giovedì 25 giugno 2015

Metodologia per l'insegnamento del greco e del latino, parte XII


Le due u{brei" di Settembrini (La montagna incantata (e magica) di T. Mann). Ci sono anche due forme di e[ri~ (Esiodo) e di aijdwv~ (Ippolito di Euripide). I significati delle parole possono capovolgersi, e anche quelli dei personaggi della tragedia (Edipo), o della storia (Dario III): da re a farmakoiv.

Settembrini, l’ umanista “chiacchierone pieno di frasi”1 di La Montagna Incantata, il “loquace razionalista e umanista”2 distingue una u{bri~ buona da un'altra cattiva, e santifica quella di Prometeo in quanto essa è amica dell'umanità:" E che cos’era l’umanesimo? Era amore per l’umanità, nient’altro, e perciò era anche politica…Prometeo! Era stato lui il primo umanista, identico a quel Satana cui Carducci aveva dedicato il suo inno”3. Il “vecchio anticlericale bolognese”4 celebra Satana per il suo essersi ribellato a un despota oscurantista: “Salute, O Satana/ O ribellione,/O forza vindice/Della ragione!”5.
Ma l'"Hybris" della ragione contro le oscure potenze è altissima umanità, e se chiama su di sé la vendetta di dèi invidiosi...questa è sempre una rovina onorata. Anche l'azione di Prometeo era "Hybris" e il suo tormento sulla roccia scita noi lo consideriamo il martirio più santo. Ma come siamo invece di fronte all'altra "Hybris", a quella contraria alla ragione, all'"Hybris" della inimicizia contro la schiatta umana?"6.
Possono esserci dunque due u{brei~, come due e[ride~.
Esiodo nelle Opere e giorni distingue due diversi tipi di [eri": quella cattiva che fa crescere la guerra malvagia e la lotta (v. 14), e l'altra che, generata prima della sorella dalla Notte, Zeus pose alle radici della terra (v. 19), cioè alla base del progresso umano. Questa suole svegliare al lavoro anche l'ozioso. Allora il vasaio gareggia con il vasaio, l'artigiano con l'artigiano, il mendico con il mendico e l'aedo con l'aedo (vv. 24-26)7.

Nietzsche commenta la doppia [Eri~ di Esiodo con queste parole :" tutta l'antichità greca la pensa diversamente da noi circa l'astio e l'invidia e giudica come Esiodo, il quale designa come cattiva una sola Eris, quella cioè che trascina gli uomini gli uni contro gli altri in animose lotte distruttrici, e stima invece buona un'altra Eris, che, come gelosia, astio e invidia, sprona gli uomini all'azione, ma non all'azione della lotta distruttrice, bensì a quella del certame ( ...) Togliamo invece il certame della vita greca, subito ci affacceremo su quell'abisso preomerico che è il feroce stato selvaggio di odio e di voglia d'annientamento"8.

Aijdwv~ è considerato da Esiodo uno dei pilastri del vivere umano e civile: nelle Opere e giorni il poeta afferma che nell'ultima fase dell' empia età ferrea gli uomini nasceranno con le tempie bianche (poliokrovtafoi, v. 181), oltraggeranno i genitori che invecchiano, useranno il diritto del più forte, la giustizia starà nelle mani (divkh d j ejn cersiv , v. 192) e se ne andranno Cavri" , Gratitudine; Aijdwv" Pudore e Rispetto; Nevmesi" , lo Sdegno; quindi non vi sarà più scampo dal male "kakou' d j oujk e[ssetai ajlkhv" (v. 201).
Aijdwv~ è generalmente tradotto con ‘Pudore’ o ‘Senso di onore’, e Nevmesi~ con una frase goffa se pur esatta, ‘Giusta Indignazione’. La grande caratteristica di ambedue questi princìpi, come in genere dell’Onore, è che essi sono attivi solo quando l’uomo è libero: qualora non vi sia coercizione…Aijdwv~ è ciò che si prova per una azione commessa da noi. Nevmesi~ è ciò che si prova per l’azione commessa da un altro…Quando gli anziani di Troia guardano Elena, ‘Bene’ essi dicono, ‘se gli uomini combattono e muoiono per una donna come quella, ouj nevmesi~, nessuno può rimproverarli’ (G 157)”9.
Ma Fedra nell'Ippolito di Euripide attribuisce un doppio significato alla parola aijdwv~:"bisogna considerare questo:/il bene lo conosciamo e riconosciamo,/ma non lo costruiamo nella fatica (oujk ejkponou'men10: alcuni per infingardaggine (ajrgiva" u{po),/ alcuni anteponendogli qualche altro piacere./ E sono molti i piaceri della vita:/lunghe conversazioni, l'ozio, diletto cattivo, e l'irrisolutezza (scolhv, terpno;n kakovn,-aijdwv~ te) "(vv.379-385). Esistono dunque due forme di aijdwv~: “ dissai; d’ eisivn, h{ me;n ouj kakhv,-h{ d j a[cqo~ oi[kwn” (vv. 385-386), una non cattiva, l’altra invece dolore delle famiglie. Il ritegno buono, forse, è quello che trattiene dal fare il male, quello cattivo dal fare il bene. Ma, continua Fedra, se la circostanza dell’uno e dell’altro fosse chiara, non ci sarebbero queste due cose con le stesse lettere.
Non solo il significato delle parole può essere ribaltato, ma anche quello delle persone: nella tragedia il re si capovolge spesso in farmakov~ : nell’Edipo re di Sofocle, per esempio. E non solo nella tragedia: nelle Historiae Alexandri Magni di Curzio Rufo, il re Dario III, più volte sconfitto da Alessandro Magno, captivus servorum suorum in sordidum vehiculum imponitur (5, 12, 16), prigioniero dei suoi servi11, viene messo su una lurida carretta. Quindi i traditori lo incatenarono con ceppi d’oro “nova ludibria subinde excogitante fortuna ” 5, 12, 20, in quanto la fortuna trovava sempre nuove beffe. Chi sono questi farmakoiv?
“Noi diremmo ‘spaventapasseri’ o ‘Guy Fawkeses’12? La parola significa letteralmente ‘medicine umane’ ovvero ‘capri espiatori’”13.


Il significato della pudicitia viene capovolto dal malcostume dell’adulterio.
La pietas sovvertita o criticata. Plauto (Asinaria). Ovidio smaschera e ridicolizza il “pius” Enea denunciando il suo ruolo di seduttore.

Seneca nel De beneficiis scrive : “Numquid iam ullus adulterii pudor est, postquam eo ventum est, ut nulla virum habeat, nisi ut adulterum inritet? Argumentum est deformitatis pudicitia14” (III, 16, 3): c’è forse più un poco di vergogna dell’adulterio, dopo che si è arrivati al punto che nessuna donna ha il marito, se non per stimolare l’amante? La pudicizia è prova di bruttezza.
Il valore positivo della pudicitia è capovolto.
Il significato comune di alcune parole chiave è stato talora sovvertito, talora interpretato in maniera anomala.

Il sovvertimento può riguardare la pietas: lo fa, nell'Asinaria di Plauto, la lena Cleareta parlando con la figlia, la meretrix Filenia la quale non vuole più obbedire alla madre ruffiana, prostituendosi, poiché si è innamorata:"Hoccine est pietatem colere, matri imperium minuere?/An decorum est adversari meis te praeceptis? " (vv. 508-509), questo è praticare la devozione, scemare l'autorità materna? Oppure è bello che tu ti opponga alle mie regole? Pietas erga matrem dunque sarebbe che la ragazza si prostituisse.
Una reputazione consolidata di pietas può essere criticata, o derisa.
Come da Ovidio riguardo alla fama del pius Enea. "Tra gli amanti infedeli è menzionato Enea, che causò la morte di Didone; e tuttavia egli “famam pietatis habet “ (Ars III 39): giocosa polemica con Virgilio che aveva giustificato il suo pio eroe"15. Nel proemio dell'Eneide16 in effetti Virgilio domanda con meraviglia:"Musa, mihi causas memora, quo numine laeso,/quidve dolens regina deum tot volvere casus/insignem pietate virum, tot adire labores/impulerit. Tantaene animis caelestibus irae?" (vv, 8-11), o Musa, dimmi le ragioni, per quale offesa volontà divina, o di che cosa dolendosi la regina degli dèi abbia spinto un uomo insigne per la devozione a passare per tante peripezie, ad affrontare tante fatiche. Così grandi sono le ire nell'animo dei celesti?
Ebbene Ovidio trova la ragione delle grandi ire divine: dopo avere affermato che gli uomini ingannano spesso, più spesso delle tenere fanciulle (saepe viri fallunt, tenerae non saepe puellae, Ars, III, 31) il poeta aggiunge Enea al duetto dei seduttori perfidi, il fallax Iaso (Ars, III, 33) e Teseo17: "et famam pietatis habet, tamen hospes et ensem18/praebuit et causam mortis, Elissa, tuae" (Ars, III, 39-40), ha la nomèa di uomo pio, tuttavia da ospite ti offrì la spada e il motivo della morte tua, Elissa.
In A midsummer-night’s dream Hermia accoglie questa interpretazione di Enea e lo menziona come amante infido: “when the false Troyan under sail was seen” (I, 1), quando il Troiano falso fu visto alzare la vela.

Ovidio dunque smaschera Enea e il vate che lo celebra come antenato di Augusto.


Si possono smontare altri pezzi della pietas di Enea. I sacrifici umani e la ferocia del figlio di Venere. La barbarie di quanti praticavano i sacrifici umani: gli Etruschi, i Tirii, i loro coloni Cartaginesi, gli stessi Romani (la questione appenninica), i Celti, i Galli e i Britanni.

Durante la battaglia successiva alla morte di Pallante il duce troiano cattura dall'esercito di Turno otto giovani vivi: "viventis rapit inferias quos immolet umbris/captivoque rogi perfundat sanguine flammas"19, li cattura vivi, per sacrificarli come offerte infernali alle ombre e irrorare le fiamme del rogo con il sangue dei prigionieri. Vero è che a monte si trova il modello omerico20, ma Achille non è mai stato insignis pietate vir!
Un altro atto del “pio” Enea potrebbe entrare benissimo nella categoria dell'empio e del disumano: dopo avere abbattuto Tàrquito gli taglia la testa che stava supplicandolo, quindi gli dice che la madre non lo seppellirà:"alitibus linquēre feris aut gurgite mersum/unda feret piscesque impasti volnera lambent" (Eneide, X, 559-560), sarai abbandonato agli alati rapaci oppure l'onda ti porterà sommerso nel gorgo e i pesci digiuni leccheranno le tue ferite.

Tito Livio condanna l’uso del sacrificio dei prigionieri da parte degli Etruschi come barbarico e vergognoso: dopo un successo militare contro l'incauto console Fabio, i Tarquiniesi sacrificarono trecentos septem milites romanos, un supplizio brutale che rese ancora più notevole l'onta subita dal popolo romano21.
Anche Curzio Rufo22 dà un giudizio negativo sui sacrifici umani quando racconta che i Tirii, assediati da Alessandro Magno nel 332 a. C., pensarono di ripristinare questo uso desueto: “ sacrum quoque, quod equidem dis minime cordi esse crediderim…ut ingenuus puer Saturno immolaretur”, addirittura un atto sacrificale, del quale io sono propenso a credere che non possa essere per niente gradito agli dèi… cioè di sacrificare a Saturno un fanciullo nato libero. Un sacrilegium, verius quam sacrum (Historiae Alexandri Magni, 4, 3, 23) più che un sacrificio, di cui si dice che venne praticato dai Cartaginesi usque ad excidium urbis suae , fino alla distruzione della città, avvenuta nel 146 a. C. Se non si fossero opposti gli anziani di Tiro “humanitatem dira superstitio vicisset”, una terribile superstizione avrebbe vinto il senso di umanità.
Cartagine dunque, colonia di Tiro, praticò i sacrifici umani “Lo stesso rito repugnante del sacrificio umano rimase in vigore in Cartagine fin nel IV secolo”23(d. C).. Mentre Agatocle, tiranno di Siracusa, era in Africa (310-307) “fu fatta un’immane ecatombe espiatoria di fanciulli, cinquecento si dice, tra cui duecento delle famiglie più ragguardevoli, deponendoli l’un dopo l’altro, per farli precipitare tra le fiamme, sulle braccia protese della statua colossale d’un nume assetato di sangue che i Greci chiamavano Crono”24. (Diodoro, Biblioteca storica, XX, 14).
Tertulliano nell’Apologeticum25 ritorce contro i pagani le accuse che vengono rivolte ai cristiani scrive: “infantes penes Africam Saturno immolabantur palam usque ad proconsulatum Tiberii” (9, 2), in Africa si sacrificavano pubblicamente dei fanciulli a Saturno, fino al proconsolato di Tiberio. E commenta: si capisce come Saturno che non risparmiò i propri figli, abbia continuato a non risparmiare quelli degli altri.
Poi questo costume cadde in disuso: “Gli è che l’influsso irresistibile della civiltà greca aveva addolcito a grado a grado i costumi”26
In effetti a Roma i sacrifici umani furono praticati.
Titi Livio racconta che dopo Canne (216 a. C.) “ex fatalibus libris sacrificia aliquot extraordinaria facta; inter quae Gallus et Galla, Graecus et Graeca, in foro bovario sub terram vivi demissi sunt in locum saxo consaeptum, iam ante hostiis humanis, minime romano sacro, imbutum” (Storie, XXII, 57, 6), secondo i libri fatali vennero eseguti alcuni sacrifici straordinari: tra i quali un Gallo e una Galla, un Greco e una Greca, vennero sepolti vivi nel foro boario, in un luogo recintato da sassi, già prima insanguinato da vittime umane, con un rito però non romano. E’ una contraddizione con quanto detto sopra sugli Etruschi, ma “i fatti della storia non sono sillogismi”27
Mazzarino ne ricava una concezione cisappenninica della vera Italia cui consegue l’idea della exterminatio dei due popoli transappenninici: Galli e Greci.
Appiano28 nell’Annibalica (8, 34) introduce il suo racconto della battaglia del Trasimeno e sostiene che la vera Italia è quella tirrenica, mentre quella adriatica e ionica è terra di Galli e di Greci. Nello stesso anno 216 del resto i decemviri sacris faciundis ricavarono dai libri sibillini l’ordine di mandare a Delfi Fabio Pittore. Un’altra contraddizione.
C’era comunque fino a Canne una questione appenninica: gli antichi intuivano il contrasto fra l’economia padana ed economia appenninica.
Cesare spiega con un chiasmo che i sacrifici umani vengono praticati dai Galli poiché pensano che non si possa placare la maestà dei numi immortali “pro vita hominis nisi hominis vita reddatur “(De bello gallico, 6, 16, 2), se per la vita di un uomo non si paga la vita di un uomo.
Tacito ricorda che i Britanni facevano sacrifici umani: quando venne conquistata da Svetonio Paolino29 l’isola di Mona (vicina al Galles) vennero abbattuti i boschi, sacri alle loro feroci superstizioni: excisique luci saevis superstitionibus sacri: nam cruore captivo adolēre aras et hominum fibris consulere deos fas habebant” (Annales, XIV, 30), infatti i Britanni consideravano cosa santa far fumare gli altari col sangue dei prigionieri e consultare gli dèi con le viscere degli uomini.


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1 T. Mann, La Montagna incantata , vol. II, p. 148.
2 T. Mann, Introduzione alla “Montagna incantata” , in T. Mann, Nobiltà dello spirito e altri saggi, p. 1517.
3 T. Mann, La montagna magica, p. 231
4 Ibidem, p. 231.
5 A Satana, vv. 97-100.
6T. Mann, La Montagna incantata , vol. II, p. 18.
7 “Oh quanto è sottile e invisibile quasi la differenza che passa fra il seme delle nostre virtù e dei nostri vizi!” ( Vittorio Alfieri, Vita, 1, 5) .
8Certame Omerico, in Verità e menzogna e altri scritti giovanili , p. 117 e 120.
9 G. Murray, Le origini dell’Epica greca, p. 111.
10 Il bene, topicamente, costa povno" , fatica.
11 I satrapi felloni Besso e Nabarzane. Siamo nel luglio del 330 a. C.
12 Fantocci di Guy Fawkes che .vengono bruciati in Inghilerra la notte del 5 novembre.
Ricordano il terrorista cattolico che nel 1605 organizzò la cosiddetta Congiura delle polveri per far saltare in aria il Parlamento con il re Giacomo I. Scoperto, venne giustiziato.
13 G. Murray, Le origini dell’epica greca, p. 24.
14 Si ricordi l’irrisorio “casta est quam nemo rogavit” di Ovidio (Amores, I, 8, 44), è casta quella cui nessuno ha fatto proposte.
15 A. La Penna, Fra teatro, poesia e politica romana , p. 189.
16 Scritta fra il 29 e il 19 a. C.
17 Tanto perfido questo che, se fosse dipeso da lui, Arianna avrebbe nutrito gli uccelli marini (Ars, III, 35-36). La Fedra di Seneca entrando in scena, afferma che la fedeltà di Teseo è quella di sempre: “stupra et illicitos toros/Acheronte in imo quaerit Hippolyti pater” ( Fedra, vv. 97-98), cerca adulterii e letti illegittimi il padre di Ippolito in fondo all’Acheronte. Interessante è la versione dell’Odissea (11, 324-325) : Artemide uccise Arianna in Dia in seguito alle accuse di Dioniso abbandonato per Teseo che comunque rimane il seduttore principe.
18 Spada lasciata da Enea ( Eneide, IV, 507) e impiegata quale dono funesto (non hos quaesitum munus in usus., Eneide, IV, 647, dono richiesto non per questo uso.
19 Eneide, X, 519-520.
20 Iliade, XXI, 26 sgg, poi XXIII, 175 sgg.
21 Storie, VII, 15. Siamo negli anni del IV secolo a. C. successivi all’invasione gallica, intorno al 364 a. C.
22 Autore del I sec. d. C. Sotto il regno di Claudio scrisse Historiae Alexandri Magni in dieci libri. Ne sono andati perduti i primi due.
23 Gaetano De Sanctis, Storia Dei Romani, Vol III parte I, p. 72.
24 Gaetano De Sanctis, op. e p. citate.
25 Del 197 d. C.
26 Gaetano De Sanctis, op. cit., p. 73.
27 S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, II, 1, p. 216.
28 Vissuto nel secondo secolo d. C. crisse una Storia di Roma in greco. Sono conservati 11 libri con il prologo, la vicenda di Annibale, le guerre civili.

29 Governatore della Britannia in età neroniana, fino al 61 d. C.

lunedì 22 giugno 2015

L'inizio del lavoro di insegnante. VII parte


Le lezioni all’aperto. La censura del preside. I presidi non devono avere potere di vita e di morte scolastica sui docenti


Alla fine gli ignoranti e gli imbecilli, i tirannelli timorati e quelli del tutto malvagi non hanno prevalso, non su di me. Quando ero giovane però, con certi presidi e colleghi anziani, per me, un uomo diverso dalla plebe dei benpensanti incolti, ostili allo spirito, è stata dura.
E’ criminale la volontà, presente e viva in troppi dirigenti ignoranti, di spegnere l’entusiasmo educativo dei giovani insegnanti non asserviti alla volgarità del luogo comune che identifica la cultura con i tecnicismi delle lingue, con l’apprendimento mnemonico dei manuali e con le risposte ai quiz preparati da altri ignoranti.
In quel primo tempo del mio lavoro di educatore, gli ultimi mesi dell’anno di mia salvazione 1969, qualche volta di notte, spengendo la “fioca lucerna”[1] situata sul comodino accanto al letto, pensavo, o addirittura dicevo: “domani mi uccido”, ricordando una scena del film Fuoco fatuo di Louis Malle, non senza ironia, eppure una volta che mi ero disteso sul “conscio letto”[2], dovevo aggiungere un incoraggiamento a me stesso per non vegliare troppo a lungo in assidui terrori[3]: “O tu, che hai subito dolori più gravi, darà un dio anche a questi una fine. Resisti e salvati per gli eventi propizi”.
Dopo Malle e Drieu La Rochelle, ricordavo, come si vede, Leopardi, Virgilio[4] e Omero[5] studiati per gli esami universitari pensando non solo al voto ma anche al fatto che mi avrebbero aiutato nelle difficoltà della vita quali maestri, amici e parenti.
Conforto e aiuto ricavavo anche dalla bellezza della natura e dall’ordine dell’universo. Se l’inverno incombeva o pure infuriava, la primavera non era lontana. Sopra la nebbia c’erano pur sempre le stelle. E sulla terra vivevano donne belle, fini, profumate che mi spettavano e mi aspettavano. Gli ignoranti osceni, i perfetti imbecilli, i sordidi profittatori non l’avrebbero avuta vinta.
Il primo giorno di scuola andai dunque a eseguire l’ordine assurdo del preside rifacendo il telegramma spedito da Pesaro due giorni prima. Aggiunsi però che avevo già preso servizio a Carmignano “sul” Brenta. L’impiegata mi corresse: “Guardi che qui siamo a Carmignano “di” Brenta; “sul” Brenta è Piazzola”.
Sbagliavo anche il nome del paese. Segno che dovevo andarmene, tornare a Bologna al più presto. La mia vita era là. Su questo ero d’accordo con il preside quella mattina lontana.
Colui fece alcune visite in classe dove entrava senza bussare né togliersi il cappello, dopo di che ammise, bontà sua, che studiavo e mi preparavo, ma non smise di dire che non mi confacevo alla “sua” scuola: con la mia impostazione dovevo insegnare alle superiori. Non capiva che i grandi autori spiegati con chiarezza da chi li conosce, educano e insegnano più di quelli men che mediocri o addirittura insignificanti raccomandati da lui.
Io non gli diedi retta e alla fine dell’anno ricevetti la qualifica punitiva di “Valente” invece dell’ovvio “Ottimo” preso da tutti gli altri.
Feci ricorso e volli vedere la motivazione della sentenza del tutto infondata e arbitraria. Il pover’ uomo aveva scritto: “assume atteggiamenti che non si confanno alla dignità della scuola”.
Questo perché nei pomeriggi di maggio, il maggio assai bello e odoroso del 1970, portavo la mia terza a fare gite ciclistiche a Marostica e là, nel prato verde smeraldo del castello alto, ripetevamo gli autori studiati per l’esame di giugno. Ovviamente gratis e per amore: dello studio, dei ragazzini, della bicicletta e di me stesso. Talora si aggregavano altre terze e facevamo un bel gruppo di persone contente.
Si ripassava per l’esame, ma non solo. Cantavamo anche: Bella ciao o La guerra di Piero di Fabizio de Andrè o Come un sasso che l’acqua tira giù. Veniva con noi anche un bravo collega di matematica, una cara persona; Peppino Graziani. Un paio di anni fa quei ragazzini diventati oramai sessantenni ci invitarono a cena a Carmignano di Brenta e dissero: Ghiselli e Graziani, peppino e gianni, siete la nostra storia”.
“La mia storia di educatore-replicai-non poteva avere un inizio migliore che qui, con voi. Se non vi avessi incontrato all’inizio della mia missione probabilmente sarei diventato meno bravo e meno buono”.
Una mattina del giugno 1970 il preside mi chiamò nel suo ufficio cupo che peraltro in quei giorni, i più belli dell’anno, si rallegrava di luce, ma lui, con gravità e compunzione tetre disse: “Professore, il paese mormora contro di lei e anche contro di me che non intervengo”.
“Che cosa dice?” gli feci assumendo un’aria stupita, ma sapevo bene a cosa alludeva conoscendone ormai i pensieri e i sentimenti meschini.
“Mormora, mormora. Voci. Una parola qua, una parola “à”[6]. Lei, Graziani, due professori giovani, le vostre gite a “Marostega” in bicicletta con tante “tosette”. Professore, noi non siamo ciechi, non siamo sordi, non siamo muti, e soprattutto non siamo stupidi. Lei ha oltrepassato i limiti. Ci saranno conseguenze, Noi abbiamo capito le sue intenzioni nascoste e la sua politica eversiva. Immagino che abbia votato Psiup”.
“Il voto sarebbe segreto, comunque è vero, ho votato Psiup”.
“Carmignano non è la Russia che forse le piace, non è nemmeno la rossa Bologna che le piace senz’altro, Faccia un piacere a me e a se stesso, ci torni! Qui noi siamo religiosi e abbiamo una salda coscienza morale. Comunque lasci perdere quelle ambigue passeggiate ciclistiche con le ragazze”.
“Ma che ambigue-risposi- e quali ragazze? Io con il collega e amico Graziani, approfittando della stagione particolarmente buona di quest’anno, facciamo lezione all’aperto, in campagna agli allievi della scuola media Ugo Foscolo dove insegniamo. Io pratico e amo la bicicletta dalla mia prima elementare. Che cosa diavolo vogliono i furfanti bigotti di questo paese?”
Poi, per spiazzarlo del tutto, citai il Nuovo Testamento in greco: “h] oJ ojfqalmo" sou ponhrov" ejsti o{ti ejgw; ajgaqov" eijmi;;;”[7].
Così in greco gli diedi del tu.
Colui non capì e bofonchiò: “Cossa vu to” rendendomi il tu non solo spregiativo ma anche cameratesco. In fondo non ci volevamo male del tutto. Lo affermo ora dopo l’esperienza di presidi intenzionati molto peggio di questo.
Quindi il pur non pessimo[8] Zanini aggiunse: “Professore lei da me è perseguibile 24 ore su 24, a ogni ora e in ogni luogo”,
Et persequemini de civitate in civitatem[9], chiosai. Quindi spiegai: “Cristo si rivolge agli scribi e ai farisei ipocriti simili ai sepolcri imbiancati. Costoro perseguiteranno i profeti e i sapienti mandati dal Signore stesso”
“Cossa vu to. La smetta di andare a Marostega con le femmine, oppure le mando una censura scritta, una nota di biasimo che le rovinerà la carriera scolastica”
Dat veniam corvis, vexat censura columbas[10], risposi
“Cossa vu to”.


giovanni ghiselli 
continua

p. s.
Renzi vorrebbe dare a certi dirigenti, e questo, ripeto, non era dei peggiori, potere di vita e di morte scolastica sui docenti. A Carmignano e spesso pure a Bologna i professori considerati migliori dai presidi erano quelli più simili a loro, ossia più docili agli ordini delle famiglie abbienti e potenti.

p. p. s.
questo blog è arrivato a 248258. Saremo 250 mila entro giugno




[1] Leopardi, Le Ricordanze, 115.
[2] Leopardi, Le Ricordanze, 114. Il Recanatese ha ricavato questa callida iunctura da Apuleio, Metamorfosi, I, 16: gratabule (…) conscius et arbiter quae nocte gesta sunt.
[3] Cfr. Leopardi, Le Ricordanze, 54.
[4] Cfr. Eneide, I, 199 (O passi graviora, dabit deus his quoque finem) e 207 (Durate et vosmet rebus servate secundis).
[5] Odissea, XX, 17 tevtlaqi dhv, kradivh: kai; kuvnteron a[llo pot j e[tlh~, sopporta, cuore, hai già sopportato altri cani peggiori. E di ben peggiori ne avrei sopportato più avanti, a Bologna
[6] Dialettale per “là”, come poi “Marostega” per “Marostica”.
[7] N. T., Matteo, 20, 15, forse il tuo occhio è cattivo perché io sono buono?
[8] Un altro, tal Magnani, qui a Bologna chiamò in tre anni contro di me due ispettori che lo sbugiardarono in malo modo. Se è vivo costui merita la galera, se è morto la damnatio memoriae.
[9] N. T. Matteo, 23, 34, e perseguiterete di città in città.
[10] Giovenale, II, 63, la censura lascia impuniti i corvi e tormenta le colombe.