giovedì 24 settembre 2026

Ifigenia CLXXXIII. La fine dell’anno 1980. Un pomeriggio tragico nella stazione di Milano. L’ottenebrato di Pesaro.


 

Epigrafe. Il dubbio esistenziale,

  

 “Un pedante, mezz’orbo, non vedea
a legger la lezione agli scolari
(…) 

Utrum. Debb’io chiamarmi ottenebrato?

Cfr. Pietro Aretino - Dubbi amorosi (XVI secolo)

Dubbio XIX

 

 

A metà dicembre, quando fummo sicuri che la mia pièce aveva raggiunto la migliore delle sue forme possibili, convocammo alcuni dei miei ex alunni e proponemmo loro di partecipare alla recita. Ifigenia ne fece una lettura interpretativa. Le ragazze e i ragazzi offrirono volentieri la loro collaborazione.

La mia compagna si impegnò a prepararli e a sostenere la parte principale: quella dell’educatore bravo, studioso, preparato, seguito dagli studenti eppure ostacolato dall’ambiente .

 

Il 27 dicembre andai a Milano dove si trovavano i miei genitori. Ifigenia mi avrebbe raggiunto il pomeriggio del trenta. La sera saremmo andati alla Scala dove la Fracci e Nureyev ballavano il Romeo e Giulietta di

Prokof ’ev. Mio padre mi aveva procurato i biglietti. Quando ci eravamo salutati a Bologna, Ifigenia aveva detto di amarmi. L’avevo contraccambiata e sembrava che tutto procedesse bene, come doveva. Mentre l’aspettavo nella cupa stazione simile a una tetra gabbia per elefanti, così la chiamava mia madre,  pregustavo la gioia di vedere spuntare dalla pianura nebbiosa e gelata la splendidissima amante tutta per me.

Ma quando il treno arrivò e, dieci minuti più tardi, dopo l’uscita degli ultimi viaggiatori, apparve Ifigenia, costei aveva un’espressione ostile nel volto, un ceffo con il ghigno della canaglia plebea. Doveva avere incontrato da poco un altro corteggiatore che le si addiceva e la mia presenza ingombrante, importuna, le dava fastidio. Avrebbe preferito rimanere con quello. Era fatta così, e se volevo restare con lei dovevo accettarla com’era, senza soffrirne. Non ero ancora abbastanza vecchio e sfiatato per subire anche questo senza reagire con parole di biasimo.

Insistevo a volere cambiarla. Un altro errore da adolescente o da adulto inesperto. O da adulto cretino, ottenebrato mentale.

 “Ermes in lei ha posto una mente da cane”, pensai ricordando Esiodo e aggiungendo  la mia antipatia, la mia paura dei cani dovuta agli inseguimenti subiti più volte da bestiacce randage, ringhiose, furiose mentre pedalavo da solo in luoghi deserti.  Avevano tentato di farmi subire la sorte di Atteone, il figlio di Autonoe e nipote di Cadmo, mutato in un cervo da Artemide offesa. Era stato sbranato dai suoi bracchi omicidi.

Ho subìto le loro aggressioni fin da bambino. Fiutano la mia antipatia della loro bestialità priva di qualsiasi grazia e la contraccambiano.

Appena mi fu arrivata accanto la fissavo con aria interrogativa ed ella mi domandò: “che cosa vuoi tu?”. Era il suo modo di manifestare insofferenza e disprezzo.

“Niente da te”- risposi- almeno fino a quando sarai tanto scortese”.

Rispose che la imbarazzava incontrare i miei genitori che ci ospitavano fino al pranzo del 31. Dopo saremmo andati in una casa di Bratto dove ci aveva invitati mia sorella che passava il Capodanno lassù con suo marito e alcuni loro amici, persone  piccolo borghesi verso le quali Ifigenia era maldisposta, pregiudizialmente, cioè senza conoscerli punto. Anche l’idea di andare tra i monti le dava fastidio. A parte la Scala, tutto le spiaceva di quella trasferta. Me compreso. Qualche giorno più tardi mi rinfacciò il proprio sacrificio dicendo che avrebbe preferito andare in una bellissima discoteca con un paio di amiche conosciute nella scuola di danza.

Per addolorarmi  disse per giunta che in treno  Milano aveva conosciuto un uomo interessante: si erano scambiati gli indirizzi e ed era rimasta cinque minuti a parlare con lui dopo l’arrivo alla stazione.

Voleva liquidarmi o sottomettermi. Fatto sta che ne provai ripugnanza.

Con il senno di oggi la canzonerei o la caccerei via con il primo treno retrogrado e veloce. Ho imparato a stare solo piuttosto che con certe donne.

Il mio dramma non era bastato a salvare la dignità del nostro rapporto. Probabilmente le avevano detto che non valevo niente, che  ero solo un pedante mezz’orbo, un perdente a vita, e che lei  mentre stava con me si lasciava sfuggire stupidamente altre occasioni, molto migliori, meno indegne della sua avvenenza scultorea. L’uomo del treno probabilmente le aveva promesso qualcosa che l’attirava assai e lei ce l’aveva con me per non avere potuto accettare subito. “Ogni lasciata è persa” avrà pensato,  oppure “avrei dovuto acciuffare l’occasione che è calva di dietro”. Questo gliel’avevo insegnato io stesso.

 

 

Pesaro  24 febbraio 2026 ore 10, 16. giovanni ghiselli

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Ifigenia CLXXXII Progetti di un capolavoro epico, politico e capace di educare all’amore umanistico dell' umanità e della vita.


Ero entusiasta al punto che mi proposi di raccontare presto la storia grande e meravigliosa del nostro amore nato dalla volontà educativa.

Durante la cena lo dissi a Ifigenia comunicandole il mio entusiasmo. La ragazza mi dava suggerimenti dal suo punto di vista.

Disse che avrei dovuto chiarire quale fosse il mio metodo educativo. Mostrare, attraverso i pensieri dell’io narrante e diversi dialoghi, la collisione tra due concezioni opposte dell’insegnamento: la mia, che identifica il docente conil maestro  inteso a favorire lo sviluppo intellettuale, estetico, morale e vitale dei giovani, contro  quella antitetica di quanti considerano l’istituzione scolastica un luogo e uno strumento di repressione e negazione della creatività, della fantasia, degli istinti anche buoni delle ragazze e dei ragazzi da un lato, e dall’altro una misera fonte di  sostentamento e un esercizio di miserabile potere imposto da docenti e burocrati frustrati, e proprio per questo imperiosi nei confronti di adolescenti spesso  invidiati in quanto più belli e benestanti dei loro guardiani almeno nei licei del centro delle città.

Scuole di sapere nel migliore dei casi, quasi mai di sapienza che potenzia la vita.

Lo avevo scritto nel dramma breve già composto ma ora dovevo allargare il quadro facendovi entrare la politica ossia  i costumi della polis, della nazione, dell’intero Occidente la cui cultura nobile e antica stava declinando da alcuni anni. Un grande epos sulla decadenza  osservata e sofferta da due amanti tribolati.

Avremmo collaborato all’impresa noi due che ci amavamo sia pure non senza tribolazioni. Scendemmo dal monte e andammo a casa mia colmi di desiderio e di gioia. Facemmo l’amore più volte, senza tenerne il conto.

Le ricordai questi versi di Catullo nell’euforia della bella nottata. E’ il ritornello del sesso benedetto da favore di Priapo.

Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum

Meglio di così non avremmo potuto festeggiare i nostri compleanni di quel novembre. Ventisette anni Ifigenia, trentasei io.

Nella pièce che avevo già scritto, e l’aspirante attrice voleva recitare c’erano parole  di emotività istintiva, non abbastanza ponderata, sebbene  non  fossi più tanto giovane da giustificare certi estremismi di malevolenza nei riguardi di troppi colleghi.

Avevo fatto diversi brutti incontri nella scuola ma avevo già conosciuto anche persone buone. Il fatto è che quelle cattive  e aggressive latravano pubblicamente, talora mordevano pure, le buone, o presunte tali, si limitavano a sussurrare parole benevole, da persone comunque educate  quali erano. Quando arrivava per giunta un dirigente ostile i miei amici si diradavano come i capelli sulla testa canuta di un vecchio.  

In ogni modo quella sera ci sentivamo rispettivamente Musa e poeta. Avremmo educato popoli interi raffigurando con  espressioni  chiare e perspicue  le idee cioè la visioni che ci avevano fatto superare ogni difficoltà: la giustizia, la paideia, la salute morale e fisica, la gioia di vivere.

Saremmo andati a Delfi in bicicletta a pregare per impetrare la realizzazione dei nostri propositi che  potevano non garbare ai tanti  burocrati e impiegati mediocri della scuola, ma proprio per questo piacevano sicuramente alle persone davvero buone e  agli dèi.

Il giorno seguente cominciai e prendere appunti. Mi accorsi quasi subito  però che  era ancora troppo presto per iniziare questo grande romanzo. Non era già tempo. Sarebbe arrivato durante una  notte tragica del giugno successivo. Intanto mi diedi a ritoccare e ampliare la pièce già scritta che conteneva alcuni germi da sviluppare nell’opera maggiore: il grande epos che dovevo a me stesso e all’umanità. Questa che state leggendo in tanti, milioni di lettori situati e suddivisi in ogni parte del mondo. Vi ho impiegato decenni e il mio impegno non è andato perduto.  

Nei giorni seguenti  accolsi alcuni suggerimenti di Ifigenia a proposito della recitabilità di alcuni passi del breve dramma. Erano avvertenza preziose: dovevo trovare parole che suggerissero agli attori il tono e i gesti da usare.

Questi incontri si concludevano con abbracci nel talamo nostro dove avevamo disposto  fogli, matite,  gomme e penne. Un disordine che ci faceva sentire attivi, io quale scrittore, ifigenia come attrice,  e ci piaceva molto. La ragazza, musa e un poco pure figlia adottata, Calliope e Nausicaa,  mi gratificava dicendo che riconosceva in me il genio di uno scrittore non inferiore ai nostri grandi maestri: da Omero e Sofocle a Joyce e Proust menzionando soltanto i sommi.

Pesaro 24 febbraio  2026 ore 9, 54 giovanni ghiselli.

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mercoledì 23 settembre 2026

Introduzione alla storiografia IV parte.


 

 

13. Il Potere. La figura  del tiranno. Il tiranno taglia le teste: Erodoto: Periandro di Corinto e Trasibulo di Mileto; Tito Livio e Tarquinio il Superbo. Il tiranno quanto meno inceppa le lingue. Creonte nell’Antigone. Il despota non subisce controlli: i tiranni delle tragedie e il grande re Serse nei Persiani di Eschilo. Il tiranno impedisce lo scrivere, il parlare e l’ascoltare. Gli storiografi martiri e Ovidio. A volte il tiranno proibisce perfino il silenzio: Seneca (Oedipus), Curzio Rufo, Thomas Kyd (La tragedia spagnola).

 Talora è il dh`mo~ che non vuole sottostare alla legge: Senofonte, Elleniche, I 7, 12

Dopo la battaglia delle Arginuse (406 a. C.), il popolo ateniese, nel quale era stato inoculato l'odio per gli strateghi e il desiderio dei capri espiatori, gridava che era grave se qualcuno non permetteva al popolo di fare quanto voleva ("to; de; plh'qo" ejbova deino;n   ei\nai, eij mhv ti" ejavsei to;n dh'mon pravttein o{ a]n bouvlhtai", Senofonte, Elleniche,  I, 7, 12)."E' la rivendicazione che riecheggia minacciosamente in assemblea ad Atene durante il processo popolare contro i generali delle Arginuse", è "la formula che caratterizza, secondo Polibio, la degenerazione  della democrazia (VI, 4, 4:" quando il popolo è padrone di fare quello che vuole").

 

Euripide, Ifigenia in Aulide Il coro delle donne calcidesi lamenta che sono caduti i valori forti del Valore e della Virtù, mentre regna l’empietà, e ajnomiva de; novmwn kratei' (v. 1095), la licenza prevale sulle leggi. 

 Pericle e Alcibiade nei Memorabili di Senofonte[1].

Pericle nelle Storie di Tucidide. Il meccanismo della circolarità massa-capi. E’ Teramene il grande regista del processo delle Arginuse. Polibio: non è democrazia la prepotenza della massa. Cicerone chiama licenza il potere arbitrario del popolo. La democrazia come regime di classe socialistico (Guido Fassò).

La Politica e la Costituzione degli Ateniesi di Aristotele: i demagoghi e il prepotere del popolo.  L’Areopagitico di Isocrate[2].

Isocrate nell’Areopagitico (del 356) ricorda con nostalgia in tempo dei larghi poteri dell’Areopago malamente esautorato dalla riforma di Efialte nel 461. Dai tempi di Solone  questo era una sorta di Tribunale Supremo e di Corte Costituzionale che  esercitava la nomofulakiva, la custodia delle leggi, garantendo un indirizzo politico stabile. Questo consesso si prendeva cura anche del decoro dei cittadini. La paideiva infatti non deve limitarsi al pai'". Nel passato agli adulti si dedicavano cure più attente che ai ragazzi. L'Areopago vigilava sulla eujkosmiva, il buon contegno della cittadinanza. Potevano entrarvi solo persone di ottima nascita e che avessero dato prova di un carattere irreprensibile. Le buone leggi non bastano se nella polis non ci sono buoni costumi. Il progresso della virtù non nasce dalle leggi ma dalle abitudini giornaliere:" ejk tw'n kaq j  eJkavsthn th;n hJmevran ejpithdeumavtwn" (40). A Sparta la condotta dei cittadini era buona e assai modesto il numero delle leggi scritte. Anche Platone pensava che una buona educazione non ha bisogno della costrizione delle leggi (Repubblica, 426e-427a). L'età giovanile è quella della torbidezza spirituale: i ragazzi sono pieni di desideri e devono educarsi prendendo buone abitudini e compiendo fatiche che comportano gioia (43). Attività buone che costino fatica e diano soddisfazione. La paideiva va conformata ai mezzi di cui ciascuno dispone. I più poveri venivano indirizzati all'agricoltura e al commercio:" ejpi; ta;" gewrgiva" kai; ta;" ejmporiva"" (44). Gli abbienti invece si dedicavano alla ginnastica, all’ ippica, alla caccia, e alla filosofia.  La cultura dello spirito equiparata alla ginnastica fa parte di quella concezione della paideia come gioco elevato espressa da Callicle nel Gorgia. Anche Senofonte vuole combinare equitazione ginnastica e caccia con l'amore per la cultura intellettuale. Pure il Protagora eponimo del dialogo platonico (Protagora, 326c) di Platone fa dipendere la durata dell'istruzione dai mezzi dei genitori.

Per Platone invece tutta l'educazione superiore deve essere cosa di Stato. Isocrate non vuole eliminare le differenze economiche. Il difetto dell'educazione moderna è la mancanza di ogni pubblico controllo, sostiene. Una volta l' ajkosmiva, la condotta disordinata, veniva deferita all'Areopago che cominciava con l'ammonizione, poi passava alla minaccia, quindi alla punizione. Prima c’era lo qewrei'n, l’osservare, poi il nouqetei'n, l’ammonire, quindi l' ajpeilei'n, il minacciare, infine il kolavzein, il punire. L'Areopago insomma katei'ce, teneva a freno i cittadini con sorveglianza e punizioni.

Era catecontico.  Allora la gioventù non sciupava il suo tempo a oziare in locali da gioco o con le flautiste. Ogni giovane si atteneva all'attività dove era stato posto e cercava di imitare gli uomini che vi primeggiavano. Nel comportamento con gli anziani i ragazzi osservavano le regole del rispetto e della cortesia. Isocrate ricorda il dittico a contrasto dell'antica e nuova paideia disegnato da Aristofane nelle Nuvole . I giovani non andavano nelle osterie, non facevano i buffoni: quei comici che ora chiamano ingegnosi allora li consideravano dei disgraziati:" ejkei'noi dustucei'" ejnovmizon tou;" skwvptein dunamevnou" ou}" nu'n eujfuei'" prosagoreuvousin"(49). Il concetto di aijdwv" era un retaggio dell'antica etica e della formazione nobiliare.

 

La pseudo-senofontea Costituzione degli Ateniesi: la democrazia come conseguenza dell’impero marittimo.

Pasolini: il potere (consumistico) ha escluso gli intellettuali liberi. Il dovere etico di dire “no” al potere.

 

14. L’estetismo e l’eroismo. Il superamento della sapienza silenica attraverso l’arte e il riconoscimento della bellezza. La nascita della tragedia di Nietzsche. La dichiarazione d’amore di Euripide alle Grazie e alle Muse (Eracle). Vivere nella bellezza o nella bellezza morire. La bella morte: Polissena nell’Ecuba di Euripide, L’Aiace di Sofocle, il Gimnosofista di Plutarco, Cleopatra in Orazio, Antigone. Neottolemo del Filottete di Sofocle sceglie la morte con nobiltà piuttosto che il successo nella volgarità. Il successo mistifica tore e fuorviante secondo Pasolini.

Un modello diverso: la vita innanzitutto. Il rovesciamento della sapienza silenica. Achille dell’Odissea e il primo momento di Ifigenia in Aulide.   

 L’eroismo. Secondo il poeta la vita è giustificata dalla luce della bellezza, secondo l’eroe dal premio della gloria dovuto a chi primeggia. Una laudatio funebris

Metello nella laudatio funebris tenuta nel 221 a. C. in memoria del padre Lucio mette in evidenza le dieci qualità più grandi e più belle del morto; ebbene le prime due ricordate sono che Lucio Metello fu primarium bellatorem e optimum oratorem, combattente di prim'ordine e ottimo oratore. Il testo scritto ci è stato tramandato da Plinio il Vecchio nella Naturalis historia ( VII, 139). 

 

Alcesti, Achille e Codro nel Simposio platonico. Il modello dell’eroe passa dall’epica alla storia, alla tragedia, e pure alla filosofia. La guerra come evento epocale da Omero agli storiografi. Alessandro Magno segue il modello “achillesco”. Di nuovo Ifigenia che offre il suo corpo per l’Ellade e l’Achille dell’Iliade: “non cederò”.  Pelope nell’Olimpica I di Pindaro. L’eroismo del “non cedere” viene riconosciuto a Epicuro da Lucrezio.

 

15. La semplicità. Amiamo il bello con semplicità (Tucidide,  :"filokalou'mevn te ga;r met j eujteleiva" kai; filosofou'men a[neu malakiva"" (Storie, II, 40, 1). Pound.

 Marco Lodoli: la semplicità è complessità risolta, non  facilità. Gončarov: la semplicità significa intelligenza ed è differente dall’astuzia. Ezra Pound e l’America. Plutarco e l’ajpeirokaliva di Creso

 

"The thought of what America would be like/if the Classics had a wide circulation/troubles my sleep " Cantico del sole da Quia pauper amavi  (1919)., il pensiero di come sarebbe l'America, se i Classici circolassero di più, mi turba il sonno. Ci sarebbe, se non altro, meno cattivo gusto.

 Plutarco nella Vita di Solone racconta che il saggio legislatore ateniese disprezzava l’ ajpeirokaliva, l'ignoranza del bello di cui abbiamo già detto, e la mikroprevpeia ( 27, 20), la meschinità del re che si era presentato coperto di gioielli e d'oro.

B. Brecht: la semplicità difficile a farsi. Nietzsche.

Plutarco: bellezza e antichità. Semplicità e verità nelle Fenicie di Euripide dove Polinice afferma la parentela della semplicità con la giustizia e con la verità:"aJplou'" oJ mu'qo" th'" ajlhqeiva" e[fu,-kouj poikivlwn dei' ta[ndic' eJrmhneuavtwn" (vv. 469-470), il discorso della verità è semplice e quanto è conforme a giustizia non ha bisogno di interpretazioni ricamate. Invece l' a[diko" lovgo" , il discorso ingiusto, siccome è malato dentro, ha bisogno di artifici scaltri:"nosw'n ejn auJtw'/ farmavkwn dei'tai sofw'n" (v. 472).

 

 La semplicità di Achille e di Chirone[3] nell’Ifigenia in Aulide. Winckelmann, Schopenhauer. Quindi: Lucrezio, Cicerone, Orazio.

La semplicità accentuata e radicalizzata come neglegentia (sprezzatura). Il Petronio di Tacito opus novae simplicitatis. Ippolito e Sofronia. Di nuovo il dandy di Baudelaire. Il seduttore di Emma Bovary. La neglecta coma:  Ovidio, Apollonio Rodio, Parini, T. Mann. L’ajmevleia dell’Anonimo Sul sublime.

16. La scuola deve educare attraverso il mu`qo~ e attraverso il lovgo~.

U. Galimberti. Platone. Ottavia di Tacito.

 

Pesaro 23 febbraio 2026 ore 18, 02 giovanni ghiselli

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[1] Nei Memorabili, Pericle tutore di Alcibiade, rispondendo alle domande urgenti del ragazzo non ancora ventenne, ammette che tutto quanto uno costringe a fare senza prima avere persuaso (mh; peivsa~ ajnakavzei) o con parole scritte o in altro modo è piuttosto violenza che legge: "biva ma'llon h] novmo~ ei\nai" (1, 2, 45). Allora, lo incalza Alcibiade, tutti gli ordini che la massa, la quale ha potere sui ricchi, prescrive senza persuaderli, sarebbe violenza piuttosto che legge? Pericle elude la risposta dicendo all'adolescente che sta facendo sofismi tipicamente giovanili: da ragazzo li faceva anche lui (1, 2, 46).

[2] Isocrate nell’Areopagitico (del 356) ricorda con nostalgia in tempo dei larghi poteri dell’Areopago malamente esautorato dalla riforma di Efialte nel 461. Dai tempi di Solone  questo era una sorta di Tribunale Supremo e di Corte Costituzionale che  esercitava la nomofulakiva, la custodia delle leggi, garantendo un indirizzo politico stabile. Questo consesso si prendeva cura anche del decoro dei cittadini. La paideiva infatti non deve limitarsi al pai'". Nel passato agli adulti si dedicavano cure più attente che ai ragazzi. L'Areopago vigilava sulla eujkosmiva, il buon contegno della cittadinanza. Potevano entrarvi solo persone di ottima nascita e che avessero dato prova di un carattere irreprensibile. Le buone leggi non bastano se nella polis non ci sono buoni costumi. Il progresso della virtù non nasce dalle leggi ma dalle abitudini giornaliere:" ejk tw'n kaq j  eJkavsthn th;n hJmevran ejpithdeumavtwn" (40). A Sparta la condotta dei cittadini era buona e assai modesto il numero delle leggi scritte. Anche Platone pensava che una buona educazione non ha bisogno della costrizione delle leggi (Repubblica, 426e-427a). L'età giovanile è quella della torbidezza spirituale: i ragazzi sono pieni di desideri e devono educarsi prendendo buone abitudini e compiendo fatiche che comportano gioia (43). Attività buone che costino fatica e diano soddisfazione. La paideiva va conformata ai mezzi di cui ciascuno dispone. I più poveri venivano indirizzati all'agricoltura e al commercio:" ejpi; ta;" gewrgiva" kai; ta;" ejmporiva"" (44). Gli abbienti invece si dedicavano alla ginnastica, all’ ippica, alla caccia, e alla filosofia.  La cultura dello spirito equiparata alla ginnastica fa parte di quella concezione della paideia come gioco elevato espressa da Callicle nel Gorgia. Anche Senofonte vuole combinare equitazione ginnastica e caccia con l'amore per la cultura intellettuale. Pure il Protagora eponimo del dialogo platonico (326c) di Platone fa dipendere la durata dell'istruzione dai mezzi dei genitori. Per Platone invece tutta l'educazione superiore deve essere cosa di Stato. Isocrate non vuole eliminare le differenze economiche. Il difetto dell'educazione moderna è la mancanza di ogni pubblico controllo, sostiene. Una volta l' ajkosmiva, la condotta disordinata, veniva deferita all'Areopago che cominciava con l'ammonizione, poi passava alla minaccia, quindi alla punizione. Prima c’era lo qewrei'n, l’osservare, poi il nouqetei'n, l’ammonire, quindi l' ajpeilei'n, il minacciare, infine il kolavzein, il punire. L'Areopago insomma katei'ce, teneva a freno i cittadini con sorveglianza e punizioni. Allora la gioventù non sciupava il suo tempo a oziare in locali da gioco o con le flautiste. Ogni giovane si atteneva all'attività dove era stato posto e cercava di imitare gli uomini che vi primeggiavano. Nel comportamento con gli anziani i ragazzi osservavano le regole del rispetto e della cortesia. Isocrate ricorda il dittico a contrasto dell'antica e nuova paideia disegnato da Aristofane nelle Nuvole . I giovani non andavano nelle osterie, non facevano i buffoni: quei comici che ora chiamano ingegnosi allora li consideravano dei disgraziati:" ejkei'noi dustucei'" ejnovmizon tou;" skwvptein dunamevnou" ou}" nu'n eujfuei'" prosagoreuvousin"(49). Il concetto di aijdwv" era un retaggio dell'antica etica e della formazione nobiliare.

 

 

[3] Chirone, dikaiovtato" Kentauvrwn, il più giusto dei Centauri, "nodrì Achille" insegnandogli quella naturalezza e semplicità di costumi che è la quintessenza dell'educazione nobile. Il figlio di Peleo nell'Ifigenia in Aulide riconosce tale alta paideia all'uomo piissimo che l'ha allevato insegnandogli ad avere semplici i costumi:"ejgw; d j, ejn ajndro;" eujsebestavtou trafei;"-Ceivrwno", e[maqon tou;" trovpou" aJplou'" e[cein" (vv. 926-927).


Un omicidio e un puericidio. La morte degli operai e degli agricoltori sul lavoro.


 

Un titolo del quotidiano “la Repubblica”:

L’ira della moglie del ladro ucciso:

 “Noi rimasti soli, voglio giustizia”

Errata corrige secondo la giustizia verbale intanto: “un uomo armato che spara e uccide un uomo ladro in fuga è indagato per omicidio volontario”.

L’articolo sottostante ci fa sapere che “il paesino è tutto schierato dalla parte di Mollo”: Ha fatto bene a sparare ai ladri”

Inoltre leggo: “ma le indagini hanno accertato che ha sparato 13 colpi della sua pistola calibro 9”. (pagina 26)

Certamente il pistolero  dirà, o l’ha già detto, che non voleva uccidere. Questa secondo me è sempre un’aggravante. Chi uccide senza volere può rifarlo.

 

A pagina 27 un altro titolo da correggere

“Va a scuola in bici con il papà

investito sulla pista ciclabile

Torino, muore a sette anni”

Il bambino non è morto per una brutta malattia incurabile: è stato ucciso da un’ automobilista indagata per omicidio stradale. Per ora non è del tutto chiaro come è andata. L’investitrice si è fermata e questa è un’attenuante. Comunque l’indagine deve essere seria, anzi severa .

I femminicidi sono orrendi e vengono giustamente deprecati quasi ogni giorno mentre non vengono quasi mai denunciati come orribili altre morti causate dalla sete di vendetta, dalla violenza o dall’incuria.

A queste due tragedie aggiungo quella del giovane operaio morto mentre lavorava nel Colosseo. Questo ucciso dall’incuria altrui o propria.

Assistiamo a un’epidemia di morti sul lavoro.

Purtroppo ci stiamo abituando poiché mancano lo sdegno e l’esecrazione.

Pesaro 23 febbraio 2026 ore 16, 35 giovanni ghiselli

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Ifigenia CLXXXI. La Memoria quale madre delle Muse e della Paideia. Il criterio risolutivo della Giustizia.


La mattina seguente, quando mi alzai, vidi l’annuncio di una giornata orribile di fine novembre: il cielo buio e nebbioso aggravò la mia depressione. Avevo gli occhi gonfi, la testa intronata, la lingua inceppata. Mentre cercavo di deprecare ritualmente il male che vedevo fuori e sentivo dentro di me, telefonò Ifigenia e mi domandò come stessi. “Non bene”, risposi e le chiesi del tempo per potermi chiarire con lucidità che cosa pensassi della nostra situazione. Durante le quattro ore di scuola lavorai in qualche maniera continuando a rodermi il cuore e il cervello. Niente nella mia vita funzionava come avrei voluto, in quanto ero io a non funzionare bene.

Ogni giorno mi chiedo: “Come funziono oggi?”

Intendo nel lavoro, nello sport, negli affetti.

Quella mattina remota il sonno mi pesava al pari di un maiale sulla

 lingua e sulla memoria.

A scuola leggo il meno possibile e se non mi assiste Mnhmosuvnh, la madre delle Muse e dell’Oratoria, lo scrigno dell’intelligenza, faccio pena a me stesso e a quanti mi ascoltano. Pena e disgusto provo di fronte ai docenti e agli oratori che leggono tutto quello che dicono: niente estraggono dal loro cervello intontito  né dal cuore arido.

 Mentre parlavo con stento, sentivo che la testa mi pulsava come una ferita dove sembrava bussare il cuore stesso sradicato e travolto dal sangue che l’aveva trascinato dentro il cranio scombussolato dai colpi di un destino avverso.  

 

Quando fui uscito dal tetro liceo nell’aria ancora più cupa della città abbandonata dalla luce del sole, capivo che il problema tra noi non era tanto quello del ballerino quanto il fatto desolante che tra Ifigenia e me non c’era più niente in comune poiché la ragazza aveva perduto ogni interesse per la scuola dal momento che si era messa in testa di entrare nel mondo dello spettacolo attraverso qualsiasi porta, buco grande, o breve pertugio che fosse stata capace di aprire in qualunque maniera. Doveva avere pensato che Gennaro le aveva socchiuso un uscio stretto o uno spiraglio ancora troppo angusto. Doveva trovare un altro: uno più famoso e importante. Tale era diventata quella giovane donna ragazza purtroppo, una delle tante.

A me non restava che raccontare la nostra storia nel tanto tempo libero che l’insegnamento ginnasiale mi lasciava. Ifigenia avrebbe avuto un aedo della sua bellezza condannata a sfiorire presto dalla voracità di quel cormorano che è il tempo e dalla vanità  che  la induceva a mirare al bersaglio del successo ottenuto con ogni mezzo.

 La giovane donna fiorente sarebbe rimasta tale per sempre nelle mie pagine, come le tre finlandesi[1] di cui avrei raccontato la storia quale preludio a questo ultimo amore. Quelle erano donne studiose: due di loro- Kaisa e Päivi avevano fatto una buona carriera. Elena, l’ottima delle tre grazie, era uno qaumasto;n crh`ma : bella, buona e fine.

 Come mai non avevo funzionato per più di quattro settimane nemmeno con loro?

Forse perché io non avevo fatto altrettanta carriera come le ultime due, né ero bello e fine come la prima: Elena Augusta che aveva suscitato la mia meraviglia.

Dal cielo scendeva pioggia mista a neve. Mi consolai pensando che non era lontano il Dies natalis Solis invicti. Quanto alla carriera potevo ancora rifarmi.

 Ma ci voleva altro tempo. Intanto quello felice delle tre finlandesi era già passato da diversi anni. Però avrei raccontato e resuscitato anche quei tre mesi di vita bella.

 

Nel pomeriggio mi diedi a preparare le lezioni del giorno seguente, più l’italiano e la storia che il greco e il latino, ancora ai rudimenti.

 Cercavo comunque di innovare: insegnavo vocaboli chiave e stilemi contestualizzati in frasi belle di ottimi autori che colpissero, impressionassero la sfera emotiva degli scolari quattordicenni, ne suscitassero la meraviglia e si imprimessero nella memoria. Ricordavo come avevo scoperto la mia predisposizione per la letteratura greca una volta superata la fase dei tecnicismi già imparati.

La bellezza creata dagli ottimi autori serve alla vita: la potenzia.

Volevo l’attenzione di quei ragazzini. Sapevo che potevano aiutare me e loro stessi se provavano interesse per quanto raccontavo, che mi avrebbero curato l’anima ulcerata. Intanto mi aiutava il mio impegno per loro.

 

Dopo cena telefonai a Ifigenia. Ero in balia di contraddizioni dolorose e non trovavo il criterio atto a risolverle. Non sapevo nemmeno definirle con precisione. Però sentivo che mi dilaniavano il petto come canidi dai denti aguzzi e affamati. Ferite ignobili inflitte dalle bestie più brutte e cattive: iene, sciacalli, licaoni e altri animali del genere, il peggio della brutalità.

  Ci fu un dialogo non risolutivo tra noi: ripetevamo le solite parole già dette relative alla fedeltà, ai tradimenti, alle paure, ai ricordi, alle speranze.

Arzigogoli oziosi e inutili. Ne ho già scritto e non mi ripeto per non annoiarti, lettore e non sentirmi imbecille del tutto, il cretino integrale che annoia perché non si mette mai nei panni chi chi ha davanti.

Meditai e rimuginai tutta la notte.

A tratti davo spazio alla mia indole tragica e all’abito letterario indossato fin dall’infanzia. Allora citavo Shakespeare: “Ho l’anima piena di scorpioni”.

In altri momenti mi venivano in mente delle battute del nostro repertorio comico. Come il saluto mattutino quando prendevamo il primo caffè insieme in un bar.

“Buon giorno Lonzi”, faceva lei.

E io: “che cosa vuol dire?”

“Bellonzi. Ti chiamo così per non farmi capire da altri, mentre io ne godo. Anche tu vero?”

“Certo amatissima, ne gioisco, non tanto però quanto gioirò più tardi nel talamo dei nostri tripudi sacri, benedetti dai sacerdoti più santi, perfino dalle monache più caste”.

Quindi mi venivano in mente alcune battute del nostro repertorio goliardico-letterario: “il mondo, quando tu non ci sei, non è migliore di un grosso porcile, e casa mia diventa la caverna platonica”

“La mia dimora orba di te - rilanciava lei- mi appare più sporca e fetida delle stalle di Augia”.

Durante buona parte del giorno seguente continuai a dibattermi cercando la risoluzione che dovevo a lei e a me stesso per non impazzire.

Finché, sul far della sera, a un tratto dentro di me si accese la luce del criterio che mi avrebbe tirato fuori da quell’inferno.

Il criterio della Giustizia che altre volte in passato mi aveva salvato dalla disperazione: da quando, fin da bambino, guerreggiavo contro i soprusi di quanti volevano sottomettermi: parenti, preti, maestri, poi professori, presidi, colleghi, i falsi amici le amanti nemiche: perfide e sdolcinate o  furenti quanto la madre infanticida.

Mi dissi che quanto stavo facendo e dicendo a Ifgenia non era giusto, anzi era un’iniquità stupida, cattiva e meritevole dell’ira divina che non avrebbe tardato a punirmi.   Dio mi aveva illuminato, e mi avrebbe esaudito. Mi sentivo forte e felice. Erano le quattro del pomeriggio del 30 novembre 1980. Ifigenia quel giorno compiva ventisette anni. Il 14 io ne avevo compiuti 36.

Era tempo, era già tempo che mettessi la testa a posto.

Sollevai il telefono per darle la buona notizia, proprio evangelica.

Sentivo di amarla siccome mi rendeva migliore, come aveva fatto Helena la finlandesa augusta quando mi disse: “Io non sono materia” una sera di un agosto remoto.

 

Dissi senza preamboli: “Ciao, sono gianni. Ho deciso: ti amo e voglio restare con te, se è ancora possibile”

“Ne sei sicuro?” domandò con legittima diffidenza.

“Sì, non ho più alcun dubbio, li ho risolti tutti. Ho compreso che il tuo errore equivale al mio. Siamo pari. Non voglio fare a te quello che tu non hai fatto a me. Soffrendo ho capito e sono diventato meno stupido, meno immorale. Tu mi conosci e sai che quando affermo una cosa non la rinnego. Io ti amo: ti sono grato di avermi aiutato a comprendere quanto non capivo dai libri, non profondamente, nonostante tutte le citazioni mnemoniche. Voglio stare con te fino a quando tu mi vorrai.

“Sì, sento che sei convinto. Ne sono felice. Ti amo tanto anche io”.

“Questa sera andremo a cena sul monte delle formiche dove festeggeremo il tuo compleanno e faremo progetti per il nostro bene comune.

A proposito: ricordi che ho promesso di sposarti quando vorrai, appena avrai scalato quella salita in bicicletta? Poi andremo a fare il viaggio di nozze in Grecia; torneremo a Delfi a pregare, questa volta pedalando con ottima lena. Osserva bene la parte finale della strada che sale sul monte fatidico questa sera: gli ultimi due chilometri, dopo Ca’ Pippo sono i più duri, sopra il 10%, forse toccano il 13.  Analizza le difficoltà e renditi conto che puoi superarle: se ce la farai, ne trarremo gli auspici: non ti fermerà più nessuno sulla strada per quanto impervia dell’arte. Se vorrai, metterò la mia esperienza ciclistica a tua disposizione”.

“Bene-rispose con allegria- dalla nostra Volkswagen studierò la salita con attenzione e in primavera l’affronterò in bicicletta con la determinazione di salire fino al santuario. Tu mi seguirai, consiglierai e incoraggerai. Io arriverò in cima, entrerò nella chiesa, là ci darem la mano e, se vorrai, ci sposeremo.  Io ti dirò di sì. Poi il viaggio di nozze a Delfi e magari saliremo fino alle due cime del Parnaso”.

Dette queste parole, cambiò tono e aggiunse: “Gianni,  adesso però devo fare le mie solite cose: andrò a lezione di danza, poi mi laverò e mi farò bella per te. Voglio piacerti più che mai: mi pettinerò, profumerò, mi vestirò con cura speciale, tutta rivolta a te. Sarò pronta dalle sette. Vieni a prendermi. Mi mancherai tanto nel frattempo. Ora sono davvero tanto felice”.

“Anche io. Mi piaci moltissimo amore e mi piacerai sempre di più. Sento anche da qui, attraverso la tua voce, il profumo della tua carne e antivedo già il tuo stile di donna bella e fine. Ciao. A presto”.

“Alla voce odori?”

“Alla voce adoro”

E ci salutammo.

Non mi spiaceva che continuasse a frequentare le lezioni di danza. Dopo avere trovato il santo criterio della Giustizia, ero sicuro di me stesso e del nostro vicendevole amore.

Nell’attesa dell’apoteosi serale e notturna preparai una lezione sulla Giustizia per i miei scolari.

Raccolsi diverse citazioni.

Eccole:

“A se stesso prepara il male chi lo appronta a un altro, e il cattivo progetto è pessimo per chi lo ha progettato  (Esiodo, Opere e giorni, vv. 265-266).

 

“Prima o poi ma sempre arriva Giustizia” (Solone, Elegia alle Muse, v. 8).

 

Non c'è difesa per l'uomo che, proteso a sazietà di ricchezza, ha preso a calci il grande altare della Giustizia (Eschilo, Agamennone,  vv. 381-384).

 

“La colpa non rimane nascosta, ma invia una luce di bagliore sinistro” (Eschilo, Agamennone, vv. 387-390).

 

“Non sfugge alla pena l’ingiusto: è come il bronzo cattivo che sottoposto alla prova dei colpi diventa nero e si riempie di buchi; non raggiunge lo scopo sperato: è come un fanciullo che insegue un uccello che vola” (Eschilo, Agamennone, vv. 391-394).

 

“Rispetta l'altare della Giustizia,/e non disprezzarlo con piede ateo/guardando al lucro: infatti segue il castigo "(Eschilo, Eumenidi, 539-541).

 

“Non seminare nei solchi dell’ingiustizia per non raccogliere sette volte tanto” (Antico testamento, Siracide, 7).

 

“Bisogna guardarsi dal commettere ingiustizia, più che dal subirla, e si deve porre ogni cura non a parere, bensì a essere buoni” (Platone, Gorgia, 527b).

Ho voluto ricordare queste massime anche a te lettore, per il tuo bene.

 

Dopo avere recitato e illustrato queste belle sentenze con i loro autori, avrei ripetuto ai miei scolari  la declinazione della parola divkh. A voi la risparmio.

Avevo fatto quello che dovevo a me stesso, a Ifigenia e ai miei scolari.

L’amore per la mia donna era armonizzato con quello per il lavoro.

Avvertenza: il blog contiene una nota.

 

Pesaro  23 settembre 2026 ore 11, 30 giovanni ghiselli.

p. s.

Questa sera durante la mia conferenza su l’esemplarità strutturale della letteratura ricorderò a memoria alcune di queste massime sulla Giustizia.

Quando nel lavoro funzioniamo bene, troviamo nessi tra le attività che l’operare comporta. Le mie sono leggere o rileggere, osservare, pensare quindi scrivere e parlare. Questa mattina ho scritto. Mi hanno letto in molti: sono soddisfatto.

A mezzogiorno andrò in bici, in salita, quindi  mi nutrirò e riposerò un poco, dopo probabilmente scriverò dell’altro, poi una passeggiata a piedi nudi sulla spiaggia, nel sole, quindi una doccia, la vestizione per la Galleria degli Specchi dell’Hotel Museo Alexander dell’amico che mi ospita  e infine l’apoteosi della splendida conferenza che ho preparato per quanti verranno a sentirmi. Tutto questo mi piace.

 

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[1] Queste  storie di amori felici per un mese si trovano nel volume Tre amori a Debrecen in prestito nella biblioteca Ginzburg di Bologna