domenica 27 settembre 2026

Ifigenia CXXXVIII. "O cameretta che già fosti un porto".


 

 

Terminato questo pensiero, ero arrivato a recuperare l'automobile.

Più tardi in albergo mi preparai per l'incontro. Volevo piacerle. Mi

lavai,  mi sbarbai, mi vestii sotto e sopra con cura particolare.

Poi scesi dal portiere a chiedere la chiave della stanza dove

avrebbe dormito la signorina.

Avevo preso una seconda camera per non dare alle zie la certezza e la prova della nostra intimità. Si sarebbero  informate, quindi scagliate contro la “ragazzaccia”, dissoluta, sfacciata, povera di tutto tranne che di libidini inaudite, vergognose, infamanti.

 La stanza era  luminosa, con vista sui monti pallidi che, posti a oriente, la sera si tingono di rosa, come una donna che vuole incontrare l'amante.

Però la chiave non serrava bene la porta.

"Qui non si può fare l'amore con tranquillità-pensai-, brutto

segno".

Dopo l'ispezione andai a cenare, quindi partii per la stazione di

Trento. Durante il viaggio lungo una sessantina di chilometri, fantasticavo.

Immaginavo che dentro l'automobile, di fianco a me ci fosse una

bambina bella, bruna, vivace, simile a ifigenia e, in meglio,

anche a me.

La nostra creatura immaginaria mi domandava:

"Dove andiamo, gianni?"

"Alla stazione di Trento, cittina, incontro alla mamma", rispondevo.

"E' bella la mamma?"

"Sì, amore, molto. Tua madre è una donna straordinaria: la più bella e

intelligente del mondo".

"Più bella di me?", voleva sapere la bambina, con rivalità tipicamente

femminile.

"No tesoro", rispondevo con qualche imbarazzo, benché sia portato a

corteggiare le femmine umane di ogni età, condizione e razza,

poiché in tutte trovo qualcosa di interessante e degno di essere

indagato, come in me stesso.

 "Lei è la  migliore di tutte le donne; tu sei  la cittina più bella del mondo e la luce dei miei occhi".

Se avessi avuto una figlia l’avrei corteggiata in questa maniera. probabilmente è  per questo che Päivi o Dio, chiunque egli sia, non me l’ha data.

"Sì, ma a te chi piace di più?"

"Mi piacete entrambe", concludevo da gesuita, senza dire che

l’adulta mi  piaceva di più perché con lei facevo l'amore. E

perché  era ancora reale.

Così tenni occupato il cervello durante il viaggio da Moena a

Trento dove arrivai poco prima del treno. La mia donna ne scese con aria da attrice di successo. Era bella e sicura di sé. Quanto mutata da quella che era arrivata in ritardo un anno prima, da me che la disprezzavo!

Mi raccontò dei suoi progressi all'Antoniano e del suo ottimo

insegnante. "Ottimo ma non attraente-aggiunse subito-: ha la

pancia".

"Meno male", borbottai. Poi dissi che l'avevo pensata molto, nel

bene e nel male.

"Non pensarmi troppo-ribatté-soprattutto nel male, perché dopo

vengono fuori le scenate telefoniche come quella di ieri che

francamente mi ha turbata parecchio".

“Turbatae mentes entrambe le nostre”, pensai.

Non risposi: non volevo indagare sull'argomento con il rischio di

precipitare nell'angoscia scoscesa[1]; piuttosto bisognava fare l'amore

innumerevoli volte, fino allo sfinimento e magari allo svenimento.

Però compresi che la mia brutta telefonata era stata presa molto male.

Quando, verso mezzanotte, arrivammo alla Campagnola, salimmo

subito in camera mia e facemmo l'amore due volte; la seconda con

una certa fatica. Quindi   disse che aveva sonno e voleva andare a dormire.

"Va bene-bisbigliai-, vestiamoci. Ti accompagno". La seguii fino

alla porta della stanza assegnata a lei, senza aggiungere altro. La salutai e tornai nella mia cameretta che non era “un porto a le gravi tempeste mie diürne” [2]

Ricordato Petrarca per nobilitare la mia pena,
mi spogliai e mi infilai nel letto. Mi chiedevo quale fosse il

significato dell'accaduto. Mi tornò ancora in mente il nostro

rivederci dell'anno precedente, il primo marzo del 1980. L'incontro

alla stazione di Trento, il viaggio fino a Bologna, poi il sesso nel

mio grande letto. Due orgasmi pure quella sera, due miseri

orgasmi.

Allora con dolore e con pianto l’amante aveva notato che io non l'amavo

più: infatti nel marzo del '79 l'amore lo facevamo sei, otto volte, ed

erano altrettanti tripudi moltiplicati per due.

Ahi vani conti! Perché li facevo? Mi domanderete magari irritati.

Il fatto è che non c’era altro tra noi due: l’unica sostanza reale nel nostro amore era il sesso. Scemato per giunta.

"Adesso è lei che non mi ama-pensai-. Devo farglielo notare".

Saltai fuori dal letto, mi rivestii, e tornai in camera sua, di corsa,

per domandarle se il mio ragionamento filava. Sapevo bene che

non faceva una grinza.

Rispose che le due situazioni non erano uguali: l'anno

prima eravamo arrivati alle dieci di sera, a Bologna, dove

avevamo a disposizione una casa con talamo matrimoniale; lì a

Moena era quasi l'una, il giaciglio era singolo, un po’ cigolante, e noi

dovevamo stare attenti a non fare rumore per via delle zie onnipresenti,

 capaci di controllarci perfino lassù: bastava una

telefonata. Sapeva che Anna Maria,  la proprietaria dell’albergo era una nipote acquisita della zia Giulia.

Sofismi, calo, adulterazione della passione: she has lost her

passion 13

"Va bene" dissi, per niente convinto. "In effetti è tardi. Vado a

dormire. Ci vediamo domani".

Nel cuore sentivo che quella ragazza, bella, aspirante al successo,

era diventata una donna, e come tale non mi voleva più: non

aveva altra ragione che l'esame da attrice  per restare con me: non

tanto bello  né giovane quanto lei, né ricco, né famoso. Mi mancavano i

numeri per una femmina umana siffatta. Invece di dormire, mi inabissavo

nel naufragio della mia sorte. Non tenevo conto che i talenti miei erano più preziosi, rari e duraturi dei suoi. Che le sue brame miravano in basso, più in basso di me. Ora comprendo. C’è stato un tempo in cui mi addolorava non piacere alla feccia. Ne piangevo talora. Da qualche anno so che è naturale ed è giusto perché sono troppo diverso da loro e ne sono fiero.

 

Avvertenza: il blog contiene 2 note.

 

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Pesaro 27 settembre  2026 ore 22, 55  giovanni ghiselli.

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[1] Un’efficace allitterazione

[2]  “O cameretta che già fosti un porto
a le gravi tempeste mie diürne,
fonte se’ or di lagrime nocturne”

Petrarca, Canzoniere, CCXXXIV.


Introduzione alla storiografia ottava parte.


 

Si ereditano anche le colpe dai padri? Machiavelli suggerisce la mimesi dei Grandi della storia. Guicciardini invece nega l’opportunità di imitare necessariamente i Romani: il criterio è quello della discrezione.

 Le interpretazioni contrastive inducono il giovane a pensare.

Vite composite e variopinte. Proust. Plutarco: le Vite di  Demetrio Poliorcete e di Antonio. Luciano e la processione della Tuvch. Mussolini e il colonnello Aureliano Buendía di Márquez.

 

 

Un problema grande nell’uomo greco è quello della ereditarietà delle colpe dei padri. Sentiamone alcune espressioni: Eteocle nei Sette a Tebe di Eschilo non è personalmente colpevole ma deve pagare per :"la trasgressione antica/dalla rapida pena/che rimane fino alla terza generazione:/quando Laio faceva violenza/ad Apollo che diceva tre volte,/negli oracoli Pitici dell'ombelico/del mondo, di salvare la città/morendo senza prole;/ma quello vinto dalla sua dissennatezza/generò il destino per sé,/Edipo parricida,/quello che osò seminare/il sacro solco della madre, dal quale nacque/radice insanguinata,/e fu la pazzia a unire/gli sposi dementi"(vv.742-757).

 

Il Coro dell’Antigone deplora la catastrofe della ragazza con queste parole: "Avanzando verso l'estremità dell'audacia,/hai urtato , contro l'eccelso trono della Giustizia,/creatura, con grave caduta,/ del resto sconti una colpa del padre" (vv. 853-856).

 

Ora leggiamone un’interpretazione, a sua volta parecchio problematica, di Pasolini:“Uno dei temi più misteriosi del teatro tragico greco è la predestinazione dei figli a pagare le colpe dei padri. Non importa se i figli sono buoni, innocenti, pii: se i loro padri hanno peccato, essi devono essere puniti. E’ il coro-un coro democratico- che si dichiara depositario di tale verità: e la enuncia senza introdurla e senza illustrarla, tanto gli pare naturale”

Pasolini trova una ragione nella legge  della tragica predestinazione a ereditare le colpe: i giovani del 1975 sono figli di padri colpevoli, padri “che si son resi responsabili, prima, del fascismo, poi di un regime clerico-fascista, fintamente democratico, e, infine, hanno accettato la nuova forma del potere, il potere dei consumi, ultima delle rovine, rovina delle rovine”.

I figli dunque sono puniti. “Ma sono figli “puniti” per le nostre colpe, cioè per le colpe dei padri. E’ giusto? Era questa, in realtà, per un lettore moderno, la domanda senza risposta, del motivo dominante del teatro greco. Ebbene sì, è giusto. Il lettore moderno ha vissuto infatti un’esperienza che gli rende finalmente, e tragicamente, comprensibile l’affermazione-che pareva così ciecamente irrazionale e crudele-del coro democratico dell’antica Atene: che i figli cioè devono pagare le colpe dei padri. Infatti i figli che non si liberano delle colpe dei padri sono infelici: e non c’è segno più decisivo e imperdonabile di colpevolezza che l’infelicità”.

E le colpe dei padri? Esse sono la complicità col vecchio fascismo e l’accettazione del nuovo fascismo. Perché tali colpe?

“Perché c’è-ed eccoci al punto-un’idea conduttrice sinceramente o insinceramente comune a tutti: l’idea cioè che il male peggiore del mondo sia la povertà e che quindi la cultura delle classi povere deve essere sostituita con la cultura della classe dominante. In altre parole la nostra colpa di padri consisterebbe in questo: credere che la storia non sia e non possa essere che la storia borghese” [1].


Per quanto riguarda la storia greca, Erodoto attribuisce la caduta di Creso tra l’altro alla colpa del suo quinto antenato Gige che, dietro richiesta della regina uccise il re  di Lidia Candaule prendendo il suo posto. Gige non scontò la colpa ma la trasmise al discendente di quinta generazione. Un lungo percorso. I mulini degli dei msacinano lentamente.

 

 

Torniamo a Machiavelli, “il fondatore della politica moderna e profonda”[2] suggerisce la mimesi dei grandi: “debbe uno uomo prudente intrare sempre per vie battute da uomini grandi e quelli che sono stati eccellentissimi imitare” (Il Principe, VI).

 Anche Guicciardini ricava insegnamenti dalla storia e dagli storiografi: “Insegna molto bene Cornelio Tacito a chi vive sotto a’ tiranni el modo di vivere e governarsi prudentemente, così come insegna a’ tiranni e modi di fondare la tirannide”[3].

 Tuttavia in un altro dei Ricordi (110) nega l’opportunità di imitare i Romani antichi: “Quanto si ingannano coloro che a ogni parola allegano e Romani! Bisognerebbe avere una città condizionata come era la loro, e poi governarsi secondo quello essemplo: el quale a chi ha le qualità disproporzionate è tanto disproporzionato, quanto sarebbe volere che uno asino facessi il corso di uno cavallo”.

Il criterio deve essere quello della discrezione: “E’ grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente e, per dire così, per regola: perché quasi tutte hanno distinzione e eccezione per la varietà delle circostanze, le quali non si possono fermare con una medesima misura: e queste distinzione e eccezione non si truovano scritte in su’ libri, ma bisogna le insegni la discrezione”[4] .Questi giudizi contrastanti possono indurre il giovane a pensare criticamente e a giudicare (krivnein) secondo il proprio orientamento psicologico. 

 

Molte vite  sono composite, variopinte e contengono elementi contrastanti. Nel secondo volume della Recherche di Proust il pittore Elstir dice a Marcel:"Le vite che ammirate, le attitudini che giudicate nobili, non sono state predisposte dal padre di famiglia o dal precettore; sono state precedute da esordi ben diversi, hanno subito l'influsso del male o della banalità che regnavano intorno a loro. Rappresentano una lotta e una vittoria"[5].

 

In effetti le parti sostenute durante una pur breve esistenza di un uomo possono mutare o alternarsi.

 

Plutarco nota questa alternanza dell’umana sorte nella Prefazione alle Vite di Demetrio e Antonio.  Personaggi, entrambi compositi, comunque adatti piuttosto a fare da paradigmi negativi che positivi:  le loro grandi nature portavano grandi virtù, come grandi vizi: entrambi furono dediti alle passioni dell’amore e del vino, furono uomini di guerra, munifici, sontuosi, insomma uJbristaiv , eccessivi. Ebbero grandi successi alternati a grandi cadute  e chiusero in modo simile la loro vicenda terrena ( 1, 8). Più avanti, raccontando la Vita del Poliorcere, Plutarco aggiunge:”Sembra che non ci sia stato altro re cui la Fortuna abbia imposto rivolgimenti così grandi e improvvisi come a Demetrio, e che essa in altre vicende, non divenne altrettante volte piccola e di nuovo grande, né  umile da splendida , e poi di nuovo forte da misera . Perciò dicono pure che Demetrio nei più gravi sconvolgimenti apostrofasse la Fortuna con il verso di Eschilo: "Tu davvero mi rendi tronfio, tu  sembri bruciarmi [6]"  ( Vita di Demetrio, 35, 3-4).

 

Luciano[7]   paragona la nostra vita a una processione in costume guidata dalla Fortuna che attribuisce le parti  agli umani  e spesso  cambia maschere e ruoli di alcuni durante il corteo: " Pollavki" de; kai; dia; mevsh" th'" pomph'" metevbale ta; ejnivwn schvmata"[8]. 

Si può pensare alle alterne vicende di Mussolini: fu un maestro di scuola, un vagabondo, un demagogo, un dittatore e finì davanti al plotone di esecuzione, come certi personaggi di Márquez. Sentiamo l’incipit di Cent’anni di solitudine: “ Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio”[9].

 

Pesaro 27 febbraio 2026 ore 16, 43 giovanni ghiselli

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Arriverò a 5000 entro mezzanotte? Se non ho ereditato colpe non ancora espiate ci arriverò. Altrimenti espierò. Ora vado al mare a prendere gli ultimi raggi, cioè la benedizione dell’immagine visibile di Dio.

 



[1] P. P. Pasolini, Lettere luterane, I giovani infelici, pp. 5-12.

[2] Leopardi, Zibaldone, 1858.

[3] Ricordi, 18. La redazione definitiva dei Ricordi è del 1530.

[4] Ricordi, 6.

[5] M. Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore, p. 468.

[6]  (fr. 259 N. 2)

[7] 120 ca. d. C. 180 ca.

[8] Mevnippo" h] nekuomanteiva, 16.

[9] García Márquez, Cent’anni di solitudine, p. 9.