giovedì 3 settembre 2026

Euripide Ione diciannovesima parte (versi1209-1228.). Conclusione del racconto del Servo.

 

 

Creusa, l’assassina fortunosamente mancata del proprio figliolo, e Medea l’assassina sciaguratamente riuscita dei figli suoi e di Giasone

 

 

Quindi Ione oj manteuto;~ govno~ il figlio profetato dall’oracolo, toltosi il mantello,  balza sulla tavola e urla: “chi stava per uccidermi, segnalalo o vecchio: tuo è stato lo zelo e ho preso la coppa dalle tue mani  (1211-1212). E lo afferra.

Sicché il vecchio aio è costretto a confessare la temeraria macchinazione di Creusa- tovlma~ Kreouvsh~ mhcanav~ (1216).

 

Tali ardimenti vengono più di una volta attribuiti a donne.

Medea conferma la sentenza di morte nei confronti dei figli dicendo tolmhtevon tavd ' , Medea,  v. 1051, bisogna osare questo!

 

Quindi il figlio dell’Obliquo corre davanti ai magistrati e denuncia Creusa dicendo farmavkoisi qnh/vskomen (1221) stavo per morire avvelenato da una donna straniera della stirpe di Eretteo.

La straniera è la barbara Medea giunta a Coorinto, qui xevnh  è addirittura una principessa ateniese.

I capi di Delfi stabilirono non con un solo voto di scarto che la mia padrona venisse precipitata da una rupe w{risan petrorrifh` -qanei`n ejmh;n devspoinan ouj yhvfw/ mia`/ (1222- 1223) seguita a raccontare il servo.

 Causa della condanna è che la “straniera” aveva cercato di uccidere un uomo sacro to;n iJerovn (1224) nei locali del santuario. Un assassinio nella cattedrale dunque.

 Pensate alle bambine e ai bambini uccisi nelle scuole, negli ospedali, in casa loro nelle ultime guerre. Sacri sono i bambini dovunque si trovino e chi li uccide dovrà renderne conto prima o poi. Gli assassini e chi non li ha mai condannati.

 

Ora tutta la città cerca la la donna che ha sciaguratamente perseguito una via sciagurata. Giunta al tempio di Febo per avere dei figli ha perduto con i figli anche la vita (1228). Così termina il racconto del Servo.

 

Il desiderio dei figli talora si capovolge nell’uccisone degli stessi, effettuata da Medea, tentata senza successo da Creusa con Ione.

Tanto ambigui e mutevoli sono le aspirazioni umane.

Ultimamente due genitori si sono uccisi dopo avere ucciso la loro bambina disabile che avevano cercato invano di curare impiegando tutti i loro averi e le loro vite. Tanto complicati sono i sentimenti umani e tanto mistificati dalle ridicole e pur  ripugnanti menzogne della pubblicità che mostra famiglie felici quando comprano e usano questa o quella porcheria che se va bene è innocua ma certamente non può rendere felice nessuno.

 

Pesaro 3 settembre 2026 ore 11, 40 giovanni ghiselli

p. s.

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Ifigenia CXXIII. Lo specchio riflette un’immagine stilizzata, essenziale della mia persona. La fontana vivace. Le borse di studio.


 

Tornammo dentro. Dappertutto  una folla di giovani chiassosi e agitati.

Andai a guardarmi in uno specchio di un gabinetto come facevo nel tempo delle finniche, particolarmente nel 1972, l’anno di Kaisa, per compiacermi e rassicurarmi. Il mio viso era cambiato da allora:  magro molto, incavato, segnato dal tempo che trasforma, deforma o riforma, ed era  scabro come uno scoglio della barriera marina di Pesaro che deve sostenere gli assalti di onde talora furiose spinte dal una bora tremenda, o come la rupe nera di Capo Nord protesa sul mare freddo e scuro  che la flagella con onde spinte dai mostri furiosi  nel fondo buio.

 Così la vidi subito dopo essere stato rigettato da Päivi al pari della nostra creatura.

Tuttavia il mio aspetto non era stato troppo imbruttito dai segni impressi dal tempo. In qualche maniera avevo saputo compensare le perdite poiché non si può trovare la forza di continuare a vivere se non si trova nulla di buono in cambio del male. Lo dice l’Aiace di Sofocle prima di uccidersi.

Stavo diventando un’immagine lapidaria e stilizzata, una specie di icona vivente. Judith mi aveva detto che ci trovava il bello della consapevolezza. Mi osservavo per averne conferma. Non mi dispiacqui, anzi: lo scavato, lo sbrecciato, il caduto era del materiale superfluo che aggiungeva alcunché di troppo, di inutile all’essenziale. Sorrisi a me stesso pensando che le prove passate, gli agoni, pur dolorosi e faticosi assai, avevano contribuito a quel risultato che mi piaceva.

L’abbronzatura, coltivata con cura ogni giorno nella piscina o sul prato, spiccava sul mio vestito bianco, di lino, comprato tanti anni prima. Era liso ma pulito e mi stava bene: “sit bene conveniens et sine labe toga” [1], ricordai

Quindi mi venne in mente un breve passo di Erodoto nel logos egiziano.

 A proposito del fatto che gli Egiziani sono qeosebeve~ perissw`~ straordinariamente religiosi, lo storiografo scrive che  portano vesti di lino sempre lavate da poco curando questo in massimo grado “ei[mata de; livnea forevousi aijei; neovpluta, ejpithdeuovnte" tou`to mavlista. Storie, II, 37, 2). 

Ero compiaciuto di come portavo i miei anni: oramai trentacinque. Avevo tanti capelli,  nessuno bianco.

Aetatem bene gero-mi dissi- niger tamquam corvus". Avevo preso dalla zia Giulia che, ottantenne, era nigra nei capelli lei pure. Dicono che sia la componente etrusca: il ghenos del nonno materno Martelli di Borgo Sansepolcro, di madre fiorentina, neoetrusca anche lei.

La componente etrusca del resto comporta anche una certa dose di irrazionale quale si trova in Properzio di Assisi o in Santo Francesco, il poverello imitator Christi. Pure lui teneva il medesimo indumento per diversi anni.

Il poverello di Pesaro dunque era imitatore di un imitatore. Ero ancora giovane e dovevo completare la mia identità.

“A cinquanta sarò bellissimo”, mi dissi. Me lo aveva predetto nel ’68 Fiorella, la studentessa di Modena che allora amoreggiava con Danilo il quale la corresse: “sì se diventerà un bevitore vero!”

Io invece pensai che avrei dovuto continuare a correre, nuotare, abbronzarmi, a studiare con lena indefessa. E dopo tutto questo,  volevo arrivare a scrivere.

 “Ho l’età di Fassbinder e di Wenders. E’ l’ora, è quasi tardi: datti da fare! Well said old mole![2]”, mi dissi. Quindi versai qualche lacrima come il principe che si specchia  nel film  di Visconti. Ma le mie erano di gioia. Infine mi mossi.

 

 

 La fontana vivace.

Andai a salutare le amiche acquisite in quell’estate lontana. La tedesca Silvia e la napoletana Isabella. Conservo un caro, prezioso ricordo di entrambe pur dopo decine di anni.

La vita si avvalora di ricchezza vera con questi incontri. Non solo le amanti ma anche le amiche e gli amici. Si impara molto da loro, quanto e talora più che dai libri buoni, dai film, dagli spettacolo belli della natura. Del resto, si rischia di disimparare e regredire per l’opera nefasta dei tanti diseducatori: la pubblicità, la falsità, la volgarità di troppe parole ascoltate per forza o per sbaglio, di tanti latrati cretini, e di immagini sconce  viste dovunque.

Bisogna filtrare le percezioni dei sensi attraverso la mente che ha coltivato, esercitato, praticato lo spirito critico, cioè capace di giudicare.

Ringraziate le due amiche dunque, mi avviai verso la stanza numero quattro del secondo collegio, sempre la stessa dal 1966 molto lontano già allora.

Appena uscito dal portone però fui attirato ancora una volta dalla fontana vivace situata davanti alla facciata dell’Università di Debrecen.

Era illuminata con luci più variopinte del solito perché quella sera era solenne: la Debreceni Orvostudomány Egyetem dava l’addio o l’arrivederci agli studenti europei e asiatici ospiti del corso estivo.

Ci sarei tonato ancora tre volte, l’ultima nel 2011 in bicicletta da Bologna, pedalatore annoso con gli amici più cari di quell’era, oggi lontana anche quella.  

Gli zampilli che sprizzavano in alto mi parevano raggi che la terra riconoscente restituiva al cielo dopo averli assorbiti per tutto il dì  luminoso. Mentre osservavo la vasca che lanciava le gocce multicolori verso la luna e le stelle che il vento aveva scoperto sopra di me spingendo via la caligine, mi chiesi quale fosse il significato di quell’ultimo corso estivo nel luogo dove tanti anni prima avevo ritrovato la vita. Inoltre mi domandavo quale fosse il rapporto tra gli intensi amori mensili passati nelle estati trascorse in quella università e la relazione che avevo da quasi un anno oramai con la giovane collega del liceo bolognese. La borsa di sttudio più lunga.

Tutti gli incontri amorosi precedenti la storia con Ifigenia, anche quelli italiani poco significativi e quello della primavera di Praga bello ma soltanto settimanale, mi avevano indirizzato sulla strada dove avrei incontrato l’ultima amante, la più recente,  una via che, come tutte, aveva due direzioni: potevo percorrerla procedendo ancora, oppure camminare retrogrado fino a tornare sul trivio fatale dove avevo fatto la scelta sbagliata, quindi intraprendere altra strada cercando di progredire. Una via  sulla quale il mio benessere dipendesse soprattutto da me.

La luce degli zampilli variava dandomi qualche indizio. Le gocce che sprizzavano rosse significavano la passione rovente che c’era stata per nove mesi tra me e la bella, sensuale ragazza; le stille azzurre volevano dire la tensione e l’altezza dei miei progetti indirizzati al cielo;  le verdi la mia ostinata speranza che il nostro amore avrebbe rinnovato gli allori del tempo più bello per verdeggiare sempre, come l’alloro che mi avrebbe incoronato e laureato quale aedo di Debrecen e pesarese Omero.

La splendidissima Ifigenia era l’obiettivo più concreto e reale fra i diversi bersagli che avevo centrato nell’ultimo decennio della mia vita. Eppure nel mese ancora in corso la bella ragazza  mi aveva inflitto una pena quasi continua non mantenendo l’impegno preso di mandarmi una lettera con la chiara espressione dei sentimenti suoi. Questi non mi erano chiari per niente e offuscavano, ingarbugliavano pure i miei. E pena su pena si era posata e colpo e contraccolpo tornando a ricordare il caro maestro  di Alicarnasso.

Avvertenza: il blog contiene due note.

 

Pesaro 3 settembre 2026 ore 10, 07 giovanni ghiselli

p. s

La borsa si studio donata dal sole non arriva nemmeno alle 7 e mezzo  di sera oramai. A quell’ora, se ho lavorato bene creando almeno un po’di bellezza, mi premio con una passeggiata o una pedalata nel crepuscolo.

 Il cielo rosseggia al pari del vello d’oro  ornando il cielo a occidente. Niente è casuale. Ogni evento è causato e collegato con gli altri, passati e futuri come vedete leggendo le parole scritte da questo vostro osservatore della vita  amata sempre al di sopra di tutto.

 

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[1] Ovidio, Ars amatoria, I, 514.

[2] Ben detto, vecchia talpa (Shakespeare, Hamlet, I, 5).


Ifigenia CXXII. Judith e Peter: due belle persone. La profezia. La danza pirrica dei mongoli. Gudrun. Sul far della sera.


 

Continuavo a osservare la sala della festa finale, in particolare alcuni pupazzi da farsa fliacica che seguitavano a ingozzarsi, ruttare e gridare con bocca sgangherata. Situati davanti al cobo molti danno a vedere la loro parte peggiore. Sedute sul prato avevo visto altre persone. O ero io che gurdavo con occhi diversi.

Ero dispiaciuto per questa crapula che significava la rovina di tempi più belli, ma ero contento di non essere finito nel naufragio generale dell’Europa quale vedevo rappresentata in quel raduno di giovani   provenienti da quasi tutte le università del nostro continente.

 

Allora non avevo capito che difficilmente ci si salva da soli ed è quasi impossibile cavarsela in due con le difficoltà  raddoppiate.

 Quando nell’aria manca l’amore, questo non c’è per nessuno.

Si bene calculum ponas, naufragium ubique est[1]”, se fai bene i conti, il naufragio è dappertutto.

 

Mi confortai non poco parlando con una ragazza austriaca Jiudith: bruna, forse ebrea, intelligente, carina, educata.

 

Qualche sera prima era capitata con un ragazzo, Peter, il suo compagno,

nella sala dove studiavo e mi avevano domandato che cosa stessi leggendo.

Il libro e la lettura sono segni di riconoscimento, quasi le uniformi della nostra cittadinanza di studiosi. Noi non siamo borghesi né proletari né ariani, né semiti: siamo appunto studiosi. Magari anche sportivi.

 

“Faccio il gioco delle perle di vetro, Das Glasperlenspiel ” dissi.

 

  Invero stavo rivedendo la mia traduzione dell’Antigone di Sofocle che volevo pubblicare presto. Dissi anche questo. Si scusarono, ma li  invitai a restare se volevano sentire qualche parola non scherzosa ma detta sul serio sulla ragazza pienamente sororale, quella che poi nell’Edipo a Colono sarebbe diventata filiale con il padre cieco, quanto Cordelia con il lunatico re Lear.  I due giovani mostrarono un forte interesse. Mi piacquero.  Erano per lo meno due giovani educati e gentili. Gente del mio stampo, pensai. Infatti poi mi  parlarono di Musil, non genericamente come quelli che conoscono solo i titoli e credono sia sufficiente, anzi già una cosa grande. Grande cultura per costoro.

 

La sera della festa finale dunque, avendomi visto solo, mi invitarono al loro tavolo. Ho passato lunghi periodi della mia vita senza nessuno al mio fianco: dopo la morte delle zie e della mamma ho vissuto nella solitudine completa tutte le feste più solenni, siccome le mie amanti sposate in quei giorni decretavano l’embargo mio e la propria clausura con il marito guardiano. Quando  mi andava molto  bene, si rifugiavano nel garage per farmi una telefonata, oppure nel cesso. Ubi maior minor cessat appunto: suona bene.

Sentivo i lunghi gemiti dell’infelicità coniugale seguiti dal silenzio che aspettava la consolazione.

 

Visti tali matrimoni, non mi sono lamentato della solitudine natalizia e degli altri eremitaggi di tali feste penose, anzi me ne sono compiaciuto.

La visita e l’invito di quei due ragazzi mi fece piacere. La ragazza mi garbava assai.

Disse che in quella festa non sapeva che cosa fare: l’allegria dei più era forzata e il baccano impediva di dialogare. Noi due per farlo, dovevamo alzare la voce. Judith parlava con precisione e ascoltava con attenzione. Dava maggiore importanza a  quanto sentiva dire da me che alle parole sue, come fanno le persone intelligenti, fini, educate.

A un certo punto Peter si alzò per recarsi a salutare i suoi compagni viennesi.

 

La profeziai di Judith. La danza pirrica dei Mongoli.

 

Dopo qualche minuto di conversazione la giovane austriaca mi riempì di felicità e di speranza dicendo che avrei dovuto scrivere dei libri per educare tante più persone di quante potevano ascoltarmi. Aggiunse che stava imparando molte cose mentre parlavo con lei. Fin da quando mi aveva sentito parlare di Antigone con rara chiarezza e competenza qualche sera prima.

 La sera dell’ultima festa le raccontai in breve le mie storie d’amore collegate alla letteratura e alla vita: dalle due Helene a Ifigenia. Disse pure che se ne poteva trarre un film sceneggiato e interpretato da me. Risposi che scrivere mi sarebbe piaciuto, ma quanto a recitare me stesso, lo facevo già abbastanza vivendo.

“Comunque la tua fiducia nelle mie capacità mi rallegra e mi stimola”.

Ne sorrise al lume delle torce brandite da un gruppo di danzatori mongoli apparsi in costume sulla pista da ballo.

Smettemmo di parlare per osservare questa pirrica orientale.

 

Pensavo: “questa bella giovane mette in conto che  io scriva.  A quale destino dà voce  la ragazza? Forse è profetessa di Calliope la massima tra le Muse che ora sorge spingendomi a fare il dovuto? Lo farò, immagine santa,  poiché sono tuo.

La guardavo con simpatia e gratitudine. Sorrise di nuovo.

Intanto i Mongoli continuavano a danzare in modo guerresco. Non erano brutti nemmeno loro. Mi venne in mente Nureev, poi Ifigenia che

Aveva detto: “ il mondo è fatto di belli e di brutti , questa è la reale bipartizione gerarchica dell’umanità”. Non aveva tutti i torti. La assecondai citando Leopardi che si era identificato con Saffo e le faceva dire: “Alle sembianze il Padre, /alle amene sembianze eterno regno/diè nelle genti”. Allora Ifigenia affermò che essere belli è di fatto un vantaggio e noi due lo avevamo su tanti altri mortali.

Ribattei: “tu sì che sei bella, sei una bellezza. Io  non sono bello però mi piacciono molto le donne e ho imparato a comunicare questa mia disposizione. Se no, come facevo a trovarti? Comunque-aggiunsi- nella bellezza entrano e contano molto l’onestà, la cultura, lo stile oltre il viso espressivo e il corpo ben fatto”.

Mentre ricordavo queste parole la pirrica dei Mongoli finì e si spense ogni luce.

Et dilexerunt homines magis tenebras quam lucen; erant enim eorum mala opera”, dissi a Judith che replicò: “Qui autem facit veritatem, venit ad lucem ut manifestentur eius opera quia in deo sunt facta”.

Stavo per dirle “et tu et ego in Deo sumus facti”, e volevo anche  abbozzare una carezza,  ma in quel mentre tornò Peter e la invitò a ballare. Probabilmente ci aveva osservati dal tavolo degli Austriaci

 

Ero rimasto solo come sempre in questa mia vita mortale. Da Judith ero arrivato soltanto l’ultima sera. Tardi, come con tutte le altre, conoscenti,  amanti, colte e no. Nel senso di còlte, raccolte, e pure di cólte, educate.

Perché tardi son giunto. Ho sempre avuto delle sfasature nei tempi dell’amore.

Contai i miei Búcsú est: dieci. Mi sovvenni del tempo in cui sapevo sedurre le donne europèe. A Debrecen si sentiva davvero l’Europa, come notava Fulvio. Le donne delle varie università  portavano là nella puszta le Grazie e le Muse dell’Europa, la bellezza e la poesia, dolcissima coppia. Io volevo essere l’aedo di Debrecen. Fulvio mi aveva indicato questa meta.

Bevvi  un altro bicchiere da “l’Ongarese –Bottiglia[2]” che faceva pullulare i ricordi. Gli amori, gli amici. Se non trovavo più Ifigenia, restavano scarse presenze umane nella mia vita.

“L’Europa- pensai- sarà degradata, ma resta pur sempre l’erede della cultura dei Greci mediata all’Europa attraverso i Latini.

 Quando non bastava il mio inglese, con le finniche impiegavo il latino. Nel 1966 riusciì a rimettere in moto l’automobile, che non partiva e tossiva come Violetta traviata e malata. Quella sera lontana chiesi aiuto in latino a un magiaro di un villaggio dell’Ungheria profonda.

E poi: l’eroismo guerriero del poeta sovrano,  la giustizia di Esiodo, di Solone, di Eschilo, la pietà religiosa e umana di Sofocle, la mente che rende malato l’eroe del “sacrilego” Euripide,  la Paideia etica e politica di Platone, il momento opportuno di Isocrate, il piacere calcolato di Epicuro, la Provvidenza degli Stoici, il Nulla di troppo e il Conosci te stesso di Delfi l’ombelico del mondo. Nei Greci c’era in potenza già tutta l’Europa. Loro mi hanno insegnato ogni cosa: anche a piacere. Ai grandi autori europei  devo in gran parte perfino tutti i miei amori più belli, con le donne migliori. Non sarei sopravvissuto senza le lettere antiche”.

 

Cominciarono a cantare i vari gruppi divisi per nazioni. A turno. Ma non politicamente come si faceva noi tra il 68 e il 74. Cantavamo in coro Bella ciao e Bandiera rossa allora. Io credo nella bellezza, nell’arte e nell’amore, ma non senza politica. La presenza della polis è essenziale nella vita di un uomo che non sia un ciclope, un cannibale che mangia gli ospiti a pranzo e a cena.

Venne a parlare con me un’austriaca cui mi aveva segnalato Judith. Le aveva detto che mi piacciono Fassbinder e Wenders. Questa ragazza, Gudrun, una bionda, studiava cinema. Mi chiese se uscivo con lei a fare due passi. Fuori c’era odore di autunno, un’aria quasi fredda e un poco nebbiosa, Gudrun aveva diciannove anni. Pensai alla figlia finlandese perduta e alla possibile adozione di un’altra. L’aborto perpetrato da entrambi nell’autunno del 1974  mi aveva tolto la voglia di mettere al mondo una figlia. Rendere pregna una donna non è più il destino di chi ha perduto una bambina attesa dalla donna amata. Già facevo un poco da padre a Ifigenia,  sebbene avesse solo nove anni meno di me. Tornato a Bologna, avremmo amoreggiato e saremmo andati al cinema, a teatro, in bicicletta insieme. Avremmo parlato, l’avrei educata e lei avebbe educato me.

 

Parlammo un poco dei film Falso movimento e Le lacrime amare di Petra von Kant, poi  sorrisi alla ragazza bionda e mi scusai del fatto che volevo rientrare: sentivo freddo e rabbrividivo nella mia tunica leggera da sacerdote egizio, magari di Iside che Plutarco etimologizza con oi\da[3].

Un rimedio ai brividi di freddo poteva essere abbracciare quella fanciulla, stringermela al petto, ma non mi era sembrato il caso. Ogni cosa a suo tempo diceva la madre mia. Ifigenia, la mamma, la nonna già morta purtroppo, le zie, le “sorelle Materassi” secondo la madre mia che ne era un poco gelosa. Sarei tornato presto da loro. Le sentivo tutte dentro e sopra di me. Erano presenti, mischiate con l’odore del bosco di Debrecen e con le stelle luccicanti sopra gli alberi immensi che svettavano sulla nebbiolina autunnale.

Avvertenza: il blog contiene 3 note e il greco non traslitterato.

 

Pesaro  3 settembre 2026 ore 9, 31 giovanni ghiselli

 

p. s.

Vi raccomando questo capitolo. Mi piace molto.

Ieri sera ho visto il film del 1954 La finestra sul cortile di Hitchcock. Non lo rammentavo. Mi ha attirato l’aria antica delle donne e degli uomini paragonabili a quelli del tempo della mia infanzia che mi piace sempre ricordare. Quando passo dei mesi qui a Pesaro accentuo l’intonazione antica e autoctona della mia parlata. Lo faccio perché questa musica che allunga le vocali fa sì ch’io ritorni com’era. Sento parlare i miei amici d’infanzia già morti, poi nulla sul far della sera. Dedicato a Marisa Evangelisti,  Rodolfo Bellofiore e Stefano Baldi.

 

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Meno di 13 mila all’alba. I lettori sono calati in questi ultimi due giorni ma il mese di settembre basterà e avanzerà.

 

 

 

 



[1] Satyricon, 115.

[2] G. Parini, Il Giorno  (Il Mattino, vv. 81-82)

[3]  Più precisamente: il tempio  jIsei`on con il futuro ei[somai-saprò- poiché vi conosceremo to; o[n, l’essere (De Iside et Osiride 352).

Inoltre  \Isin kalou`si para; to; i{esqai met j ejpisthvmh~ kai; fevresqai, kivnhsin ou\san e[myucon kai; frovnimon

 (375c) la chiamano Iside  per il lanciarsi con sapere e da essere mosso in quanto ella consiste in un movimento animato e sapiente.

Lucio arriva a sognare Iside dopo avere preso su di sé la tragicità dell’esistere e avere raggiunto il culmine della disperazione.

 

 


mercoledì 2 settembre 2026

Ifigenia CXXI. La festa finale e la mente turbata. L’eterno ritorno dei ricordi. Uno sguardo addolorato sulla decadenza politica e umana.


 

Salìi sul tram e tornai nel collegio dove indossai il mio decennale vestito di lino bianco. Quindi andai alla festa conclusiva del corso.

Dalla scala che scende nella grande sala, lo spazioso centro dell’Università che per me era stata per anni l’ombelico del mondo, vidi quel mevgaron pieno di gente immersa in un’atmosfera satura di un’allegria nervosa e spiacevolmente chiassosa. Mi diedi a osservare i volti cercando qualche faccia bella come quella di Helena che mi era apparsa nel 1971, otto anni prima: grande mortalis aevi spatium.

   Vedevo, o forse , colto dal sonno, sognavo, visi stravolti di giovani ossessi e vecchi ubriachi. Alcuni ridevano con rabbia o urlavano beceramente, altri piangevano sommessamente, poi si asciugavano occhi, ciglia e guance con i tovaglioli inzuppandoli. Altri ancora divoravano torte dolci e salate con ingordigia smisurata, da cormorani.

Quanto mutati da quelli che cantavano lieti sull’erba ai raggi miti e silenti di Artemide casta! A quel prato rispondeva la finestra dove si affacciava Helena, la diva mia, aspettando il mio arrivo. Ci arrivavo di corsa, felice.

“Felìcita! Oh veramente Felìcita, Felicità” ricordavo[1]

 Da allora era passato già tanto tempo, una grossa porzione  della rapida vita  mortale. Eppue quel paradigma celeste fondato sull’esistente troneggiava ancora sull’anima mia. Ho superato gli ottantuno anni di vita e il numero delle amanti che mi ero prefissato da bambino quando ero curioso di come erano fatte le donne; comunque il momento più bello della mia vita è rimasto quando dopo la corsa nel grande bosco verso le dieci di una notte di luglio arrivai sotto la stanza di Helena e la vidi sulla finestra dove era affacciata mentre mi aspettava. Come mi vide sorrise di gioia.

Anche io la aspettavo. Da anni.

 

Ma torniamo alla festa dell’addio del 1979.

Sarei tornato altre volte a Debrecen dopo Helena poiché là imparavo più che altrove e funzionavo meglio che altrove.

Quella sera però seguitavano ad apparirmi immagini orrende, esagerate tanto che oggi non so se provenivano dalla mia mente inquieta e turbata o erano percepite dagli occhi aperti.

Notai un giovanotto grasso e pelato: la pancia straripava dalla camicia e si notava dalla cintola in giù. Le fauci erano enormi, dilatate dal vizio bestiale.

Inghiottiva pogácsok e cioccolatini senza pause. Quando non ce la fece più, lambì la bocca con lingua vibrante da serpente strapieno, ruttò e stramazzò sul tavolo con il grugno che eruttava di tutto.

“Ecco il mostruoso costituito da uomini retrocessi a bestie: gli eterni nemici della bellezza e della cultura, latori del caos. Come i Ciclopi, non conoscono leggi, non fanno vita politica, non si curano l’uno dell’altro.

Quando arrivai a Debrecen nel luglio del 1966 stavo per avviarmi su quella strada. Però ne sentivo talmente il dolore da capire che se non ritrovavo la mia via, la methodos del cammino giusto, sarei morto molto  peggio che di fame. Avevo bisogno di una mano per farcela. Me la diedero Fulvio, Danilo, Alfredo, Claudio, Luigino, tutto l’ambiente di allora e l’atmosfera del tempo seguente quando si diffusero la benevolenza, la solidarietà, l’educazione al rispetto. Non tutti loro la pensavano come me però nessuno mi ha fatto del male, anzi mi hanno fatto del bene.

E’ andata avanti così per cinque o sei anni. Nel ’71 Helena mi disse che amava l’umanità con amore umanistico. Ne fui incoraggiato: sentivo di fare parte dell’umanità e avevo intuito che l’amore umanistico della  signora finlandese bella e fine si sarebbe diretto sulla. mia umanità.

 

 La sera dell’ultima festa del 1968 Claudio ci rivolse una domanda retorica: “è finita Debrecen questa sera?”

 Rispondemmo in coro, con una formula coniata nel 1966: “macché finita : si sta bene a Debrecen, bisogna tornarci!”

“Sicché ci vedremo ancora qui alla festa della conoscenza il prossimo luglio, dopo undici mesi di esilio” fece Bruno.

Allora intervenne Silvano: “non dimentichiamoci di presentare in tempo la domanda per la borsa di studio”

“Sì” precisò Alfredo “ chiederemo lezioni di lingua e letteratura ungherese non senza vittu e aloggio”.

Poi guardava me reputato uno specialista e non solo perché stavo preparando la tesi sulla poesia ungherese del Novecento e avevo dato un esame di filologia ugrofinnica.

Vittu è parola finlandese che significava molto per noi maschi di allora. In latino, lingua nobile e antica è cunnus. In greco, lingua ancora più antica e  nobile è su`kon, come in italiano al postutto.

Nascita copula e morte: le tre grandi tappe della breve apparizione qui sulla terra di noi umani femmine e maschi. Siamo come le foglie.

Ci si riprometteva dunque di tornare per la terza volta, “anzi ogni estate –aggiunsi- prima che la Moira funesta di Morte crudele ci colga”.

Il giorno successivo alla festa del congedo, durante l’ultima colazione nella mensa già semivuota, Claudio diceva alle cameriere, tristi perché eravamo in partenza. “A vìszontlátásra jövore!”, arrivederci all’anno prossimo!

Quelle ragazze anziane ridevano contente e rispondevano: “A vìszontlátásra, szervusztók, csokolom fiúk! , arrivederci, ciao, un bacio ragazzi!

E Claudio, sempre nell’idioma magiaro che conosceva bene, diceva alla caposala, una sessantenne più o meno: “ciao ragazza, bel seno!”.

Lei sorrideva e camminava  più che mai pettoruta, tutta contenta.

Andò così fino al 1972, poi sempre meno cordialmente, simpaticamente, umanamente. Le stragi perpetrate per anni hanno raggiunto lo scopo voluto di renderci diffidenti, paurosi gli uni degli altri, ciascuno chiuso nel suo angusto, meschino e privato egoismo. Io non ne sono stato capace: ho continuato a vivere, studiare e lavorare per gli altri, per i figli degli altri.

Viviamo sempre più isolati, oppure come bestiame d’allevamento, racchiusi in recinti dove conduciamo una vita connotata e decisa da macchine manovrate da mostri. La tecnologia che dovrebbe essere solo un qualche sapere oggi è reputata  più della nostra umanità. Perfino per i bruti- uomini e bestie- proni al ventre c’è più riguardo che per le persone umane.

Chiedo aiuto agli autori classici che mi diedero conforto al dolore quando avevo ventanni, e ogni volta che di mattina e di pomeriggio li prendo in mano per studiarli, li prego: venite anche ora[2], aiutatemi ancora!

 

Avvertenza: il blog contiene 2 note.

 

Pesaro  2 settembre 2026 ore 17, 55 giovanni ghiselli 

p. s.

Tra poco andrò a mare, non immeritamente poiché ho scritto e sono stato letto con profitto mio e loro. In luglio potevo lavorare fino alle 19, 30 ma ora se aspetto quell’ora arrivo al mare che è buio. Così mi giustifico.

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[1] Da Gozzano, L’ipotesi, v. 18.

[2] Nota 1 Cfr. la preghiera ad Afrodite di Saffo “e[lqe moi kai; nu'n( 1D.,  v. 25),

 


Euripide Ione XVIII parte (versi1196-1208) La morte della colomba avvelenata crea sbigottimento nei convitati. L’animalismo odierno.


 

A un tratto piomba nel santuario un alato corteo di colombe- pthno;~ kw`mo~ peleiw`n (196-1197)- pevtomai volo- che abitano senza timore nel tempio dell’Obliquo, e come  il vino venne versato gli uccellimgettarono i becchi sulla bevanda e lo succhiavano dentro le gole coperte da belle piume. Tutte rimasero imnuni ma a quella che si era posata dove il vino era stato versato da Ione, subito il corpo dalle belle ali diede delle scosse in un delirio  forsennato e per giunta si diese a stridere in modo inaudito.  Si sbigottì tutta la compagnia dei convitati di fronte alle pene dell’uccello (1205- 1206)  che rantolando e lasciando cadere le unghie delle zampette rosse (1208) .

 

Questa attenzione alla morte della colomba fa parte della tendenza delle ultime tragedie di Euripide e Sofocle che pongono maggiore attenzione alla natura rispetto ai drammi precedenti. Si vede meglio nelle tragedie finali: le Baccanti e l’Edipo a Colono.

Oggi è di moda l’animalismo. La persona umana, con l’ajnqrwpivnh sofiva,  un poco alla volta perde la sua centralità poiché le guerre con i suoi massacri fino al genocidio minimizzato e pefino approvato da molti perde scivola in secondo piano. La vita di un bambino, di una donna, di un uomo oggi è valutata meno di quella di un cane e perfino di un pollo. I pulcini maltrattati suscitano maggiori proteste della bambine e dei bambini uccisi o lasciati morire.

Pesaro 2 settembre 2026 ore 17, 30 giovanni ghiselli

p. s.

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Ifigenia CXX - Un altro telegramma. La corsa verso l’ufficio postale. Un film di Sofia Coppola bella e fine.

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Nel pomeriggio andai a correre, poi a nuotare, quindi contai quante volte batteva il cuore mio in sessanta secondi: quarantotto. “Segno di buona salute” , pensai, non senza sorridere di contentezza. Il battito lento del cuore  evocava l’eroe della mia infanzia lontana, Fausto Coppi, che aveva una frequenza ancora più bassa della mia.

Se una donna della mia levatura mi avesse motivato e aiutato, se avesse acceso il mio animo,  avrei compiuto cose egregie anche io.

In altro campo ovviamente, poiché come ciclista ero diventato solo un ottimo cicloamatore. Il mio modello di campione ciclistico era già defunto. Più di defunto di Sofocle nonostante la differenza dei tempi tra i due.

 

Mentre tornavo dalla piscina, verso le sei, ed ero arrivato davanti alla porta del secondo collegio, mi venne incontro un messaggero sconosciuto, un a[gnwsto" a[ggelo"  che mi domandò se fossi gianni ghiselli e mi consegnò un telegramma. Lo presi e pensai: “vediamo se questo messo mi è stato inviato dal buon Dio o da qualche demone equivoco quanto la satanessa che mi sono sobbarcato”.

Era di Ifigenia. Diceva: “sono a Bologna. Telefonami questa sera alle nove. Ti amo tanto. Mi fido. Fidati. Ifigenia”.

 

Non avevo ancora smaltito del tutto l’emozione dubitosa delle due cartoline quando mi fu consegnato questo messaggio più preciso. Erano già passate le sei e un quarto: volevo rispondere, obbedire alla richiesta perentoria della bella donna, poi andare alla festa dell’addio per ricordare e abbellire dell’altro le tracce antiche di quei congedi lontani; sicché dovevo salire le scale di corsa, eppure attento a non inciampare, fare una doccia in  gran fretta ma  senza scivolare magari su una saponetta lasciata cadere da qualcuno, poi andare alla posta il più rapidamente possibile, siccome per avere la linea telefonica bisognava attendere molto e alle 10 iniziava la serata solenne all’Università mentre l’ufficio postale chiudeva. Volevo sentire Ifigenia, chiederle per quale arcana ragione non mi avesse mandato mai l’espresso più volte annunciato, e, se avesse risposto in maniera appena plausibile, le avrei detto che l’amavo anche più di prima della nostra separazione penosa.

Mi lanciai dunque a fare la doccia, mi lavai i capelli, poiché volevo essere al meglio, non tanto per la notte dei molti saluti , quanto per parlare con lei, pur solo al telefono, del tutto aniconico allora.

Mi resi dunque il più possibile attraente e seduttivo per Ifigenia senza che lei potesse vedermi.

 

Come feci nel gennaio del 1978 quando volli lavarmi e indossare le lenti a contatto prima di dare il bacio di addio alla carissima nonna Margherita morta il giorno prima. Erano le sette della mattina e la mamma mi aveva svegliato perché andassi a dare l’ultimo bacio alla madre sua. Dovevo fare presto: i becchini impazienti, insolenti, avevano fretta di chiudere la bara con il coperchio di legno e metallo, con i chiodi e le viti e con una fiamma bluastra per giunta. Pregai la mamma di trattenerli: mi lavai i denti, mi ficcai negli occhi le lenti di plastica, quindi scesi le scale di corsa e andai a baciare la nonna Margherita che da viva, quando mi vedeva con il volto sciupato dagli occhiali diceva: “gianni, non presentarti da me in questo stato: così perdi il meglio di te e non assomigli più al tuo nonnaccio che era un gran porcaccione, ci provava con tutte, fino alla serva domestica, ma era comunque un bell’ uomo alla tua età”.

 Li ricordo entrambi con affetto e gratitudine grandi. Ho preso molto di buono da ciascuno di loro. Dalla nonna l’intelligenza genialoide e la fedeltà alla terra, dal nonno gran parte dl’aspetto, il talento ciclistico, l’amore per il sole e le donne. Spesso il maschio prende la fisionomia e altro  dal nonno materno.

 

Dopo la doccia con shampoo dunque, con la testa ancora bagnata e gocciolante, per fortuna non come quella della Gorgone Medusa decapitata da Perseo , nel senso che non perdevo gocce di sangue o di veleno, uscìi dal collegio di corsa e passai sul ponte di legno che rispose ai miei balzi con lieto rumore. Avevo deciso di prendere il tram numero uno siccome con l’automobile, ritardata dai sensi vietati, ci sarebbe voluto più tempo. In Ungheria il trasporto pubblico funzionava benissimo ed era quasi gratuito.

Verso le sette il sole, già molto stanco del volo, declinava nel suo rifugio notturno e l’autunno aggrediva l’estate con violenza non dissimulata: le foglie non più illuminate, del tutto sbiadite e appassite, battute da un vento nordorientale già quasi freddo ,  rinforzato per giunta dal risucchio del tram, cadevano al suolo concludendo non senza rimpianto la loro stagione ancora più breve della nostra; le corolle dei fiori scoloriti si piegavano rabbrividendo fino a toccare la terra nera e resa mézza dalla guazza emanata dall’oscurità incombente, come una folla di schiavi si inchina nel fango davanti a un tiranno.

A me invece quella sera di autunno precoce non faceva piegare le ginocchia dell’anima. Presto avrei sentito la voce calda e amabile della mia donna, entro pochi giorni ne avrei rivisto il viso splendidamente abbronzato dal sole d’oro di Siracusa dorica e avrei accarezzato di nuovo la pelle liscia e profumata del suo corpo intero: le guance, le mani, le braccia, il collo, le cosce, il ventre suo benedetto. Avrei tratto nutrimento e salute dal suo seno ricco di vita , dalle labbra di lei saporite e luminose di gioventù, di estate, di sole. Finalmente avremmo fatto l’amore in casa mia, nel letto dei nostri tripudi gioiosi, innumerevoli volte. Chi avrebbe potuto contarle? Li avremmo mescolati e confusi perché nessun invidioso maligno potesse lanciarci il malocchio sapendo quanto eravamo capaci di amare. Più di Catullo e Lesbia.

Dopo l’amore avrei baciato la sua arteria femorale poi avremmoll parlato dei lunghi giorni trascorsi durante il mese passato da soli, dei nostri pensieri, delle nostre letture. Questo meditavo, illudendomi, durante il tragitto nel tram che traballava. Invero la giovane donna delle stagioni  passate, non l’avrei trovata mai più.

Entrai nella grande sala della posta centrale e chiesi la comunicazione con Bologna. Mentre aspettavo, osservavo le persone in attesa. Notai un’ospite del collegio universitario: una finlandese senza colore e svuotata di vita, anche lei, come i fiori e le foglie. Per contrasto crebbe il desiderio della donna mia bella, bruna e vivace, mediterranea e abbronzata come la donna resa eterna dalla musica di Bizet, la giovane amante e collega che nelle membra adunava la luce del sole e con il sorriso la riproponeva irraggiandone chi aveva il privilegio di starle vicino. Quel fortunato, quell’uomo felice, ero io.

Tali pensieri lieti mi aiutavano a passare il tempo mentre aspettavo il contatto vocale che avrebbe consentito una prima verifica.

All’ora della chiusura però la comunicazione non era giunta, sicché dovetti annullare la chiamata. Ne avrei fatta un’altra la mattina seguente. Uscìi dall’ufficio postale che era notte: il volgere delle settimane aveva già sottratto  quaranta minuti di luce alle belle giornate di giugno. Aspettavo il tram numero uno sotto l’insegna luminosa e circolare Hotel Aranybika.

Mi tornò in mente la sera antica quando lessi quelle lettere per la prima volta, nel luglio del 1966. Allora mi sentivo completamente solo e desolato nel mondo. Mi accompagnava soltanto la pena. Due anni prima avevo smarrito la mia identità di studioso e sportivo fiero di esserlo, e non riuscivo a ritrovarla né a trovarne un’altra. Per giunta mi sentivo sperduto in quel paese dall’idioma incomprensibile, in quella landa all’estremo confine del mondo civile quale credevo che fosse.

Eppure speravo che qualche cosa di buono potesse accadermi ancora siccome ero molto infelice e mi sentivo brutto assai, ma avevo coscienza di non essere  cattivo né scemo del tutto.

In qualche maniera pre-sentivo che in quella terra avrei fatto gli incontri della salvezza.  

L’amicizia di Fulvio e la trilogia amorosa con le finlandesi.

Tre storie iniziate con una ricerca, proseguite con un approccio, incoronate dalla felicità che me le fa ricordare come le più belle della mia vita e me le  ha fatte raccontare[1] come opere d’arte vissute: ciascuna dunque comprensiva di peripezia, riconoscimento, catastrofe  al pari di un dramma dalla trama complessa.

Nel tempo della terza, quello di Päivi, non avevo ancora compiuto i trenta anni e non ero abbastanza maturo per comprendere i movimenti profondi del divenire dell’anima umana.

Nel ’79  cui siamo arrivati avevo capito qualche cosa di più e mi avviavo a smettere di porre gli schemi miei sulle persone, sulla realtà multiforme e cangiante, a segnare la via della vita con lapidi prefabbricate e fissate malamente sulla via della mia vita. L’unica pietra sicura era quella del funus. Indeterminata nel tempo, però inevitabile.  A dire il vero nemmeno quel sasso  che possa distinguere  le mie dalle infinite ossa che la morte semina ovunque  è assicurato per me. Senza figli come sono, le mie ossa possono rimanere confuse con tante altre. Arrivato a 81anni e 9 mesi, non me ne importa più nulla.

Lascio le mie parole a quanti mi leggono. Queste sono il mio bene più prezioso cercato per tutta la vita. La mia roba vorrei che andasse ai poveri.

Ero contento di tornare in Italia. Quell’anno non dovevo dire addio  all’amore che saliva su un treno per sparire sine die nel gelo e nel buio dell’inverno iperboreo.

Sparita  ciascuna delle tre madri: due ragazze e una maritata, ogni volta cantavo malinconicamente
Sento già che il treno va,
sento giá che il treno va,
sento già che, insieme a te,
lontano va”. Ma non piangevo: capivo che era bene così.

Nell’agosto del 1979 andava meglio:  stavo per tornare in una città che mi piaceva, dove avevo un ruolo di educatore  che poteva  crescere ancora, dove avrei trovato una donna giovane e bella assai, pronta a fare l’amore con me diverse volte al giorno, e c’era  pure qualche sodale già messo alla prova dal volgersi di tante stagioni, in particolare un amico fraterno temprato e garantito come autentico: Fulvio da Parma.

 

 Pesaro 2  settembre  2026 ore 10, 38 giovanni ghiselli

p. s.

Di giorno fa ancora caldo, grazie a Dio, ma la sera dalle 9 nel cinema all’aperto di Rocca Costanza scende una guazza già quasi fredda. Ieri sera ho visto Priscilla di Sofia Coppola che da ragazza fece una parte nel Padrino, la figlia del boss protagonista e figlia del regista del film.

 Era bella e fine con capelli nerissimi e un naso pronunciato, mediterraneo e aristocratico. Il film racconta la storia dell’amore tra un cantante di successo, il prepotente nevrotico Elvis, e una ragazzina, poi ragazza, poi donna che finalmente se ne libera per vivere la propria vita, non quella di lui come pretendeva il marito padrone. Un messaggio femministico di marca ibseniana. Un film educativo per le ragazze. E per me

 

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[1] Nel romanzo Tre amori a Debrecen che si trova in prestito nella biblioteca Ginzburg di Bologna.