Allegorie e metafore nautiche
I travagli della città tormentata dalle lotte intestine sono raffigurati attraverso un'allegoria, quella della nave che ha un precedente nel fr. 7 D. di Archiloco.
Vediamo come viene rinnovata da Alceo (fr.326Lobel-Page):
"Non comprendo la rissa (stavsin) dei venti:
infatti un'onda rotola (ku'ma kulivndetai) da una parte,
un'altra dalla parte opposta, e noi in mezzo al mare
siamo trascinati con la nera nave
molto tribolati dalla grande tempesta;
infatti l'acqua della sentìna supera la base dell'albero maestro,
e la vela è già tutta trasparente,
e grandi strappi sono in essa,
e le sartie si allentano, e i timoni...". Strofe alcaiche.
L’allegoria della nave nella tempesta in diversi poeti
Possiamo provare a vedere qualche significato che"s'asconde/sotto il velame delli versi strani", spiegati come allegoria politica da Eraclito, non il presocratico, ma un autore, un allegorista stoico della prima età imperiale il quale li interpreta nell'ambito, appunto, dell'allegoresi stoica.
I venti in rissa saranno le fazioni in lotta, le onde, le schiere dei combattenti.
Così è sicuramente nei Sette a Tebe , di Eschilo: “boa'/ ga;r ku'ma cersai'on stratou' (v. 64), "grida infatti l'onda terrestre dell'esercito".
Nell’Antigone di Sofocle la tempesta marina sconvolge la nave della città.
All’inizio del primo episodio
entra in scena Creonte che esordisce con la tradizionale metafora marina: la città, dopo essere stata sballottata e fuorviata dai flutti, è tornata ad una navigazione diritta. Ma leggiamo le parole di Sofocle
"Signori, le sorti della città con sicurezza gli dei/dopo averle scosse attraverso grandi ondate, hanno raddrizzate di nuovo" (pollw'/ savlw/ seivsante~ w[rqwsan pavlin vv. 162-163). Ora che Laio, Edipo e i figli maschi di lui sono spariti, tutto il governo della regione è passato nelle sue mani per diritto ereditario.
La metafora viene utilizzata da Sofocle anche nell'Edipo re:"la città infatti, come anche tu stesso vedi, troppo/già fluttua (a[gan-h[dh saleuvei) e di sollevare il capo /dai gorghi del vortice insanguinato non è più capace" (vv. 22-24).
Anche Il cuore della Medea di Seneca fluttua ( cor fluctuatur, Medea, v. 943) non diversamente dal mare in tempesta combattuto da venti contrari.
L’immagine passa pure attraverso Teognide (Silloge , vv.668-682). Il poeta lamenta la propria povertà e la brutta situazione di Megara: rifiutano di vuotare la sentina e il mare sormonta entambe le fiancate. Hanno destituito un nocchiero valente (kubernhvthn me;n e[pausan.-ejsqlovn, Silloge, 675-676). Arraffano le ricchezze con violenza e l’ordine è morto (kovsmo~ d’ ajpovlwlen, v. 677). Comandano i mercanti e i malvagi stanno sopra ai buoni : forthgoi; d ja[rcousi, kakoi; d j ajgaqw'n kaquvperqen (v. 679). La tempesta marina è sconvolgimento morale e sociale.
Nelle Rane di Aristofane il Coro degli iniziati ai misteri ingiunge di tacere allontanarsi ai profani. Tra questi ci sono coloro che reggendo la città sconvolta dalla tempesta si fa corrompere dai doni: “th'~ povlew~ ceimazomevnh~ a[rcwn katadwrodokei'tai” (v. 361).
In effetti questo racconto metaforico è topos (luogo) letterario tra i più celebri della letteratura greca, e non è rimasto privo di echi nelle successive europee.
Passando alla letteratura latina, viene in mente la quattordicesima ode del primo libro di Orazio:" O navis, referent in mare te novi/ fluctus. O quid agis? fortiter occupa/portum...non tibi sunt integra lintea...Tu, nisi ventis/debes ludibrium, cave , o nave ti riporteranno in mare nuovi flutti! O che fai? raggiungi il porto senza esitare...hai le vele strappate...Tu stai attenta, se non vuoi diventare zimbello dei venti. E' interessante la definizione che dà Quintiliano dell'allegoria e l'interpretazione di questa:"Allegoria, quam inversionem interpretantur, aut aliud verbis aliud sensu ostendit aut etiam interim contrarium. Prius fit genus plerumque continuatis translationibus, ut.... segue la citazione delle parole riportate qui sopra fino a portum , quindi l'interpretazione:"totusque ille Horatii locus, quo navem pro re publica, fluctus et tempestates pro bellis civilibus, portum pro pace atque concordia dicit " (Institutio oratoria VIII, 6, 44), l'allegoria che interpretano come inversione o mostra una cosa con le parole un'altra con il significato generale o talora il contrario. Il primo genere avviene per lo più con metafore continuate...e tutto quel passo di Orazio nel quale egli intende come nave lo Stato, come flutti e tempeste le guerre civili, come porto la pace e la concordia.
Non possiamo certo non ricordare l'invettiva all'Italia del Purgatorio di Dante:"Ahi serva Italia, di dolore ostello,/nave senza nocchiere in gran tempesta,/non donna di province, ma bordello!(VI, 76-78).
E. R. Curtius in Letteratura europea e Medio Evo latino (pp.147-150), fornisce un ricco elenco di metafore nautiche in poeti che vanno da Virgilio a Edmund Spenser.
Nella difficoltà o nell'impossibilità della partecipazione politica dunque acquistano rilievo il vino e l'amore.
Fine excursus
Ma torniamo al poeta Alceo che santifica l'ebbrezza.
Alceo trova sempre un pretesto per bere. Vediamo il fr. 346 LP:
"Beviamo: perché aspettare le lucerne? il giorno è un dito (davktulo~ ajmevra);
tira giù le grandi coppe variopinte;
infatti il figlio di Zeus e di Semele diede agli uomini il vino
che fa scordare gli affanni (laqikavdeon[1]). Versa mescendo una e due parti
riempile fino all'orlo, e una coppa scacci
l'altra/". Asclepiadei maggiori.
Orazio si ricorderà dell'aggettivo che elogia il vino come portatore di oblio e di tutta questa situazione pur dandole una localizzazione italica, anzi campana in Ode II, 7, 21-22: "oblivioso levia Massico[2]/ciboria exple ", riempi le coppe levigate di Massico che fa dimenticare. E' questa l'ode dove c'è anche il motivo archilocheo dello scudo abbandonato:"relicta..parmula "(11).
Torno al frammento di Alceo citato sopra.
Il figlio di Zeus e Semele è Dioniso la cui religione, venne ostacolata al tempo di Omero, come si deduce da Iliade VI, 130-140, dove si dice che il dio perseguitato e "spaventato/si immerse nei flutti del mare". Poi però si diffuse, soprattutto tra le plebi, durante l'età dei tiranni i quali favorivano i culti che stornavano gli uomini dalla partecipazione alla vita politica. I riti orfico-dionisiaci, come quello di Bacco, di Demetra eleusinia e delle Erinni, inizialmente erano segreti e promettevano la resurrezione all'iniziato che avesse piamente assistito ai misteri. La grande considerazione del vino quale dono di Dioniso dunque fa parte di quella nuova cultura che Alceo esecrava, evidentemente non senza contraddizioni. Infatti la religione dell'aristocrazia era piuttosto la delfico-apollinea che prescriveva il "nulla di troppo" e il "conosci te stesso", in altre parole il contegno, il senso della misura e la lucida introspezione. Nietzsche identifica l’apollineo con il principium individuationis e la volontà di potenza.
Il freddo è un'occasione per bere il vino, ma anche il caldo: il fr.94 D è un quadro dell'estate:
"Bagna i polmoni con il vino (tevgge pleuvmona~ oi[nw/) infatti la stella si volge
la stagione è pesante, tutto è assetato per l'ardore.
Stride dalle foglie dolcemente la cicala
il cardo è in fiore (a[nqei kai; skovlumo~) : ora le donne sono luride al massimo (nu'n guvnaike~ miarwvtatai),
gli uomini consunti (levptoi d j a[ndre~), poiché Sirio dissecca la testa
e le ginocchia". Asclepiadei maggiori.
Questa descrizione ha un modello in Esiodo (Opere , vv.582-596) dal quale tra l'altro prende l'avvio una considerazione malevola della donna che traspare anche qui. Il poeta beota è il padre e il principe degli antifemministi greci. Egli, in entrambi i suoi poemi (Teogonia , vv.585 e sgg.; Opere , vv.57 e sgg.), racconta che Prometeo, in qualità di ladro ingannevole nei confronti di Zeus e di benefattore tecnologico, vero o presunto, verso i mortali, ha rubato il fuoco donandolo agli effimeri; allora il cosmizzatore del caos, sdegnato per l'inganno subìto e preoccupato per lo squilibrio che potrebbe derivarne, stabilisce di controbilanciare il vantaggio degli uomini con un malanno: la donna appunto, una "sciagura grande per i mortali"(Teogonia , v. 592). Tale creatura è simile ai fuchi, esperti solo di opere cattive (v.595); ella costituisce una multa inflitta al genere umano che prima evidentemente era costituito solo da maschi. Le femmine giovani e belle si fanno prendere in casa dagli uomini attraverso l'attrattiva e l'inganno dell'aspetto, siccome la fanciulla è sì un malanno , ma splendido ( kalo;n kakovn, v.585); gli uomini del resto si sobbarcano a quelle creature maligne per la ragione che esse sono pur sempre necessarie, se non altro come male minore, siccome quanti fuggono le nozze e le opere moleste delle donne (v.603), una volta giunti alla funesta vecchiaia, si trovano privi di chi li assista.
Ebbene in questo frammento di canto simposiaco, l'allievo ha superato il maestro, sia nell'antifemminismo, poiché Esiodo si limita a rilevare che le donne sono " maclovtatai", dissolute al massimo (Opere , 586), mentre l'aggettivo usato da Alceo (miarwvtatai) copre un'area semantica che va da lercio a esiziale e maledetto, sia come suggeritore di bevute, in quanto Alceo pone all'inizio il consiglio di bere, non alla fine della descrizione come fa il poeta delle Opere .
Quanto all'accoppiata cardo-caldo che scatenerebbe la lascivia femminile è interessante la testimonianza di Plinio il vecchio (Naturalis Historia , XXII, 86):"traditur scolymos...venerem stimulare in vino Hesiodo et Alcaeo testibus, qui florente ea cicadas acerrimi cantus esse et mulieres libidinis avidissimas virosque in coitum pigerrimos scripsere ", si dice che il cardo..stimola la potenza erotica (delle donna) nel vino, lo testimoniano Esiodo[3] e Alceo, i quali scrissero che, quando quello è in fiore, le cicale emettono canti acutissimi, le donne sono avidissime di sesso e gli uomini per niente interessati all'accoppiamento.
Traduciamo alcuni versi (582-589) delle Opere di Esiodo:
Quando il cardo fiorisce e la canora cicala
posata sull'albero spande l'acuta canzone
fitta sotto le ali, nella stagione dell'estate spossante
grassissime allora le capre, fiacchissimi gli uomini
sono, poiché la testa e le ginocchia Sirio dissecca,
e arida è la pelle per la vampa. Ebbene allora
ci sia l'ombra di una roccia e il vino di Biblia.
E' forse questa una delle ragioni dei successi stagionali di vitelloni vari e "zii patacca" felliniani i quali si risparmiano d'inverno per scatenarsi durante l'estate quando le donne diventano appunto avidissime di sesso, mentre i loro abituali compagni, i mariti, giungono alle vacanze stremati.
Nemmeno la mezza stagione è controindicata alle bevute, come leggiamo nel fr. 98 di Alceo:
"sentivo venire la primavera fiorita
mescete al più presto nel cratere del vino dolce!". Esametro eolico.
Collegato al simposio e al tema del vino, è quello dell'amore, piuttosto indirizzato ai ragazzi che alle donne: il fr.368LP è ambientato proprio in un convito:
"prego che qualcuno chiami il grazioso Menone
se debbo trarre godimento dal simposio".
Il fr.65 D. è una serenata davanti a una porta chiusa:
" Fammi entrare (devxai me), sono io che ti faccio la serenata, fammi entrare (devxai) , ti prego, ti prego!" (livssomai se, livssomai). Tetrametro giambico
Il raddoppiamento dei due verbi rende l'idea dell'insistenza e della pena dell'amante. D'altra parte il paraklausivquron, lamento davanti alla porta chiusa è destinato a divenire un fatto letterario che avrà largo seguito nella letteratura classica.
Excursus sul lamento davanti alla porta chiusa.
Ci sia concesso un breve excursus durante il quale ci limiteremo ad alcuni esempi latini. Partiamo dal Curculio di Plauto dove Fedromo, l'innamorato, supplica i chiavistelli:
"Pessŭli, heus pessuli, vos saluto lubens,
vos amo, vos volo, vos peto atque obsĕcro,
gerite amanti mihi morem, amoenissumi "(147-149), chiavistelli, oh chiavistelli, vi saluto di cuore. Vi amo, vi voglio, vi chiedo e vi prego, accontetate me che sono innamorato, carissimi. Quindi chiede loro di saltare e mandare fuori Planesia, la ragazza amata:
"sussilīte, obsecro, et mittite istanc foras "(151).
Questa è una parodia del lamento; Lucrezio nel De rerum natura ne smonta le ragioni dicendo che gli uomini ingannati dai sensi attribuiscono alle donne pregi che non hanno: "nigra melǐchrus est "la negra ha l'incarnato di miele, "immunda et fetida acōsmos "(IV, 1160), la lercia e puzzolente è trasandata, "parvula, pumilio, chariton mia, tota merum sal "(1162), la piccina, la nana, è una delle Grazie, vero granello di sale; "magna atque immanis cataplexis plenaque honoris "(1163), la mostruosamente grande è un incanto pieno di maestà[4] ; balba loqui non quit, traulizi[5], muta pudens est "(1164), la balbuziente che non sa parlare, cinguetta, la muta è pudica; at flagrans odiosa loquacula Lampadium fit "(1165), quella indemoniata, petulante, chiacchierona, diventa un chiarore di fiamma; "rhadinē[6] verost iam mortua tussi ", delicata è poi quella che crepa di tosse (1167); at tumida et mammosa Cerēs est ipsa ", invece la pocciona turgida è la stessa Cerere (1168); "labeosa philēma[7] ", la labbrona è un baciozzo.
Del resto anche se fosse bella come Venere dobbiamo evitare di soffrire per la mancanza di lei pensando:"nempe aliae quoque sunt; nempe hac sine viximus ante /nempe eadem facit et scimus facere omnia turpi/ et miseram taetris se suffit odoribus ipsa/ quam famulae longe fugitant furtimque cachinnant "(1173-1176), certamente ce ne sono anche altre, certamente prima siamo vissuti senza questa, certamente fa le medesime cose di una schifosa, e sappiamo che le fa, ed ella stessa si affumica da sola con odori ripugnanti, la disgraziata dalla quale le serve scappano lontane e sghignazzano di nascosto.
Ed ecco che viene notata con biasimo l'irrazionalità e la ridicolaggine del lamento davanti alla porta chiusa:"at lacrimans exclusus amator limina saepe/floribus et sertis operit postisque superbos/unguit amaracino et foribus miser oscula figit;/quem si, iam admissum, venientem offenderit aura/una modo, causas abeundi quaerat honestas "(1177-1181), ma l'amante chiuso fuori spesso piangendo copre la soglia di fiori e ghirlande e friziona gli stipiti superbi con la maggiorana e stampa baci sui battenti il disgraziato che, se fatto entrare, mentre si avvicina venisse investito da una sola zaffata, cercherebbe soltanto pretesti plausibili per andarsene via.
Alle nostre Veneri d'altra parte questo non sfugge"nec Veneres nostras hoc fallit "(1185), ecco perché tengono nascosti con tutte le forze i retroscena della loro vita agli uomini che vogliono trattenere stretti e che rimangano incatenati dall'amore " omnia summo opere hos vitae postscaenia celant/quos retinere volunt adstrictosque esse in amore "(1186-1187). Ma invano poiché con l'intelligenza si possono scoprire tutte le parti ridicole.
E' questa dunque una confutazione del paraklausivquron ; la quale però non si conclude con un'eccessiva malevolenza per la donna cui "si bello animost et non odiosa,vicissim/praetermittere et humanis concedere rebus "(1190-1191), se è di animo bello e non insopportabile potresti (possis, 1888) in cambio lasciar correre i difetti e indulgere alle debolezze umane.
Nel De rerum natura il lamento davanti alla porta chiusa fa parte di un discorso filosofico; in Orazio ha piuttosto le movenze di un topos letterario: il poeta comincia l'Ode III 10 mettendo in luce la crudeltà dell'amata che lo lascia fuori dalla porta:"Extremum Tanain si biberes, Lyce,/saevo nupta viro, me tamen asperas/porrectum ante foris obicere incolis/plorares Aquilonibus "(1-4), se tu Lice bevessi l'acqua del lontanissimo Tanai, sposata con un uomo feroce, tuttavia ti dispiacerebbe di lasciarmi davanti alla porta crudele esposto agli Aquiloni del paese. Gli ultimi due versi però aggiungono al lamento una minaccia:"Non hoc semper erit liminis aut aquae/caelestis patiens latus "(19-20) non sempre questo fianco sopporterà la tua soglia o l'acqua del cielo.
Vedremo che con una minaccia si chiude pure un "lamento" di Callimaco contenuto nell'Antalogia Palatina (V, 23): la bella sdegnosa si ricorderà con rammarico del suo rifiuto quando avrà i capelli bianchi.
Tornando ai latini e concludendo, Tibullo afferma di non soffrire i tetri freddi di una notte d'inverno né la pioggia che cade a scrosci"reseret modo Delia postes/et vocet ad digiti me taciturna sonum "(I, 2, 31-32) purché Delia apra la porta e silenziosa mi chiami con uno schiocco di dita.
Properzio si rivolge alla porta crudele chiedendole di aprirsi:"Ianua vel dominā penitus crudelior ipsā,/quid mihi tam duris clausa taces foribus?/cur numquam reserata meos admittis amores,/nescia furtivas reddere mota preces? "(I, 16, 17-21), porta molto più crudele della stessa tua padrona, perché non mi rispondi chiusa sui cardini duri? Perché non ti apri mai e non fai entrare il mio amore, e non sai muoverti a portarle le mie furtive preghiere?
Con questa digressione abbiamo mostrato qualche ampliamento e variazione di un verso del lirico arcaico.
Fine dell’excursus
Concludiamo Alceo con una affermazione di umanesimo che fa da ponte tra questo poeta e gli autori dell'età classica: il fr.112, 10 LP proclama:
"gli uomini infatti sono la torre che difende la città".
Una dichiarazione di fede nell'uomo ripresa da Sofocle il quale nell'Edipo re (vv. 56-57) mette in bocca al sacerdote, che implora l'aiuto del capo, queste parole:
" infatti nulla vale una torre né una nave
vuota di uomini che non abitano dentro"; parole sante, ripetute in Tucidide (VII,77) da Nicia, lo stratego maldisposto alla guerra, quando vuole incoraggiare la volontà di ritorno in patria dei soldati ateniesi in Sicilia:" gli uomini infatti costituiscono la città, non le mura né le navi vuote di uomini". La rispondenza dei testi è tale da escludere una coincidenza fortuita e costituisce un appoggio per la datazione bassa di questa tragedia (413-411) sostenuta da Carlo Diano.
Pesaro 27 febbraio 2026 ore 16, 17 giovanni ghiselli
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[1] Formato da lanqavnw e kh'do~.
[2] Vino famoso che prende il nome dal mons Massicus, in Campania.
[3] skovlumo~ t j ajnqei', Opere e giorni, v. 582.
[4] E’ la grande maestosa, la piccina è ognor vezzosa" echeggia Da Ponte nel "catalogo delle belle" di Don Giovanni , I, 5 )
[5] traulivzei, balbetta vezzosamente, come Alcibiade che pronunciava r invece dl l (Aristofane, Vespe, 44).
[6] rJadinhv, delicata.
[7] fivlhma, “bacio”.