo viaggio per me è finito”, pensai

Domani, se starò ancora tanto male, mi farò portare in ospedale da un’autoambulanza dai gemiti forti e penosi”.

Mi venne in mente la madre mia santa che mi diceva: “sei un bischero”, come usa nella sua Sansepolcro dall’eloquio perfetto, ogni volta che tornavo a casa ferito. Se guarivo presto, invece diceva: “bravo Gianni per la tua grande salute. Ringraziami: l’hai presa da me!”. Avrei voluto abbracciarla ma temevo che non lo gradisse siccome lei non lo faceva mai con me. Quando abbracciare la mamma è difficile, tutto diventa impervio per il bambino che l’ama.

Ecco perché nella vita mi sono dato tanto da fare per piacere alle donne.

La zia Giulia invece quando tornavo con una sbucciatura qualunque diceva: “non sei mai stato prudente, Giannetto!”

La zia Rina, la più attempata e dura, detta la badessa dalla stessa madre sua, mi diceva: “tu sei intelligente e bravo a scuola ma nella vita sei  un deficiente!”

Donne assai care al cuore nonostante tutto. La nonna Margherita invece mi riempiva di complimenti, mi vezzeggiava. Era la più intelligente.

La mamma mi è diventata amica e ammiratrice solo dopo gli ottantacinque anni. E lo è rimasta per altri 13.

 Devo molto a loro. Non tutto ma quasi. Gli uomini in casa mia contavano poco, quasi niente. Ecco perché ho tanto amato e imitato le donne. Mi sono sempre sentito simile e congeniale a loro.

 

Bologna 31 gennaio  2026 ore 10, 46. giovanni ghiselli detto giannettino fino alla quinta elementare poi giannetto fino alla terza media, poi gianni.

Eppure venero l’ onesto Giovanni “che volle viver solo e che per salti fu tratto al martiro”.

La notte del prossimo capitolo sarà una notte davvero martoriata.

Avvertenza: il blog contiene una nota e il greco non traslitterato.

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[1] Cfr. Platone, Rsp. 474d 


Grecia 1982 Sesta parte. Olimpia le metope del tempio, l’Ermes di Prassitele e lo stadio delle corse.


 

Passo alle metope con le fatiche di Eracle.

Insegnano che nella vita nulla si ottiene senza grande fatica. Anche imprese più piccole di quelle sostenute dal figlio di Zeus richiedono impegno, disciplina, sudore.

Non solo affrontare e debellare i mostri ma anche studiare e imparare,  a scrivere in modo da farsi leggere dopo tutto.

 

 

 Cambio stanza e vado a vedere il prasssitelico Ermes che tiene in braccio Dioniso bambino. E’ più sensuale che bello. E’ morbido e flessuoso, perfino effeminato. Mostra grande affetto per il piccolo dio  e ancora più per sé stesso. Si sente osservato ed  è un poco affettato, cioè in posa.

 

 

Esco per andare nella zona delle nobili gare. Lungo la strada vedo pini dai tronchi enormi  e dalle altissime chiome che, mosse dal vento di primavera,  sussurrano voci profetiche piene di mistero.  

Una donna anziana seduta sui fiori mira  pensosa il paesaggio ameno e sorride : probabilmente anche lei ricorda gli amori più belli della sua vita mortale.

I custodi del recinto agonale non lasciano più entrare i visitatori tardivi: mancano pochi minuti alla chiusura. Insisto per una visita breve e un guardiano cortese mi lascia passare. Però devo correre se voglio vedere lo stadio. Devo  gareggiare impiegando velocità di piedi tacuta;~ podw`n- se non voglio rimanere chiuso lì dentro. Magari di notte fa ancora freddo in aprile.  Altri custodi fischiano con insistenza spingendo il gregge degli attardati verso l’uscita. Devo fingere di non vedere e non sentire tali cerberi o piuttosto idre che fischiano contro il mio andare nella direzione opposta rispetto  a quella prescritta dal loro sibilare furioso.

Schivandone due o tre con guizzi e scarti, riesco a entrare nello stadio delle gare di corsa. Si trova sotto il colle di Crono verde anch’esso dei pini vocali caratteristici di Olimpia come le querce di Dodona le cui foglie frusciando sussurrano  arcane voci  portate dal vento. Mi seggo un momento cercando di decifrare i segni suggeriti dal luogo.

Mi dicono  che non devo cedere mai. Devo assecondare il concatenarsi sapiente degli atti dovuti al mio destino.  

Accolgo il suggerimento ma non posso fermarmi. Sta arrivando di corsa un energumeno forsennato  che fischia mentre si lancia contro di me e agita le braccia non senza ira. Sto per urlargli: “Caròn, non ti crucciare, oppure “taci maledetto lupo: fra un po’ me ne vado”, ma penso che sta facendo il suo lavoro e mi invade un desiderio di pace e di amore. Gli dico: “mi scusi signore, me ne sto andando” e gli rivolgo un dolce sorriso che lo trasforma. Sicché mi guarda con simpatia e mi indica l’uscita con garbo signorile.

Che cosa significa questo? Che devo trovare l’armonia con il prossimo se voglio giungere all’arte. Ricordo che il greco aJrmoniva, e il latino ars hanno la medesima radice indoeuropea come pure il verbo ajrevskw, “piaccio”.

Devo piacere a me stesso se voglio farmi ascoltare e leggere dalle persone che devo educare. Sono nato per questo. Se no mi sarei sobbarcato tre ragazze madri:  Helena,  Päivi più un’altra, con tanto di figli, due nemmeno miei.

Voglio trovare la pace che odora come le viole accanto al pozzo, come il seno di una ragazza che corre su campi fioriti o si cimenta sulle piste degli stadi. Profumata e bellina!

Per piacere però devo anche farmi mettere in ordine i denti anteriori che sono piccoli e radi.

Allora mi venne in mente una battuta dell’Ulisse di Joyce: “ My teeth are very bad. Why, I wonder? Feel. That is going too. Shells”.

La lingua inglese mi è simpatica anche se non è prestigiosa come la greca né chic come il latino o il tedesco. Nella mia vita è stata la lingua degli amori più belli.

Uscendo pensai: “Il mio dentista è un donnaiolo accanito. Gli piacciono giovani molto. Nelle ragazze cerca la carne che ancora lievita. Io piuttosto ammiro lo spirito che cresce e si potenzia, magari con il mio contributo.

Rientro nella corriera.

 

Bologna  31  gennaio 2026 ore 9, 57 giovanni ghiselli

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Viaggio in Grecia del 1982. Quinta parte. Olimpia


A mezzogiorno facciamo una sosta. C’è un bar sulla strada che fiancheggia la spiaggia. Alcune ragazze contente camminano nell’acqua bassa con le gonne in movimento  come alghe, o come meduse iridescenti.

I ragazzi corrono sulla rena quali cuccioli che ruzzano lieti.

 Alcuni adulti rimasti dentro l’angusto locale si lamentano del caldo, il grande nemico deprecato da pubblicità e propagande varie ostili alla vita.

Ci avviliamo piuttosto nel freddo malsano e fuori stagione prodotto dall’aria condizionata.

Ci saranno si e no, venticinque gradi. A Pesaro quando c’è il garbino è quasi obbligatorio dire “oggi non si respira” e girare con espressione schifata. E’ il vento canto del sud, gradevolissimo per i miei gusti. Se lo dico, mi danno dell’anormale e dell’ invidioso  nemico di ogni persona normale. Ero cattivo già quando facevo il liceo e mi davo tante assurde arie perché ero bravo in greco, in latino e in bicicletta.

 

Bevo un caffè poi esco di nuovo. Dal tetto scendono ciocche di glicine il cui dolce sapore mi dava una strana consolazione quando ero un bambino vessato per la mia  diversità strana e romita. La mia stranezza era l’amore per la scuola, lo studio, le lettere, le gare ciclistiche. I campi dove primeggiavo e me ne vantavo.

“Lascia gi’, va’ a casina ghiselli!!!” lascia andare, torna a casa, mi dicevano i meno malevoli. Rispondevo in dialetto per dissimulare il mio abito letterario  e significare che dopo tutto sapevo anche essere normale  : “Te t’ha ragion, ma me n’ho tort!”

“Lascia gi’ e dai l’oli’” replicavano, intendevano “metti l’olio sulla tua ruggine di sgobbone invidioso!”.

 

Bianche colombe volavano su un campo di grano ancora in erba dal verde intenso.

Mi tornò in mente che diventavo più verde dell’erba quando vedevo Marisa in terza media. Era brava a scuola, la ragazza più brava della scuola Lucio Accio. Mi sono sempre piaciute le brave a scuola: gioielli, sorelle spirituali. Poi le amanti più amate. Le tre grazie finlandesi. Le meno brave erano al massimo sirenette.

Mica da buttare via nemmeno loro però”.

Le ombre delle ali corrono rapidamente, imprendibili, verso un leggero pendio dove una capra nera brilla nel sole. Sotto le viti ondeggiano al vento schiere di fiori. Vorrei coglierne alcuni per farne un mazzetto da offrire a una femmina umana greca e piacente ma li lascio là sotto le viti vicine al mare dove rendono più onore agli dèi della Grecia.

Risaliamo nella corriera che percorre la costa meridionale del golfo verso ovest, poi piega a sinistra, verso l’Elide, a sud. Volgermi a sud dove fa più caldo mi è sempre piaciuto.

 “Terre benedette da Dio” diceva la zia Giulia come si giungeva nella pianura padana, tornando da Moena a Pesaro il 10 settembre quando lassù faceva già freddo di notte e pure la mattina. Bisognava dormire sotto un piumone per non rabbrividire.

 

Ci avviciniamo a Olimpia. Comincio a pregare. Chiedo a Febo Apollo: “signore dall’arco d’argento, nel 1978, venni in Grecia da solo e ti pregai di farmi una grazia. Tu mi esaudisti e spingesti verso di me una splendidissima giovane. Quella ora e n’è andata, chissà dove, dopo avermi dato il meglio di sé. Tu invece vieni anche ora: “e[lqe moi kai; nu'n”.

 

Siamo arrivati. “Giungemmo infine: o sacro araldo, squilla!” Annuncia che questo luogo è il più bello del mondo.

 

Scendiamo dalla corriera. Devo dare qualche spiegazione ai ragazzi. Lo faccio davanti all’immagine sacra del tutto congeniale al mio spirito: il frontone occidentale del tempio di Zeus del maestro di Olimpia che è stato davvero un maestro per me. Invito a osservarlo: sulla destra si vedono mucchi di membra contorte, di teste confuse, di volti feroci. A sinistra grovigli di corpi deformi  e dolenti. Femmine umane violentate da centauri biformi:

Ben era il generato dalla Nube
acro e bimembre, uomo fin quasi al pube,
stallone il resto dalla grossa coglia” non posso non ricordare.

Una fanciulla ha la mammella sinistra spremuta da un vecchio mostro dalla bocca spalancata  che strepita durante il barbaro stupro.

In mezzo ai due gruppi  furenti, prostrati dal dolore e dall’odio, si erge il dio luminoso, latore di armonia e sicurezza: con lo sguardo imperioso e il braccio destro disteso indica la misura santa che tutti dovremmo seguire invece di infliggere violenza e offendere la luce del sole.

Ho visto tanta forza e culto dell’ordine anche nei quadri di Piero, il maestro di Sansepolcro dove riposano la mamma le zie e i nonni. Probabilmente anche io avrò l’eterno riposo in quel sepolcro santo. Ma prima devo essere ancora a lungo il Gianni agonista che sono stato per tutta la vita fino a oggi.

 

Bologna 31 gennaio   2026 ore  9, 31 giovanni ghiselli

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La libertà di parola non deve essere limitata. Dobbiamo contrapporre parole evangeliche a quelle cattive. Le buone novelle sono molte.


A gran parte di noi Italiani rimane solo questo bene della democrazia.

I razzisti dicono nefandezze e si screditano dicendole. Se non li lasciamo parlare diventiamo come loro. I razzismi sono tanti: di casta, di genere, politico, culturale. Non temo le parole degli ignoranti, degli imbecilli, dei profittatori poiché so che le mie sono più forti, più belle e più vere. Sono parole di umanità, di solidarietà con gli ultimi. Parole evangeliche. Le buone novelle sono molte.

Contrastare le parole cattive con parole buone è bene; impedirle è pericoloso siccome è un precedente che può ripetersi contro le parole buone.

Come faccio a dire che le mie parole sono buone?

Lo deduco dal fatto che ogni giorno da dodici anni e un mese mi leggono tante persone in tutto il mondo.

Bologna 31 gennaio 2026 ore 9, 03 giovanni ghiselli

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venerdì 30 gennaio 2026

Viaggio in Grecia dell’aprile 1982. Quarta parte Atene: i Propilei, piazza Omonoia, l’Acaia. Gli eventi fatali riconsiderati.


Osservo i Propilei,  gigantesco porticato d’accesso all’acropoli. Come altri monumenti troppo grandi sono stati innalzati per manifestare potenza e mascherare il depotenziamento innanzitutto morale  che il personaggio Socrate attribuisce alla cattiva direzione politica nel Gorgia scritto da Platone.

Temistocle, Cimone, Pericle secondo il filosofo ateniese ostile al regime:" hanno riempito la città di porti, di arsenali, di mura,  di contributi e di altre sciocchezze del genere senza preoccuparsi della temperanza e della giustizia" ( a[neu ga;r swfrosuvnh~ kai; dikaiosuvnh~, 519a). La città non è grande ma oijdei' kai; u{poulov~ ejstin (518e), è gonfia e ulcerosa dentro.

Seguirà la caduta dell’impero, dello sviluppo dopo quella del progresso per usare i termini di Pasolini

 

 

I tre statisti ricordati da Platone nel Gorgia avrebbero fatto ingrassare i corpi senza nutrire l’anima con l’idea del Bene che è il massimo oggetto della conoscenza.

Tanti tra i nostri politici hanno fatto di peggio: hanno smunto e perfino macellato i corpi di parecchi lavoratori mentre gonfiavano i propri di cibo e bevande e di molti altri consumi pagati con denaro pubblico.

 

Mi sgancio dal gruppo e giro da solo per la città rumorosa. Arrivo nella piazza centrale. Omonoia si chiama, Concordia. Questa è sempre auspicabile. Percorro a una a una, avanti e indietro, tutte le strade che partono come raggi di una ruota dal loro asse. La concordia con le mie donne, quelle di casa poi le amanti, è sempre durata poco. Eravamo contenziosi: io e loro.

 

Le contese sono due secondo Esiodo: c’è una e[ri~ buona e una cattiva. Buona è la competizione costruttiva dalla quale si impara; pessima è quella distruttiva: la guerra innanzi tutte. Oggi i cosiddetti grandi della terra mettono a repentaglio la sopravvivenza dell’umanità e del pianeta per comandare di più. Ma quando la nostra Terra sarà desertificata dai massacri non ci saranno comandanti né comandati. Già  Gaza è un cumulo di macerie. Temo che si stiano preparando altri scempi.

 

Sabato 10 aprile andiamo verso Olimpia. La corriera ci porta verso il canale Corinzio e la città dai due mari. Ai margini della strada tanti fiori rossi. Penso al sangue delle mie donne e al mio. Tutta la natura è imparentata con sé stessa.

Superata Corinto, percorriamo la costa settentrionale del Peloponneso. Quest’isola è la parte più autentica dell’Ellade: quasi senza turisti se non nei siti archeologici. Niente discoteche né altre schifezze del genere. “Lo sbarco è nobile” disse Fulvio la prima volta che scendemmo dal traghetto a Patrasso nel 1977. L’amico pensava alla disciplina e ai costumi degli Spartiati.

Dal finestrino osservo un grande giardino multicolore lungo tutta la costa. Sono grato al dio artista che l’ha fatto con tanto buon gusto. Ne sono rallegrati anche i Greci seduti nei caffè. La terra è lietamente addobbata. I fiori, gli aranci, e limoni rendono sorridente il paesaggio, e santo. Sopra la costa settentrionale del golfo vedo montagne le cui parti alte innevate e soleggiate brillano come gigantesche collane di perle subito sotto le rocce.  La lunga catena culmina nei gioghi del Parnaso. Prometto ad Apollo che lo scalerò in bicicletta dal golfo di Itea alla cima passando per Delfi e pregando devotamente. Snocciolerò pedalate energiche invece del rosario. Ogni colpo di pedale sarà un grazie alla vita.

Vedo donne vestite di nero che portano mazzi di fiori bianchi e rossi in un cimitero di campagna. E’ la “pietosa insania” raccontata con simpatia dal maestro Foscolo amatissimo dell’Ellade, e delle donne anche lui.  Un’ amorosa e meravigliosa insania spinge me a intrecciare ghirlande di parole per le mie amanti vive e defunte. Voglio salvare il ricordo della loro umanità che mi ha dispensato  gioia e pure dolore dal quale comunque ho imparato.

Voglio ritrovare quello che nei momenti più importanti e decisivi della mia vita non ho assaporato subito bene. Quando accade un evento che ci cambierà la vita, l’ora presente, soprattutto se siamo giovani, non può contenere tutta l’enorme portata di quella corrente che sta spostando  ogni cosa. La parte rimasta fuori dalla nostra attenzione e comprensione in quel giorno fatale rifluisce però sugli avvenimenti futuri e torna nella nostra memoria rivendicando tutto il suo significato. Allora dobbiamo rendere l’onore dovuto a quell’evento lontano, lì per lì trascurato, raccontandolo e mettendolo al suo posto nella series causarum che costituisce il nostro destino.

 

Bologna  30 gennaio 2026 ore 19, 28 giovanni ghiselli

p. s.

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