domenica 27 settembre 2026

Alceo terza e ultima parte. Allegorie e metafore nautiche. Importanza del vino. Il lamento davanti alla porta chiusa.


 


   Allegorie e metafore nautiche

I travagli della città tormentata dalle lotte intestine sono raffigurati attraverso un'allegoria, quella della nave che ha un precedente nel fr. 7 D. di Archiloco.

Vediamo come  viene rinnovata da Alceo (fr.326Lobel-Page):

"Non comprendo la rissa (stavsin) dei venti:

 infatti un'onda rotola (ku'ma kulivndetai) da una parte,

un'altra dalla parte opposta, e noi in mezzo al mare

siamo trascinati con la nera nave

molto tribolati dalla grande tempesta;

infatti l'acqua della sentìna supera la base dell'albero maestro,

e la vela è già tutta trasparente,

e grandi strappi sono in essa,

e le sartie si allentano, e i timoni...". Strofe alcaiche.

 

L’allegoria della nave nella tempesta in diversi poeti

Possiamo provare a vedere qualche significato che"s'asconde/sotto il velame delli versi strani", spiegati come allegoria politica da Eraclito, non il presocratico, ma un autore, un allegorista stoico  della prima età imperiale il quale li interpreta nell'ambito, appunto,  dell'allegoresi stoica.

 I venti in rissa saranno le fazioni in lotta,  le onde, le schiere dei combattenti.

Così è sicuramente  nei  Sette a Tebe , di Eschilo: “boa'/ ga;r ku'ma cersai'on stratou' (v. 64), "grida infatti l'onda terrestre dell'esercito".

Nell’Antigone di Sofocle la tempesta marina sconvolge la nave della città.

  All’inizio del primo episodio 

entra in scena Creonte che esordisce con la tradizionale metafora marina: la città, dopo essere stata sballottata e fuorviata dai flutti, è tornata ad una navigazione diritta. Ma leggiamo le parole di Sofocle

"Signori, le sorti della città con sicurezza gli dei/dopo averle scosse attraverso grandi ondate,  hanno raddrizzate di nuovo" (pollw'/ savlw/ seivsante~ w[rqwsan pavlin vv. 162-163). Ora che Laio, Edipo e i figli maschi  di lui sono spariti, tutto il governo della regione è passato nelle sue mani per diritto ereditario.

 

 La metafora viene utilizzata da Sofocle anche nell'Edipo re:"la città infatti, come anche tu stesso vedi, troppo/già fluttua (a[gan-h[dh saleuvei) e di sollevare il capo /dai gorghi del vortice insanguinato non è più capace" (vv. 22-24).

 

Anche Il  cuore della Medea di Seneca fluttua (  cor fluctuatur, Medea, v. 943) non diversamente  dal mare in tempesta combattuto da venti contrari.

 

L’immagine passa pure attraverso Teognide (Silloge , vv.668-682). Il poeta lamenta la propria povertà e la brutta situazione di Megara: rifiutano di vuotare la sentina e il mare sormonta entambe le fiancate. Hanno destituito un nocchiero valente (kubernhvthn me;n e[pausan.-ejsqlovn, Silloge, 675-676). Arraffano le ricchezze con violenza e l’ordine è morto (kovsmo~ d’ ajpovlwlen, v. 677). Comandano i mercanti e i malvagi stanno sopra ai buoni : forthgoi; d  ja[rcousi, kakoi; d  j ajgaqw'n kaquvperqen (v. 679). La tempesta marina è sconvolgimento morale e sociale.

Nelle Rane  di Aristofane il Coro degli iniziati ai misteri ingiunge di tacere allontanarsi ai profani. Tra questi ci sono coloro che reggendo la città sconvolta dalla tempesta si fa corrompere dai doni: “th'~ povlew~ ceimazomevnh~ a[rcwn katadwrodokei'tai” (v. 361).

 In effetti questo racconto metaforico è topos (luogo) letterario tra i più celebri della letteratura greca, e non è rimasto privo di echi nelle successive europee.

 Passando alla letteratura latina, viene in mente la quattordicesima ode del primo libro di Orazio:" O navis, referent in mare te novi/ fluctus. O quid agis?  fortiter occupa/portum...non tibi sunt integra lintea...Tu, nisi ventis/debes ludibrium, cave , o nave ti riporteranno in mare nuovi flutti! O che fai? raggiungi il porto senza esitare...hai le vele strappate...Tu stai attenta, se non vuoi diventare zimbello dei venti. E' interessante la definizione che dà Quintiliano dell'allegoria e l'interpretazione di questa:"Allegoria, quam inversionem interpretantur, aut aliud verbis aliud sensu ostendit aut etiam interim contrarium. Prius fit genus plerumque continuatis translationibus, ut.... segue la citazione delle parole riportate qui sopra fino a portum , quindi l'interpretazione:"totusque ille Horatii locus, quo navem pro re publica, fluctus et tempestates pro bellis civilibus, portum pro pace atque concordia dicit " (Institutio oratoria VIII, 6, 44), l'allegoria che interpretano come inversione o mostra una cosa con le parole un'altra con il significato generale o talora il contrario. Il primo genere avviene per lo più con metafore continuate...e tutto quel passo di Orazio nel quale egli intende come nave lo Stato, come flutti e tempeste le guerre civili, come porto la pace e la concordia. 

 

 Non possiamo certo non ricordare l'invettiva all'Italia del Purgatorio  di Dante:"Ahi serva Italia, di dolore ostello,/nave senza nocchiere in gran tempesta,/non donna di province, ma bordello!(VI, 76-78).

 E. R. Curtius in Letteratura europea e Medio Evo latino (pp.147-150), fornisce un ricco elenco di metafore nautiche in poeti che vanno da Virgilio a Edmund Spenser.

 Nella difficoltà o nell'impossibilità della partecipazione politica dunque acquistano rilievo il vino e l'amore.

Fine excursus

 

Ma torniamo  al poeta Alceo che santifica l'ebbrezza.

Alceo trova sempre un pretesto per bere. Vediamo il fr. 346 LP:

"Beviamo: perché aspettare le lucerne? il giorno è un dito (davktulo~ ajmevra);

tira giù le grandi coppe variopinte;

infatti il figlio di Zeus e di Semele diede agli uomini il vino

che fa scordare gli affanni (laqikavdeon[1]). Versa mescendo una e due parti

 riempile fino all'orlo, e una coppa scacci

l'altra/". Asclepiadei maggiori.

 

Orazio si ricorderà dell'aggettivo che elogia il vino come portatore di oblio e di tutta questa situazione pur dandole una localizzazione italica, anzi campana in Ode  II, 7, 21-22: "oblivioso levia Massico[2]/ciboria exple ", riempi le coppe levigate di Massico che fa dimenticare.  E' questa l'ode dove c'è anche il motivo archilocheo dello scudo abbandonato:"relicta..parmula "(11).

 

Torno al frammento di Alceo citato sopra.

Il figlio di Zeus e Semele è Dioniso la cui religione, venne ostacolata al tempo di Omero, come si deduce da Iliade  VI, 130-140, dove si dice che il dio perseguitato e "spaventato/si immerse nei flutti del mare". Poi però si diffuse, soprattutto tra le plebi, durante l'età dei tiranni i quali favorivano i culti che stornavano gli uomini dalla partecipazione alla vita politica. I riti orfico-dionisiaci, come quello di Bacco, di Demetra eleusinia e delle Erinni, inizialmente erano segreti e promettevano la resurrezione all'iniziato che avesse piamente assistito ai misteri. La grande considerazione del vino quale dono di Dioniso dunque fa parte di quella nuova cultura che Alceo esecrava, evidentemente non senza contraddizioni. Infatti la religione dell'aristocrazia era piuttosto la delfico-apollinea che prescriveva il "nulla di troppo" e il "conosci te stesso", in altre parole il contegno, il senso della misura e la lucida introspezione. Nietzsche identifica l’apollineo con il principium individuationis e la volontà di potenza.


 

Il freddo è un'occasione per bere il vino, ma anche il caldo: il fr.94 D è un quadro dell'estate:

"Bagna i polmoni con il vino (tevgge pleuvmona~ oi[nw/) infatti la stella si volge

la stagione è pesante, tutto è assetato per l'ardore.

Stride dalle foglie dolcemente la cicala

il cardo è in fiore (a[nqei kai; skovlumo~) : ora le donne sono luride al massimo (nu'n guvnaike~ miarwvtatai),

gli uomini consunti (levptoi d j a[ndre~), poiché Sirio dissecca la testa

e le ginocchia". Asclepiadei maggiori.

 

 Questa descrizione ha un modello in Esiodo (Opere , vv.582-596) dal quale tra l'altro prende l'avvio una considerazione malevola della donna che traspare anche qui. Il poeta beota è il padre e il principe degli antifemministi greci. Egli, in entrambi i suoi poemi (Teogonia , vv.585 e sgg.; Opere , vv.57 e sgg.), racconta che Prometeo, in qualità di ladro ingannevole nei confronti di Zeus e di benefattore tecnologico, vero o presunto, verso i mortali, ha rubato il fuoco donandolo agli effimeri; allora  il cosmizzatore del caos, sdegnato per l'inganno subìto e preoccupato per lo squilibrio che potrebbe derivarne, stabilisce di controbilanciare il vantaggio degli uomini con un malanno: la donna appunto, una "sciagura grande per i mortali"(Teogonia , v. 592). Tale creatura è simile ai fuchi, esperti solo di opere cattive (v.595); ella costituisce una multa inflitta al genere umano che prima evidentemente era costituito solo da maschi. Le femmine giovani e belle si fanno prendere in casa dagli uomini attraverso l'attrattiva e l'inganno dell'aspetto, siccome la fanciulla è sì un malanno , ma splendido ( kalo;n kakovn, v.585); gli uomini del resto si sobbarcano a quelle creature maligne  per la ragione che esse sono pur sempre necessarie, se non altro come male minore, siccome quanti fuggono le nozze e le opere moleste delle donne (v.603), una volta giunti alla funesta vecchiaia, si trovano privi di chi li assista.

Ebbene in questo frammento di canto simposiaco, l'allievo ha superato il maestro, sia nell'antifemminismo, poiché Esiodo si limita a rilevare che le donne sono " maclovtatai", dissolute al massimo (Opere , 586), mentre l'aggettivo usato da Alceo (miarwvtatai) copre un'area semantica che va da lercio a esiziale e maledetto, sia come suggeritore di bevute, in quanto Alceo pone all'inizio il consiglio di bere, non alla fine della descrizione come fa il poeta delle Opere .

 

Quanto all'accoppiata cardo-caldo che scatenerebbe la lascivia femminile è interessante la testimonianza di Plinio il vecchio (Naturalis Historia , XXII, 86):"traditur scolymos...venerem stimulare in vino Hesiodo et Alcaeo testibus, qui florente ea cicadas acerrimi cantus esse et mulieres libidinis avidissimas virosque in coitum pigerrimos scripsere ", si dice che il cardo..stimola la potenza erotica (delle donna) nel vino, lo testimoniano Esiodo[3] e Alceo, i quali scrissero che, quando quello è in fiore, le cicale emettono canti acutissimi, le donne sono avidissime di sesso e gli uomini per niente interessati all'accoppiamento.

 

Traduciamo alcuni versi (582-589) delle Opere di Esiodo:

Quando il cardo fiorisce e la canora cicala

posata sull'albero spande l'acuta canzone

fitta sotto le ali, nella stagione dell'estate spossante

grassissime allora le capre, fiacchissimi gli uomini

sono, poiché la testa e le ginocchia Sirio dissecca,

e arida è la pelle per la vampa. Ebbene allora

ci sia l'ombra di una roccia e il vino di Biblia.

 

 E' forse questa una delle ragioni dei successi stagionali di vitelloni vari e "zii patacca" felliniani i quali si risparmiano d'inverno per scatenarsi durante l'estate quando le donne diventano appunto avidissime di sesso, mentre i loro abituali compagni, i mariti, giungono alle vacanze stremati.

 

Nemmeno la mezza stagione è controindicata alle bevute, come leggiamo nel fr. 98 di Alceo:

"sentivo venire la primavera fiorita

mescete al più presto nel cratere del vino dolce!". Esametro eolico.

 

Collegato al simposio e al tema del vino, è quello dell'amore, piuttosto indirizzato ai ragazzi che alle donne: il fr.368LP è ambientato proprio in un convito:

"prego che qualcuno chiami il grazioso Menone

se debbo trarre godimento dal simposio".

 

 Il fr.65 D. è una serenata davanti a una porta chiusa:

" Fammi entrare (devxai me), sono io che ti faccio la serenata, fammi entrare (devxai) , ti prego, ti prego!" (livssomai se, livssomai). Tetrametro giambico

Il  raddoppiamento dei due verbi rende l'idea dell'insistenza e della pena dell'amante. D'altra parte il paraklausivquron, lamento davanti alla porta chiusa è destinato a divenire un fatto letterario che avrà largo seguito nella letteratura classica.

 

Excursus sul lamento davanti alla porta chiusa.

 

 Ci sia concesso un breve excursus durante il quale ci  limiteremo ad alcuni esempi latini. Partiamo dal Curculio  di Plauto dove Fedromo, l'innamorato, supplica i chiavistelli:

"Pessŭli, heus pessuli, vos saluto lubens,

vos amo, vos volo, vos peto atque obsĕcro,

gerite amanti mihi morem, amoenissumi "(147-149), chiavistelli, oh chiavistelli, vi saluto di cuore. Vi amo, vi voglio, vi chiedo e vi prego, accontetate me che sono innamorato, carissimi. Quindi chiede loro di saltare e mandare fuori Planesia, la ragazza amata:

"sussilīte, obsecro, et mittite istanc foras "(151).

 

 Questa è una parodia del lamento; Lucrezio nel De rerum natura ne smonta le ragioni dicendo che gli uomini ingannati dai sensi attribuiscono alle donne pregi che non hanno: "nigra melǐchrus est "la negra ha l'incarnato di miele, "immunda et fetida acōsmos "(IV, 1160), la lercia e puzzolente è trasandata, "parvula, pumilio, chariton mia, tota merum sal  "(1162), la piccina, la nana, è una delle Grazie, vero granello di sale; "magna atque immanis cataplexis plenaque honoris "(1163), la mostruosamente grande è un incanto pieno di maestà[4] ; balba loqui non quit, traulizi[5], muta pudens est  "(1164), la balbuziente che non sa parlare, cinguetta, la muta è pudica; at flagrans odiosa loquacula Lampadium fit "(1165), quella indemoniata, petulante, chiacchierona, diventa un chiarore di fiamma; "rhadinē[6] verost iam mortua tussi ", delicata è poi quella che crepa di tosse (1167); at tumida et mammosa Cerēs est ipsa ", invece la pocciona turgida è la stessa Cerere (1168); "labeosa philēma[7] ", la labbrona è un baciozzo.

 Del resto anche se fosse bella come Venere dobbiamo evitare di soffrire per la mancanza di lei pensando:"nempe aliae quoque sunt; nempe hac sine viximus ante /nempe eadem facit et scimus facere omnia turpi/ et miseram taetris se suffit odoribus ipsa/ quam famulae longe fugitant furtimque cachinnant "(1173-1176), certamente ce ne sono anche altre, certamente prima siamo vissuti senza questa, certamente fa le medesime cose di una schifosa, e sappiamo che le fa, ed ella stessa si affumica da sola con odori ripugnanti, la disgraziata dalla quale le serve scappano lontane e sghignazzano di nascosto.

Ed ecco che viene notata con biasimo l'irrazionalità e la ridicolaggine del lamento davanti alla porta chiusa:"at lacrimans exclusus amator limina saepe/floribus et sertis operit postisque superbos/unguit amaracino et foribus miser oscula figit;/quem si, iam admissum, venientem offenderit aura/una modo, causas abeundi quaerat honestas "(1177-1181), ma l'amante chiuso fuori spesso piangendo copre la soglia di fiori e ghirlande e friziona gli stipiti superbi con la maggiorana e stampa baci sui battenti il disgraziato che, se fatto entrare, mentre si avvicina venisse investito da una sola zaffata, cercherebbe soltanto pretesti plausibili per andarsene via.

Alle nostre Veneri d'altra parte questo non sfugge"nec Veneres nostras hoc fallit "(1185), ecco perché tengono nascosti con tutte le forze i retroscena della loro vita agli uomini che vogliono trattenere stretti e che rimangano incatenati dall'amore " omnia summo opere hos vitae postscaenia celant/quos retinere volunt  adstrictosque esse in amore "(1186-1187). Ma invano poiché con l'intelligenza si possono scoprire tutte le parti ridicole.

 E' questa dunque una confutazione del paraklausivquron ; la quale però non si conclude con un'eccessiva malevolenza per la donna cui "si bello animost et non odiosa,vicissim/praetermittere et humanis concedere rebus "(1190-1191), se è di animo bello e non insopportabile potresti (possis, 1888) in cambio lasciar correre i difetti  e indulgere alle debolezze umane.

 

Nel De rerum natura  il lamento davanti alla porta chiusa fa parte di un discorso filosofico; in Orazio ha piuttosto le movenze di un topos letterario: il poeta comincia l'Ode III 10 mettendo in luce la crudeltà dell'amata che lo lascia fuori dalla porta:"Extremum Tanain si biberes, Lyce,/saevo nupta viro, me tamen asperas/porrectum ante foris obicere incolis/plorares Aquilonibus "(1-4), se tu Lice bevessi l'acqua del lontanissimo Tanai, sposata con un uomo feroce, tuttavia ti dispiacerebbe di lasciarmi davanti alla porta crudele esposto agli Aquiloni del paese. Gli ultimi due versi però aggiungono al lamento una minaccia:"Non hoc semper erit liminis aut aquae/caelestis patiens latus "(19-20) non sempre questo fianco sopporterà la tua soglia o l'acqua del cielo.

Vedremo che con una minaccia si chiude pure un "lamento" di Callimaco contenuto nell'Antalogia Palatina (V, 23): la bella sdegnosa si ricorderà con rammarico del suo rifiuto quando avrà i capelli bianchi.

Tornando ai latini e concludendo, Tibullo afferma di non soffrire i tetri freddi di una notte d'inverno né la pioggia che cade a scrosci"reseret modo Delia postes/et vocet ad digiti me taciturna sonum "(I, 2, 31-32) purché Delia apra la porta e silenziosa mi chiami con uno schiocco di dita.

Properzio si rivolge alla porta crudele chiedendole di aprirsi:"Ianua vel dominā penitus crudelior ipsā,/quid mihi tam duris clausa taces foribus?/cur numquam reserata meos admittis amores,/nescia furtivas reddere mota preces? "(I, 16, 17-21), porta molto più crudele della stessa tua padrona, perché non mi rispondi chiusa sui cardini duri? Perché non ti apri mai e non fai entrare il mio amore, e non sai muoverti a portarle le mie furtive preghiere?

 Con questa digressione abbiamo mostrato qualche ampliamento e variazione  di un verso del lirico arcaico. 

Fine dell’excursus

               

Concludiamo Alceo con una affermazione di umanesimo che fa da ponte tra questo poeta e gli autori dell'età classica: il fr.112, 10 LP proclama:

"gli uomini infatti sono la torre che difende la città".

 

 Una dichiarazione di fede nell'uomo ripresa da Sofocle il quale nell'Edipo re (vv. 56-57) mette in bocca al sacerdote, che implora l'aiuto del capo, queste parole:

" infatti nulla vale una torre né una nave

vuota di uomini che non abitano dentro"; parole sante, ripetute in Tucidide (VII,77) da Nicia, lo stratego maldisposto alla guerra, quando vuole incoraggiare la volontà di ritorno in patria dei soldati ateniesi in Sicilia:" gli uomini infatti costituiscono la città, non le mura né le navi vuote di uomini". La rispondenza dei testi è tale da escludere una coincidenza fortuita e costituisce un appoggio per la datazione bassa di questa tragedia (413-411)  sostenuta da Carlo Diano.

 

Pesaro 27 febbraio 2026 ore 16, 17 giovanni ghiselli

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[1] Formato da lanqavnw e kh'do~.

[2] Vino famoso che prende il nome dal mons Massicus, in Campania.

[3] skovlumo~   t  j ajnqei', Opere e giorni, v. 582.

[4] E’ la grande maestosa, la piccina è ognor vezzosa" echeggia Da Ponte nel "catalogo delle belle" di Don Giovanni , I, 5 )

[5] traulivzei, balbetta vezzosamente, come Alcibiade  che pronunciava r invece dl l (Aristofane, Vespe, 44).

[6] rJadinhv, delicata.

[7] fivlhma, “bacio”.


Ifigenia CXXXVII. “Perché tardi son giunto”. Mai troppo tardi del resto.


Tornai dal gommista: l'automobile non era pronta.

Per impiegare attivamente il tempo necessario, andai a camminare verso

Someda situata  sopra il rio San Pellegrino. Dall'altra parte del torrente

che scorre nel fondo della stretta convalle, sopra un’erta salita  c'è La

Campagnola e la strada del passo che porta a Belluno.

 Da bambino, appena potevo sfuggire alla zia Mina, camminavo per di

là, in direzione del valico. Prima passavo davanti a una cisterna

d'acqua che rumoreggiava. Fantasticavo che fosse un deposito di

armi degli austriaci, i nemici della mia patria, come mi

insegnava il maestro fascista di quinta elementare, invece di parlarmi di Mozart, di Musil, di Freud, o almeno dell’ amministrazione asburgica

nel Lombardo-Veneto. Giravo con un ramo in mano,

impugnandolo come un fucile, che tuttavia non bastava per

conquistare l'armeria sorvegliata da una decina di quegli odiosi

soldati in divisa bianca, nitidi ma feroci oppressori; allora pensavo di farla saltare con delle mine. Ma poi ci ripensavo, poiché ammazzare in maniera così vile, sebbene coloro fossero tanto perfidi e crudeli da imporporare di sangue italiano l’erba dei prati, mi ripugnava.

Allora proseguivo finché vedevo il fortino nemico sorgere sulla

strada che percorreva l’altro lato della convalle, quello di Someda appunto. Decidevo di minare quella fortezza mentre era deserta dato che il presidio era uscito per vessare  i pacifici abitanti del pese italiano.

Però dovevo superare il vuoto compreso tra le due pareti della

stretta gola. Scendevo a precipizio per il declivio tetro, tutto ombreggiato da fitti rami di abeti. Arrivato in fondo, guadavo il torrente saltando sui sassi emergenti dall'acqua gelida e cupa nel pomeriggio inoltrato di fine agosto, quindi risalivo su per l'altro pendio, più scosceso ma soleggiato poiché volto a occidente e privo di alberi. Però c'era l'erba alta, dove potevano

stare nascosti in agguato serpenti e scorpioni. Tutto questo mi

faceva paura, mi emozionava, salvandomi dalla noia della  continua

solitudine, mi spronava a ribellarmi alle zie che mi volevano terrorizzato,

debole, sottomesso a qualsiasi forma di autorità.

Quando arrivavo in alto, osservavo la valle di Fassa. Facevo

attenzione all'ombra del Sas da Ciamp che sovrasta la malga

Panna: appena aveva oscurato il prato di Sorte e la chiesa con il

cimitero, dovevo tornare di corsa, poiché la zia voleva vedermi

prima del tramonto, sennò telefonava al soccorso alpino che

rintracciava i bambini dispersi, e li salvava dalla morte per freddo

o per lupi, ma li picchiava anche, e con mano pesante. Ero stato

avvertito. Andavo comunque di fretta fino al fortino austriaco per

farlo saltare in aria e liberare intanto i Moenesi.

Quando lo vidi da vicino la prima volta, rimasi deluso: invece di

mitragliatrici e cannoni, nel prato antistante c'erano pacifici arnesi

da contadino, tanto sterco di mucca, e un cartello con la scritta

"Proprietà privata ". Ad ogni buon conto io lo minavo e fuggivo a

gambe levate finché la strada era piana. Poi ripercorrevo le due

pareti della convalle: una scivolando sull'erba, l'altra

inerpicandomi tra le ombre del bosco e della sera.

Arrivavo alla Campagnola che il sole era appena tramontato e la zia diceva:

"Dove sei stato fino a quest’ora tarda per conciarti in quella maniera? Quando ti metterai tranquillo come i bambini normali? Oramai le vacanze sono finite!

Non sei ancora sazio di correre, scalmanarti, azzardare? Non sei

mai stato prudente!".

Per fortuna non aspettava che rispondessi, ma continuava a

rimproverarmi per un pezzo; sicché non dovevo dirle la verità, né

una bugia. Quando si era placata, tornavamo a casa, in via

Damiano Chiesa 11. In agosto, alle sette di sera, dalle finestre del

tinello, se non c'erano nuvole, si vedeva ancora un poco di luce

solare che illuminava le rocce più alte. Era fredda e leggera, come se vi  fosse

stata dipinta, o cosparsa, quale polvere rosa. Più a lungo che

altrove resisteva sulla cima del Sassolungo, all’estremo nord del Catinaccio.

Osservare gli ultimi raggi raccolti dalle vette infreddolite, era

come fruire di un altro tramonto.

La luce trascolorante tardava a scomparire tutta, e, mentre

assumeva le tonalità più delicate, sembrava intenerire le aspre

pietraie dove i palpiti estremi del dì indugiavano come bambini

che non vogliono andare a dormire quale ero io in quel tempo, o come vecchi renitenti a morire quale sono diventato oggi.

 

Tali ricordi rimuginavo il 16 marzo del 1981 mentre camminavo

sopra il rio San Pellegrino.

 

Ero dunque salito fino a Someda il paesino posto sulla pendice del Pizmeda volta verso sud ovest.

Qualche ora più tardi sarei andato alla stazione di Trento, a

prendere ifigenia.

A un tratto mi aggredì il pensiero malato della verginità. Dovevo

respingerlo. Camminavo sulla strada stretta e sterrata che si affaccia sull’erto pendio che scende e termina sul Rio San Pellegrino. A un tratto mi fermai a osservare quel torrente che scorre circa un chilometro sotto. Notai un piccolo

ponte di legno che una volta non c'era. Vi giunsero alcuni bambini

che cominciarono a giocare: gettavano palle di neve e pezzi di

ghiaccio nell'acqua corrente che li trascinava verso l'Avisio.

 Li sentivo strillare ma non riuscivo a capire le parole.

Allora mi sorprese il ricordo del pomeriggio di un agosto remoto, verso la metà degli anni Cinquanta.

Mi trovavo sullo stesso sentiero, e pure allora osservavo dall'alto lo scorrere

eterno del rio San Pellegrino. Quand'ecco che sul greto vidi

arrivare un gruppetto di bambini della mia età che subito dopo si misero a giocare con l'acqua e con i sassi. Mentre li guardavo, mi

accorsi che uno di loro era Gianluca, un amico dell'anno

prima. Insieme eravamo scesi giù per diversi prati con una slitta di

legno, avevamo seguito le partite di bocce, e avevamo parlato

 dei nostri parenti  in un giorno di pioggia, riparati sotto un

castagno dalle foglie grandi, lucide, scure, simili a ombrelli. Mi

piaceva passare il tempo con lui. Quell'estate però, sebbene fosse

già la fine di agosto, non lo avevo ancora incontrato. Come lo vidi,

provai gioia. Cominciai a chiamarlo, ma non mi sentiva. Mi diedi

ad agitare le braccia, mentre gridavo il suo nome con tutta la mia

esile e acuta voce di bimbo. Ero troppo lontano, troppo in alto, e

Gianluca non guardava in su siccome era tutto  impegnato a giocare

con gli altri e con i ciottoli del greto.

Dopo  alcuni tentativi, fui certo che  di lì non potevo attirare la sua

attenzione; allora mi precipitai giù per il pendìo. Correvo, saltavo,


mi rotolavo: mi graffiai, mi sbucciai inciampando su un sasso perfido, aguzzo che tuttavia non mi ferì come sarebbe accaduto il 7 luglio scorso quando caddi su l’orlo lanceolato di un marciapiede che mi spezzò il femore destro.

 Volevo arrivare presto, il prima possibile entrambe le volte, ma il destino aveva progettato le due cadute in modi diversi.

 Da bambino, a Moena, desideravo tanto parlare con quell'unico amico, e conoscere gli altri. Ma quando fui giunto, non c'era più

nessuno. Mi trovai solo, a fissare il torrente che con la schiuma

lamentosa tormentava le pietre. Girai per tutta la zona, poi per

l'intero paese cercando quella  brigata lieta: invano. Ne fui addolorato: dovetti passare in solitudine anche quel pomeriggio e  gli altri che

rimanevano prima di tornare a Pesaro.

"Sono stato molto solo a Moena", pensavo il sei marzo del 1981

ricordando l'episodio antico. "In quelle estati lontane, tra questi

monti, si prefigurava la mia vita di adulto: da monachello e verginello a consumato gesuita curiale,  non proprio casto, anzi piuttosto libertino per fortuna".

Volli riprovare a percorrere quel pendio per avvicinarmi ai

bambini, per ascoltarli e raccogliere segni del volere divino

attraverso le loro voci. Voces puerorum dirigit deus, come fa con il volo degli uccelli.

 Mentre scendevo, continuavo a guardarli. Ebbene, quando fui a metà, i fanciulli andarono via di corsa.

Allora mi domandai: "Che cosa significa questo?"

"La mia tendenza a giungere tardi" risposi.

Mi vennero in mente alcuni versi di un poeta magiaro , Juhàsz

Gjula, morto suicida nel  1937:

"Perché tardi son giunto.

So già il peso della mia sorte,

la segreta tristezza e perché non v'è speranza,

perché è pallido l'arcobaleno sul cielo del mio destino

e presto viene la notte. Perché tardi son giunto...

Perciò nessun dizionario mi dà nuovi verbi

perché tardi son giunto.

Perciò non ebbi nella schiera delle fanciulle

un cuore a me devoto...Perché tardi son giunto"

Juhàsz si era ammazzato con il veronal, ci disse un professore a Debrecen, in quanto non era riuscito a rompere il cerchio della solitudine.

"Devo farlo anche io?" Mi domandai. "No", mi risposi.

"Dal mio arrivare tardi posso trarre un senso positivo. Significa, è vero,

restare solo, talora penosamente,  ma questo mi porta anche a riflettere

sul mio essere strano, sulle mie sofferenze, fino a farne mezzi di

crescita personale e di solidarietà umana. Se negli anni Cinquanta

a Moena non fossi stato tanto solo, non mi sarei abituato fino da


allora a indagare me stesso, ed ora non avrei coscienza di me: sarei un'altra

persona, e non credo migliore.

Più tardi, con le donne, il mio giungere tardi si è ripetuto.

Helena era incinta di un altro, Kaisa aveva già un figlio e un marito, Päivi abortì quando ero stato trasferito già quasi trentenne a Bologna e dovevo organizzare una vita nuova in ritardo, e  Ifigenia, se l'avessi

incontrata con qualche mese di anticipo, forse avrebbe cambiato la

mia vita da solitario saltabeccante tra giovani femmine umane ancora più irrequiete di me. Ifigenia aveva detto che quando mi vide la prima volta,

 le ero piaciuto assai, ma lei allora non ebbe il coraggio  di farsi avanti.

 Sicché iniziò con un altro, e anche per questo non mi

sono sentito in dovere di fermarmi con lei. Mi vergogno ad

ammetterlo ma è  così. D'altra parte, se avessi sposato lei o un’altra, non sarei

andato avanti su questa mia strada che mi porta a educare i giovani

con tutta la forza, parlando e scrivendo, siccome avrei dovuto

affrontare problemi pratici che mi avrebbero impegnato e affaticato senza alcuna creatività. Sono nato per una vita simile a quella dei gigli dei campi lilia agri quae non laborant neque nent. Sono al mondo per creare bellezza e verità in pro del bene comune.

Il  ritardare dunque, lo stare in solitudine a  studiare, riflettere,  fantasticare,  ricordare, sono parti essenziali del mio fato e del mio carattere: mi sono state

indispensabili per comprendere e valorizzare il meglio di me.

Perciò non suicidio, ma accettazione del destino, anzi amor fati dove è insita una giustizia profonda eppure perscrutabile.

Ifigenia, una delle  migliori della ghirlanda, con i

problemi di cui mi onera, mi fa scoprire nuovi burroni di

solitudine e di sofferenza, però mi apre anche sublimi varchi di

luce sopra la testa. Sono ancora inquieto poiché non ho trovato la mia posizione naturale e mi sento una tartaruga rovesciata ".

Concludo riconoscendo che anche la rottura del femore ora aggiustato è stata in qualche maniera provvidenziale siccome ho utilizzato la successiva lunga degenza  per approfondire i miei pensieri e pefezionare l’opera che leggete ogni giorno più bella.

 

Pesaro 27 settembre 2026 ore 12, 11 giovanni ghiselli

p. s

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