venerdì 11 febbraio 2022

Il greco e il latino non sono servi di nessuno ma servono-sono utili- alla vita di tutti

 

Introduzione alla metodologia dell’insegnamento delle lingue e letterature greca e latina con taglio europeo e topologico.

 

L'uomo che non conosce il latino somiglia a colui che si trova in un bel posto, mentre il tempo è nebbioso: il suo orizzonte è assai limitato; egli vede con chiarezza solamente quello che gli sta vicino, alcuni passi più in là tutto diventa indistinto. Invece l'orizzonte del latinista si stende assai lontano, attraverso i secoli più recenti, il Medioevo e l'antichità.-Il greco o addirittura il sanscrito allargano certamente ancor più l'orizzonte.-Chi non conosce affatto il latino, appartiene al volgo, anche se fosse un grande virtuoso nel campo dell'elettricità e avesse nel crogiuolo il radicale dell'acido di spato di fluoro"[1].

 

Si veda un ancora più esplicito svuotamento della sofiva tecnologica nel discorso di Diotima del Simposio  platonico:"kai;  oJ me;n peri; ta; toiau'ta sofo;" daimovnio" ajnhvr, oJ dev, a[llo ti sofo;" w[n, h] peri; tevcna" h] ceirourgiva" tinav", bavnauso"" (203a), chi è sapiente in tali rapporti[2] è un uomo demonico, quello invece che si intende di qualcos'altro, o di tecniche o di certi mestieri, è un facchino.

 

Avvicino, forse non arbitrariamente, quanto scrive Hegel nella Fenomenologia dello spirito: “il signore si rapporta alla cosa in guisa mediata, attraverso il servo”; il servo invece “col suo lavoro non fa che trasformarla”[3].

 

Perché studiare il greco e il latino, potrebbe chiederci un giovane, a che cosa servono? Alcuni rispondono:" a niente; non sono servi di nessuno; per questo sono belli"[4].

Non è questa la nostra risposta. Se è vero che le culture classiche non si asserviscono alla volgarità delle   mode, infatti non passano mai di moda, è pure certo che la loro forza è impiegabile in qualsiasi campo. La conoscenza del classico  potenzia la natura peculiare dell'uomo che è animale linguistico.  Il greco e il latino servono all'umanità: accrescono le capacità comunicative che sono la base di ogni studio e di ogni lavoro non esclusivamente meccanico.

Chi conosce il greco e il latino sa parlare la lingua italiana più e meglio di chi non li conosce[5]. Sa anche pensare più e meglio di chi non li conosce.

 

  Parlare male non  solo è una stonatura in sé, ma mette anche del male nelle anime.

Lo afferma Socrate  nel Fedone :" euj ga;r i[sqia[riste Krivtwn, to; mh; kalw'" levgein ouj movnon eij" aujto; tou'to plhmmelev", ajlla; kai; kakovn ti ejmpoiei' tai'" yucai'"" (115 e), sappi bene…ottimo Critone che il non parlare bene non è solo una stonatura in sé, ma mette anche del male nelle anime.

 

 Don Milani insegnava che "bisogna sfiorare tutte le materie un po' alla meglio per arricchire la parola. Essere dilettanti in tutto e specialisti nell'arte della parola"[6].

Per essere specialisti in quest’arte bisogna saper parlare in mondo preciso e conciso, e per raggiungere questo scopo ci vuole ricchezza, vastità e proprietà di lingua.

“Quanto una lingua è più ricca e più vasta, tanto ha bisogno di meno parole per esprimersi, e viceversa quanto è più ristretta, tanto più le conviene largheggiare in parole per comporre un’espressione perfetta. Non si dà proprietà di parole e modi senza ricchezza e vastità di lingua, e non si dà brevità di espressione senza proprietà” (Zibaldone, 1822).

Alfieri cercava di trovare per i suoi drammi “un fraseggiare di brevità e di forza”,  traducendo “i giambi di Seneca” (Vita, 4, 2).

 

Il sicuro possesso  della parola è utile in tutti i campi, da quello liturgico a  quello erotico : "Non formosus erat, sed erat facundus Ulixes/et tamen aequoreas torsit amore deas ", bello non era, ma era bravo a parlare Ulisse, e pure fece struggere d'amore le dee del mare, scrive Ovidio nell'Ars amatoria [7]. 

 Kierkegaard  cita questi due versi nel Diario del seduttore [8].

Nei versi precedenti Ovidio consiglia di imparare bene il latino e il greco, per potenziare lo spirito e controbilanciare l'inevitabile decadimento fisico della vecchiaia:"Iam molire animum qui duret, et adstrue formae:/solus ad extremos permanet ille rogos./Nec levis ingenuas pectus coluisse per artes/cura sit et linguas edidicisse duas" (Ars amatoria  II, vv. 119-122), oramai prepara il tuo spirito a durare, e aggiungilo all'aspetto: solo quello rimane sino al rogo finale. E non sia leggero l'impegno di coltivare la mente attraverso le arti liberali, e di imparare bene le due lingue.

Il latino e il greco ovviamente. Senza con questo disprezzare altre lingue.

Le lingue studiate, tutte le lingue, ma in particolare il greco e il latino che non si parlano, vanno coltivate con uno studio privo di interruzioni.

 

II pericolo della dealfabetizzazione, il vocabolo stesso lo dice, è soprattutto incombente sul greco. Ma riguarda ogni studio che venga interrotto e trascurato. Cito a questo proposito alcune righe di una pregevolissima ricerca  di Tullio De Mauro. L’illustre linguista ricava da “due grandi indagini internazionali, fatte nel 2001 e nel 2006, promosse da Statistics Canada e dal Federal Bureau of Statistics degli Stati Uniti” che “29% è l’accertata percentuale di italiane e di italiani con piena padronanza alfabetica e numerica”. E continua: “Il nostro paese non è l’unico a conoscere la dealfabetizzazione di adulti anche scolarizzati a livelli alti. Essa in parte è fisiologica: sappiamo che se non si esercitano le competenze acquisite da giovani a scuola, in età adulta regrediamo mediamente di cinque anni rispetto ai livelli massimi raggiunti. E’ la regola detta del “meno cinque”. Ogni adulto può comodamente verificarla su se stesso…dopo cinque anni di greco, quanto ce ne resta se non facciamo i professori della materia e i classicisti?”.

De Mauro nota che “in tutti i paesi sviluppati esistono strutture e centri per l’educazione permanente degli adulti, che consentono a percentuali consistenti di popolazione di rientrare in formazione. L’esperienza dice che un ciclo anche breve è prezioso per riattivare buona parte delle competenze smarrite. Ottenere che come altri paesi europei anche l’Italia si doti di un sistema nazionale di lifelong learning, di  apprendimento per tutta la vita, è per ora un miraggio”[9].

 

Il consiglio che posso riproporre è quello già dato da Ovidio che la cura di queste due lingue, come  di tutte le altre competenze acquisite a scuola, non sia levis.

 

Non si può essere veramente bravi a usare la parola, utilizzabile sempre e per molti fini, tutti sperabilmente buoni, se non si conoscono le lingue e le civiltà classiche, ossia quelle dei primi della classe.

Il termine classicus designava il cittadino che apparteneva alla classis più elevata dei contribuenti fiscali; "solo per traslato uno scrittore del II secolo d. C., Aulo Gellio, definisce "classicus scriptor, non proletarius" uno scrittore "di prim' ordine", non della massa" (Noctes Atticae 19. 8. 15; cfr. 6. 13. 1 e 16. 10. 2-15), o (forse meglio) "buono da essere letto dai classici (i contribuenti più ricchi), e non dal popolo"; classicus è ulteriormente definito come adsiduus (altra designazione di censo, "contribuente solido e frequente") e antiquior ; l'anteriorità al presente è dunque requisito della "classicità"[10].

Noi vorremmo   che tutti potessero conoscere i classici attraverso una scuola che fosse nello stesso tempo popolare e di alta qualità.

 

Bologna 11 febbraio 2022 ore 17

p. s.

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[1] A. Schopenhauer, Parerga e paralipomena, Tomo II, p. 772.

[2] Quelli tra gli uomini e gli dèi.

[3] Fenomenologia dello spirito (del  1807) . Capitolo 4 (A)

[4] Il greco e il latino, la religione e la matematica “Erano-e l’insegnante lo faceva notare spesso-del tutto inutili apparentemente ai fini degli studi futuri e della vita, ma solo apparentemente. In realtà erano importantissimi, più importanti addirittura di certe materie principali, perché sviluppano la facoltà di ragionare e costituiscono la base di ogni pensiero chiaro, sobrio ed efficace” (H. Hesse, Sotto la ruota (del 1906),  p. 24.

[5] Vittorio Alfieri nella sua Vita (composta tra il 1790 e il 1803) racconta di avere impiegato non poco tempo dell’inverno 1776-1777 traducendo dopo Orazio, Sallustio, un lavoro “più volte rifatto mutato e limato…certamente con molto mio lucro sì nell’intelligenza della lingua latina, che nella padronanza di maneggiar l’italiana” (IV, 3).

[6]Lettera a una professoressa  , p. 95.

[7]  II, 123-124. Bello non era ma era bravo a parlare Ulisse e pure fece struggere d'amore le dee del mare.

[8] 3 giugno (p. 75).

[9] Tullio De Mauro, La scuola italiana in sette punti in Italia, Italie. Lezioni sulla storia dell’Italia unita, p. 125.  Edizioni Polistampa, Regione Toscana, 2013

[10] S. Settis, Futuro del "classico", p. 66.

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